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Darsi il tempo

Ho avuto l'occasione di partecipare l'altra sera alla presentazione di un libro sulla cooperazione allo sviluppo, argomento di cui mi interesso dai tempi dell'università, forse perchè all'epoca (un'epoca già in parte post-comunista, anche se il Muro ancora non era caduto) quella della cooperazione allo sviluppo sembrava essere una delle poche cause per le quali valeva la pena impegnarsi, pur con le dovute cautele. Gli autori sono Michele Nardelli e Mauro Cereghini, il titolo è “Darsi il tempo” (pubblicato dalla Emi).

Il dibattito in sala è stato interessante, ma devo dire che la cosa che più ho apprezzato è il libro in sé. Tante cose mi piacciono di questo ”Darsi il tempo”. Parto da quelle minori: le citazioni letterarie, da Rimbaud a Musil passando per Ivo Andric. Che dei saggisti (quantunque un po' “sui generis”) leggano anche i romanzieri e i poeti è un buon segno. Diffido di chi legge esclusivamente testi scientifici, a prescindere dalla disciplina (fosse pure la storia o la sociologia), e provo compassione per chi ha tempo solo per i giornali (poi purtroppo c'è molta gente che non legge per niente, né romanzi, né saggi né giornali, e non sa cosa si perde).
Inoltre è davvero apprezzabile la capacità di raccontare – in un libro che comunque vuol fare il punto su una problematica di carattere generale - esperienze vissute in prima persona. Le cose – i paradigmi, i concetti, le teorie – assumono sempre una maggiore vividezza quando sono collegate all'esistenza quotidiana. Bellissimo il racconto della riunione dei rappresentanti delle ong a Londra, appassionanti (e non poteva essere altrimenti) le parti riguardanti le esperienze vissute dagli autori nei Balcani.

E adesso veniamo a quello che personalmente ho trovato più coraggioso in queste pagine, relativamente al “succo”, al messaggio che esse vogliono trasmettere. L'invito a considerare la cooperazione allo sviluppo un'opportunità per capire, prima ancora che per fare. Per capire il mondo com'è, oggi, con le sue reti, i suoi motori, le sue “contraddizioni”, avremmo detto un tempo. Il mondo così come si manifesta nei paesi, nelle realtà in cui i cooperanti vanno a fare cooperazione – in sostanza in Africa Asia, America centromeridionale e alcuni paesi europei - ed insieme il mondo in cui essi stessi vivono, questo qui, il nostro mondo, il Trentino, l'Alto Adige, l'Italia, la Germania, l'Olanda, Londra, gli Stati Uniti. Un Primo mondo - usiamo volutamente una terminologia desueta - che spesso presenta indicatori da Terzo mondo (come già ci ha insegnato ad esempio Amartya Sen), un Primo mondo che delocalizza, che produce la sua ricchezza a Timisoara o in Corea del Nord (30 anni fa sapevamo che erano le multinazionali a fare questo, la novità è che oggi lo fanno anche le pmi), un Primo mondo dai confini incerti e mobili, un Primo mondo, finalmente, che non ha più molto senso definire così, immersi come siamo in un continuum di merci, finanze, emigrati, informazioni. E voli low cost.
Mi piace il coraggio con cui gli autori invitano a rivalutare la parola, il tempo speso a confrontarsi, a discutere, e ciò non per pura passione intellettuale ma perché la comprensione è forse l'unica arma “vergine” che ci è rimasta per combattere povertà e pulizie etniche, narcomafie e circhi mediatici. Ho parlato di coraggio ed in effetti ce ne vuole, perché il mondo della cooperazione non è affatto estraneo agli effetti perniciosi dell'ideologia del fare (anzi, del “fare qualcosa”, come spesso si esprime la gente semplice, per dire che non ha un'idea chiara di come si possano, non so, salvare quei bambini dalla morte per fame, ma tutto è meglio che stare con le mani in mano; e ricordo di avere sentito un signore facente parte di un comitato di valutazione dire una volta che a suo giudizio bisognava concentrarsi a fare “muri", perché agli occhi dei donatori fa sempre un'impressione migliore avere costruito qualcosa di tangibile, come una palazzina). Assillate dalle regole della burocrazia, da cui dipendono per ottenere i finanziamenti pubblici, condizionate dagli input degli stessi mass media, le associazioni finiscono spesso per puntare tutta la loro posta sui numeri: bambini vaccinati, pozzi scavati, container spediti, e così via, e così via, l'importante è che siano migliaia, sempre migliaia. L'importante è non confessare mai un senso di impotenza o un fallimento. L'importante è non accennare a difficoltà che non siano di natura pratica: la scarsità di fondi, innanzitutto, e poi eventualmente la carenza di infrastrutture, il clima avverso, magari addirittura le poche capacità dei beneficiari, la loro cultura insufficiente, persino (come in uno scimmiottamento del peggior colonialismo) la loro indolenza.
Quanto costerebbe, in termini di credibilità, soldi, prestigio sociale (perché comunque la cooperazione procura anche questo, procura considerazione, a volte anche a chi, a casa sua, si rivelerebbe un perfetto incapace) ammettere che le cose sono un po' più complesse, che la relazione con gli “altri” non la si misura solo in termini di progetti e diagrammi e muri e nastri tagliati? Quanto costerebbe confessare, infine, che magari non si è capito niente del posto e della situazione in cui si è andati a operare?
Ecco, del libro mi piace la franchezza con cui si ammette la possibilità di commettere degli sbagli, anche quando si cerca in piena onestà di “fare del bene”. Tutti i cooperanti dovrebbero avere paura delle loro azioni. Invece, anche a me è capitato di vedere all'opera l'arroganza dei donatori, eccome! Persino col classico Panama bianco in testa.
Andrebbe poi aggiunto che gli stessi enti territoriali - i protagonisti della cooperazione decentrata - possono commettere degli sbagli, non meno degli stati, degli organismi sovranazionali e delle ong: chi si ricorda di come i presidenti delle Province autonome di Trento e Bolzano si precipitarono in Slovenia i primi giorni della secessione, per testimoniare il loro pieno appoggio a Lubijana? Col senno di poi, non era più consigliabile la cautela? Non sono state anche queste improvvide, sconclusionate fughe in avanti a versare benzina sul fuoco della disgregazione della Jugoslavia?
Ma chi è senza peccato scagli la prima pietra. Tutto questo ovviamente non significa che non ci si debba sforzare comunque, con gli strumenti che si hanno a disposizione, tanti o pochi che siano, di costruire un mondo un po' meno peggiore di quello in cui si vive.

In sala poi sono emerse anche altre cose. Devo confessare che alcune - specie se pronunciate con il tono solenne di Ugo Morelli - mi sono sembrate forse un po' scontate: l'identità come un percorso, come un divenire (un bolzanino non fa che interrogarsi tutta la vita sull'identità...), l'invito a rivedere il nostro stile di vita (l'imparammo da Alex Langer, l'imparammo una vita fa, e ci credemmo! Poi si sa com'è finita: lo stile di vita è cambiato, sì, nel senso che volevano le multinazionali, però. E oggi la gente passa il week end intruppata nei megastore).
Ma ammetto che devo sforzarmi di tenere a freno il mio pessimismo cosmico e soprattutto la mia tendenza a considerare troppo spesso come già visti o già sentiti tanti dei ragionamenti che riguardano questo genere di problemi. Innanzitutto perché la maggioranza delle persone ne sanno poco o niente, il dibattito di solito è disperatamente di basso profilo anche dentro a tante associazioni (tant'è che tutta la parte riservata dal libro alle differenze fra cooperazione decentrata e cooperazione di comunità, che pure costituisce uno dei momenti centrali della trattazione, rischia di risultare assolutamente incomprensibile ai più, ne sono certo). E poi, non sono ancora così vecchio da potermi permettere atteggiamenti di sufficienza. Tuttavia, è così: sconto i miei anni '80. La critica alla cooperazione allo sviluppo c’era già allora: nei libri, nelle aule universitarie, nei segmenti più avanzati di opinione pubblica che si occupavano della questione “terzomondiale” e di “interdipendenza” (la quale negli anni ’90 si sarebbe chiamata globalizzazione). L’unica differenza sostanziale, semmai, è che negli anni ’80 si criticava più aspramente la “grande cooperazione”, quella gestita dagli Stati e dai loro apparati, spesso sotto l'egida della Banca mondiale o del FMI: in Italia erano gli anni del Pentapartito, della guerra strisciante fra Psi e Dc anche su questo fronte, degli scandali degli aiuti alla Somalia di Siad Barre (in parte già noti ben prima di Tangentopoli). L’atteggiamento verso le ong era più speranzoso, più benevolo. Venivano dipinte come l’alternativa “positiva”. Oggi si è più consapevoli che anche la cooperazione delle associazioni più essere scadente, di basso profilo, viziata da pregiudizi, ignoranza, superficialità. Mi ricordo - ed era solo il 1990 - quando partecipai ad una raccapricciante riunione, nel sottoscala di una parrocchia di Bolzano, piena di “dame della carità” impegnate ad organizzare una raccolta di panettoni da spedire in Africa come doni natalizi!
E poi, se è come dice Tonino Perna, che l'idea originaria di cooperazione è morta a causa del neoliberismo e delle guerre umanitarie, di nuovo a me pare che si ritorni agli anni '80: il neoliberismo c'era già, anzi, era quella la stagione dei capostipiti, Reagan, la Tatcher (e la scuola di Chicago). Le guerre umanitarie invece no, non c'erano ancora, in compenso c'erano un mucchio di guerre a bassa intensità fomentate dalle superpotenze, Usa e Urss. La Guerra fredda , insomma, non era meno sinistra dell'era apertasi con il crollo del Muro di Berlino e la pubblicazione del saggio di Fukuyama sulla fine della storia. Sotto questo profilo, non c'è proprio nulla da rimpiangere. E anche questo, in fondo, rappresenta un problema, per me. Per questo forse, pur considerando i no-global la grande novità degli ultimi 15 anni, non ho mai potuto sentirmi pienamente parte di quel movimento. Perché per molti versi mi sembrava che avessero scoperto l'acqua calda, a Seattle. E poi anche per un'altra ragione: perché ricordavo com'era il mondo prima, prima della caduta del Muro. Non era migliore.

Giustamente e molto opportunamente, Nardelli dice che oggi tutto si tiene, non c'è Sud e non c'è Nord. E' l'interdipendenza, certo, e come tale la conosciamo da un pezzo (ricordiamoci la crisi del petroli del 1972-73); ma Nardelli sottolinea il dato politico piuttosto che quello economico, ed è questa la parte più interessante. Nardelli e Cereghini – e altri autori che il libro cita, come Luca Rastello, ad esempio – propongono un'analisi convincente delle nuove classi dirigenti di tanti paesi non “terzi” o “quarti” ma pienamente inseriti nello scacchiere geopolitico contemporaneo: un po' cacicchi e un po' narcos, un po' benevoli dittatori nazional-popolari un po' mafiosi, padroni di stati e regioni offshore dove si produce tanta parte della ricchezza capitalista contemporanea, dove le immense fortune create dal grande gioco finanziario e dagli altri grandi giochi attorno alle materie prime, ai traffici illeciti, alle guerre vengono a mondarsi dei loro peccati originali, a moltiplicarsi piuttosto che a nascondersi.
E' il volto sinistro della globalizzazione (dal canto mio, amo pensare anche al suo volto "buono", al fatto di poter ascoltare sul mio ipod made in Corea un brano di Lou Reed inviatomi via mail in Bolivia dove mi trovo momentaneamente per lavoro da un amico di Bolzano che l'ha scaricato da un sito neozelandese. Difficilmente sarò mai un consumatore "zero km.").
E' il volto sinistro della globalizzazione, dicevamo, e il libro ce lo restituisce con grande vividezza nelle pagine dedicate all'arrivo dei cooperanti a Prijedor, Bosnia Erzegovina, e alla loro conoscenza con i boss locali, ex-comunisti riconvertitisi alla pulizia etnica non perché nostalgici di un passato che non è mai passato (quello degli odi fra cetnici e ustascia) ma perché perfettamente consapevoli che la guerra è l'occasione migliore per organizzare un gigantesco trasferimento di ricchezze (i beni delle vittime, innanzitutto) nonché soprattutto per riorganizzare lo Stato a loro personale vantaggio (e poco importa se dai piani quinquennali si salta direttamente dentro alla deregulation più selvaggia).
Ed ancora, andando un po' a braccio: dell'intervento in sala di Cereghini bello il passaggio dedicato ai militari; mi è piaciuta la franchezza con la quale – da pacifista – ha detto che “si può collaborare, a certe condizioni”, pur consapevole che questa affermazione suona come una bestemmia per molti del “movimento”. E' quello che ho cercato di dire nel mio libro sulla Somalia, che chissà se mai uscirà: perchè ad esempio in Somalia dell'apparato militare (italiano, nella fattispecie) si è visto il peggio ma anche il meglio: soldati e ufficiali che sono venuti meno ai loro doveri e al loro onore – come denunciato dalla stampa all'epoca, per conto mio un po' strumentalmente – ma anche generali che si sono sforzati di capire, di provare a mediare fra le fazioni in lotta, di svolgere un ruolo almeno in parte politico: non a caso facendo arrabbiare gli americani, per i quali l'unico obiettivo era far fuori Aidid (il cattivone di turno) e farlo nei tempi della CNN. E poi: c'è qualcuno oggi che pensa in tutta onestà che a Srebrenica i Caschi blu non dovevano sparare per impedire il compiersi del genocidio? C'è qualcuno che ritiene che sia stata una buona cosa per l'Europa accettare l'assedio di Sarajevo, aspettare che i morti in quella città salissero a 10.000, aspettare che fossero i bombardieri americani a togliere le castagne dal fuoco? Il che, ovviamente, non significa approvare l'Iraq o la dottrina della guerra prenventiva: significa riconoscere che lo slogan “contro la guerra senza se e senza ma” suona molto bene ma non serve a nulla, e non serve a nulla perché è ideologico, pre-politico, non distingue situazione da situazione, guerra da guerra.

Infine, una nota su un concetto che nel libro emerge, sì, forse, ma non con l'importanza che meriterebbe. Cioè che cooperare è bello. Dà piacere. Risponde probabilmente ad un bisogno psicologico profondo. Di solito, quando lo si ammette, lo si fa con tono colpevole. C'è il timore di far passare il messaggio che i cooperanti si divertono o si inebriano del loro ruolo, del loro potere. Non mi riferisco a questo genere di situazioni, ovviamente. Mi riferisco ad un bisogno umanissimo, un bisogno “onesto”, che è quello di relazione. E forse di avventura: l'avventura data dalla relazione, appunto, dall'andare “altrove”, dal confrontarsi con ciò che è “altro da sé”.
Molti soddisfano questo genere di bisogni in maniere più ovvie, e a casa propria. Altri – una minoranza, certo – cadono vittime dell'impulso che li spinge ad andare nei Balcani quando infuria una guerra o in Africa dove comunque prendersi per lo meno la malaria è nel novero delle possibilità. Non va sottaciuto. Fare operazione di sincerità riguardo ai moventi della cooperazione significa anche confrontarsi con questo genere di...emozioni? E non sono, a parer mio, emozioni di cui ci si debba vergognare.
E mi fermo qua perché altrimenti devo scrivere un libro a mia volta.

Balkan Trip



Prima stazione: Peja/Pec, Kossovo


Una città con due nomi, come la mia Bolzano/Bozen. Ma qui è andata peggio. Al posto delle bombe sotto ai tralicci la guerra etnica e le bombe Nato (bombe che peraltro sono in pochi a rimpiangere, avendo aperto la strada all'indipendenza). Dire che sia bella come la dipinge la mia guida del Touring, datata anni '80, sarebbe esagerato. Ma è una città viva. La prima sera andiamo a fare un giro dalle parti del municipio. Giovani ovunque, donne con vestiti da sera luccicanti, minigonne, pantaloncini, tutta la mercanzia esposta, non lo si direbbe un paese a maggioranza musulmana, qui a Bin Laden prenderebbe un colpo, i talebani si trancerebbero i testicoli, altroché. Sono i Balcani, ragazzi! E i nostri luoghi comuni sull'Islam si rivelano tali.
Musiche dai bar, una buona cover dei Pink Floyd. Fuoristrada, comprati con che soldi? Pare che l'economia criminale sia fiorente: armi, droga, ogni sorta di traffico su queste montagne a due passi dall'Adriatico. Ma le strade di Peja sono sicure. Nessun militare in giro, i nostri se ne stanno in cima alla collina. Al mattino i tavolini fuori sono già pieni di uomini che fumano e bevono caffé. Alla tv le immagini di un'altra guerra. Quella che c'era in Kossovo sembra andata per sempre. Ma è facile sbagliarsi, in casa degli altri. E' facile dare colpe, tranciare giudizi: è stata colpa dell'Europa, degli americani, dei russi, delle religioni... Non voglio più farlo. Sputare sentenze, lo lascio fare ai beppegrilli.


Seconda stazione: Gorazdevac, Kossovo
L'unico posto di blocco dei Caschi blu lo troviamo pochi chilometri fuori Peja, dove inizia l'enclave serba di Gorazdevac. Le luci della città sono a due passi, ma qui è buio pesto, campagna profonda, rane e rospi. Poi una piazza sterrata, intitolata all'Italia, cinta di case coloniche fatiscenti. Gorazdevac è un ibrido: economicamente dipende dalla Serbia, dai sussidi della Serbia, più che altro (e non sono gran cosa). Gli insegnanti arrivano da Belgrado. C'è anche una rappresentanza del comune di Peja, lì accanto. Ma se c'è da mettere a posto una strada chi lo fa, la Serbia o l'amministrazione locale? Non si sa. Tutti e nessuno. In giro solo vecchie, sono loro ad avere preparato la cena: i giovani, se possono, se ne vanno. Ma dove? In città hanno paura ad andare, ci sono i kossovari. I quali probabilmente se ne fregano, pensano ad altro, all'Europa, ad annusare l'aria di libertà. Con l'aiuto dei volontari, specie quelli di Operazione Colomba, qualcuno da Gorazdevac comincia ad uscire. Va in città, entra nei negozi, saluta in serbo, non gli sparano. Va al centro giovanile Zoom, rifatto nuovo di zecca, dove giovani albanesi, serbi e rom provano a inventarsi una vita nuova, assieme. Con il teatro, la fotografia, la scrittura, esprimersi aiuta sempre. E' esprimersi, è tirarsi fuori, è raccontarsi il segreto così gelosamente conservato.
Nei monasteri sparsi fra queste montagne c'è ancora chi attizza la fiamma del conflitto etnico. Si ritiene come sempre che ci vorrà tempo.


Terza stazione: Kraljevo, Serbia
Su e giù per montagne coperte di boschi, fattorie, acqua che scroscia. Nei Balcani tutto è di più. L'acqua dei fiumi più limpida, il verde dei campi più verde.
Chiese ortodosse, monasteri. Le chiese ortodosse sono piccole perché quella ortodossa è una religione che si celebra nelle case, in famiglia. La festa più importante è quella del santo familiare. Può durare anche tre giorni.

Qualcuno tenta di avviare attività agrituristiche. Per ora gli unici che abbiano scoperto questi luoghi sembrano essere i cooperanti, o quelli che hanno preso in moglie/marito un/una a serbo/a.
A Kraljevo delle ragazze hanno aperto un centro per combattere la violenza sulle donne, i cascami della cultura machista. Ci mostrano un video, molto efficace. Anche qui, come in altri posti che ho visto, sono loro le più organizzate. Sono solidali, si uniscono, si aiutano, hanno imparato in tempo di guerra, hanno imparato dalla follia e dalla tragedia dei loro mariti, sono i pilastri veri della società.


Quarta stazione: Bratunac, Srebrenica, Bosnia Erzegovina.
Nei Balcani tutto è di più. Femmine più femmine, maschi più maschi. Anche le passioni sono così, e gli odi, i Balcani mi smuovono qualcosa e sento sempre le lacrime spingere dietro al velo dell'occhio. Arriviamo a Bratunac di notte. E' appena oltre il confine serbo, dove una poliziotta molto bella aveva fatto storie sul mio passaporto. Una via pedonale, due bar che sparano decibel nel buio, pieni all'inverosimile di gente presumibilmente bevuta. Manifesti di un gruppo rock, facce fasciste, teste rapate. Ci vuole un po' a capire che siamo a cinque chilometri da Srebrenica, il buco nero dell'Europa, che ha costretto a rispolverare la parola "genocidio". Da qui, da Bratunac, Mladic, il comandante delle truppe serbo-bosniache, ha dato disposizioni per il massacro.
Nel mattino dorato il paese sembra meno sinistro, la Drina scorre alla nostra destra, hanno sistemato una spiaggia per fare il bagno. Piantagioni di lamponi. Covoni di fieno. Un idillio agreste. Visitiamo una cooperativa, il nome è "Insieme": anche qui sono le donne le protagoniste, serbe e musulmane. Poi andiamo a Srebrenica. Srebrenica non è un posto come gli altri. La luce, il verde, rendono se possibile il tutto ancora più nero. Un cul de sac, qui le colline quasi si toccano, la cittadina scorre nel mezzo, case in stile balcanico e palazzi grigi di realismo socialista. Di fronte alla rotonda, un nuovo centro commerciale, linee postmoderne. E' come se nessuno avesse osato porre mano, cancellare i segni di ciò che è stato. Le pareti portano ancora impresse le tracce dei proiettili, delle granate. Tombe ovunque, quelle lunghe, bianche, dei musulmani. Dietro al distributore, si inerpicano su per il bosco. Ma è appena prima della città, a Potocari, che lo vedi: il memoriale della strage, consumatasi l'11-12 luglio 1995 (e nei giorni immediatamente successivi). 8.372 le vittime richiamate nel cippo all'ingresso, quasi sicuramente 10.000. L'Onu lasciò fare. I Caschi blu olandesi collaborarono con le milizie a separare gli uomini dalle donne, come da istruzioni di Mladic. Di fronte al memoriale-sacrario una grande fabbrica, con i suoi capannoni che luccicano al sole. La maggior parte è stata uccisa lì.
Ricordo di aver letto la testimonianza di una donna stuprata da un gruppo. Raccontò che uno di loro, mentre lo faceva, piangeva, e diceva: "Oh, com'è possibile che ci abbiate fatto questo, voi musulmani?" Il vittimismo dei popoli può essere un'arma mortale. E' per questo che non sopporto la Lega.


Quinta stazione: Prijedor, Bosnia Erzegovina.
Eppure la vita è più forte. Sembra una banalità, ma è così. E' sera a Prijedor, e i giovani si dedicano con passione all'arte dello "struscio", passatempo sovrano. Lo fanno nella nuova pedonale cittadina. Lo fanno mettendosi addosso il meglio che hanno. Occhi, mani, polpacci, ascelle, spalle, seni. Le gelaterie fanno affari, la vita è più forte, è sempre più forte. Saliamo sulla collina. L'avevo visitata nel 2002, era tutto un ricostruire ciò che la guerra aveva distrutto. Ora è finito. Le case dei musulmani sono in gran parte in piedi. A stare peggio, ci dicono, adesso sono i serbi, profughi anch'essi, da altre zone della ex-Jugoslavia.

Ci portano alla miniera. Tutt'intorno, era sorta una cittadina vera e propria. Tracce di una cultura operaia oggi scomparsa. "Fin che abbiamo potuto, ce la siamo goduta - ci dice il nostro accompagnatore - Stavamo al centro, a metà fra il mondo socialista e quello capitalista. Abbiamo preso di quà e di là." Si ferma, poi aggiunge, sottovoce: "E' stato troppo bello. Forse dovevamo pagare un prezzo".
Saliamo in cima a una collina; solo una casa era sopravvissuta alla distruzione, un centro civico, all'epoca di Tito. Oggi è un asilo, tenuto assieme da una donna coraggiosa e instancabile. Ci raccontano: dopo l'inizio delle ostilità l'armata diede a quelli asserragliati quassù un ultimatum: consegnare le armi entro le 12. A differenza che a Srebrenica, non lo fecero. Il risultato comunque è stato il medesimo. "Almeno 1.500 persone vennero spazzate via quel giorno".
Ci portano in cima al monte Kozara, un parco naturale. Attraversiamo un villaggio vicino Omarska, che nel 1993 divenne famosa per la scoperta del primo campo di concentramento in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale. Hanno appena costruito una piscina. La gente va a fare il bagno, è una giornata piena di calore e di pollini. Saliamo e saliamo, curve, tornanti. Fra i sempreverdi, il cemento armato di un sacrario. Non piace a nessuno, tranne che a me. Ricorda le vittime di un'altra guerra, quella combattuta dai partigiani contro i nazifascisti. Non piace a nessuno, ma io credo che, così come si parla di archeologia industriale, si dovrebbe parlare anche di archeologia monumentale. Frutto di una concezione passata, s'impone con le dimensioni, con il suo peso che preme e schiaccia. In quest'epoca di light show, video, installazioni del cazzo, in quest'epoca di arti effimere come il fumo di un fiammifero, come potrebbe piacere? E' lontano come Marte dal gusto odierno. Penso che se vivessi qui verrei qui a leggere e a fare Tai Chi. Ad ascoltare le voci dei fantasmi. E le risa, i fantasmi sanno anche ridere. Di noi.