Bravi ragazzi.

Avevo postato qualcosa martedì sulla passerella berlusconiana della consegna delle case di Onna, costruite dalla Provincia autonoma di Trento (assieme alla Croce Rossa). Poi ho perso il tutto e ormai la notizia è andata. Qualcuno, comunque (da D'Alema a Casini) HA RICORDATO la verità, anche ieri sera a Ballarò.
In ogni caso, le parole migliori le ha pronunciate Dellai: "Le case non sono né dei trentini né di Berlusconi, sono degli abruzzesi che le abiteranno."
Dopodiché, certo, che il Trentino sia sparito dal TG1 e anche in sostanza da "Porta a Porta" (a parte un architetto che ha detto 2 parole) fa pensare. Sarà un caso, ma il Trentino è l'unica provincia del Nord (assieme all'Alto Adige, che però è un'altra storia) governata dal centrosinistra (questo qualcuno dovrebbe ricordarlo ad esempio a Fede, che ha avuto la spudoratezza di dire: "Se ci fosse stato Prodi, al Governo, pensate che le avrebbe costruite, le case?").

Ho filmato e intervistato i volontari della Protezione civile trentina quando sono partiti alla volta dell'Abruzzo, poche ore dopo il terremoto. Erano le 11 del mattino del 6 aprile e già la prima colonna mobile si muoveva.
Eccoli qui (li avevo già postati, mi pare).
Io che sono tutto fuorché un uomo pratico, non posso che dire "bravi".

Don't box me in



Omaggio a un piccolo-grande capolavoro di Coppola (padre), Rumble Fish (pesci combattenti), uscito in Italia con il titolo un po' pacchiano di Rusty il selvaggio. Con un cast sensazionale (Matt Dillon, Mikey Rourke, Dennis Hopper, Nicolas Cage, tutti ai loro esordi, e in un cammeo Tom Waits). Colonna sonora di Stan Ridgway dei Wall of Woodo e Steward Coppeland, uno dei più grandi batteristi della storia.
In apparenza è un film di bande, sul filone di West side story. In realtà è puro cinema e pura poesia.
Quando andai a vederlo per la prima volta, alla sua uscita, ero l'unico spettatore in sala!
La battuta (di Tom Waits, nella parte del barman "saggio", cito a memoria): "Quando sei giovane hai tempo, hai solo tempo. Sbatti via un paio di anni qua, un paio di anni là. Te ne freghi, tu. Già. Poi un giorno ti svegli e dici: oddio, e quanto mi resta? Solo trentacinque estati. Pensa un po'. Solo trentacinque estati."

Epilepsy is dancing



Un sogno malato.

Settembre, 11.


Alcuni momenti in cui ho sentito la storia entrare nella mia vita. Quei momenti in cui ti chiedi: dov'ero?
Il ritrovamento del corpo di Moro (maggio 1978, primavera avanzata, la gente che ne parlava per strada ad alta voce. Nella memoria lo confondo con l'elezione di Pertini a presidente della Repubblica, più o meno nello stesso periodo. Mio padre era felice che un vecchio socialista che aveva fatto la Resistenza fosse arrivato lì).
L'elezione di Gorbaciov (marzo 1985: non andai a lezione, rimasi nella mia stanzetta di studente a Bologna a leggere La Repubblica).
Il crollo del Muro di Berlino (novembre 1989: nonostante tutto, istintivamente non ero felice. Ostentai indifferenza. Mi sono ricreduto).
L'inizio delle guerre jugoslave (giugno 1991: già facevo il giornalista. Non simpatizzai per la Slovenia separatista. Una delegazione del Trentino Alto Adige andò a Lubjana per portare la solidarietà dei nostri territori; non ero d'accordo. Comunque la questione bosniaca non è stata risolta, ed è facile capire perché: la Bosnia è uno stato multietnico, molto più di Croazia o Slovenia).

11 settembre 2001. Ero in Argentina, nella remota regione del Chaco, quel giorno ero volato nel cuore della foresta chiamata "Impenetrabile". E' lì che sapemmo dell'attacco alle Torri gemelle. L'ho raccontato in "Music box", ecco qui.

Fu così che, un pomeriggio di settembre, ci ritrovammo lontani, very very far away. Foresta dell’Impenetrabile, Gran Chaco argentino. Era una foresta arida, diversa da quella amazonica. Fatta di migliaia di arbusti spinosi, cactus e quebracho rosso. Una strada tracciata con il righello sulla polvere, come tante strade di questo Continente, diritta come il percorso di una pallottola per centinaia di chilometri, con varie diramazioni che conducono alle fattorie sparse nella solitudine, dove splendide ragazze conducono la loro vita allevando capre e aspettando l’unica festa dell’anno per far conoscenza con qualche potenziale marito.
Tornavamo dalla visita ad uno di questi ranch, dove avevamo girato delle immagini per un documentario. Stavamo seduti dietro, sul cassone del pick-up, temendo che un animale sbucasse all’improvviso dalla boscaglia (gli autisti lì guidano come se avessero il diavolo che li insegue, o peggio, il camion assassino di Duel). Paolo aveva la telecamera tra le gambe. Marco si riguardava le foto scattate sul monitor della camera digitale. Ad un certo punto, si profilarono il lontananza le sagome di tre uomini, che camminavano sul ciglio della pista.
Ci fermammo accanto a loro, offrendo un passaggio, come s’usa nelle regioni spopolate. Erano degli indios. Salirono sul cassone, e cominciarono a parlarci, ma non ci intendevamo bene, il loro spagnolo non era un granché e così il nostro. Usarono le mani: con una mimavano un aereo, quello si capiva (anche perché con la bocca facevano “wooonh …”), con l’altra un ostacolo, tipo una parete di roccia, su cui l’aereo ad un certo punto si andava a schiantare.
“Dove?”, gli chiedemmo. Pensavamo che uno dei piccoli aerei che volano nel Chaco dalla capitale Resistencia fosse andato a sbattere, anche se non immaginavamo come avesse fatto, visto che la regione è piatta.
“New York, New York!”.
Siamo arrivati ad un villaggio. Ci trascinarono in una casa, sul tetto svettava l’antenna parabolica. Dentro, in un salottino, parecchie persone stavano guardando la televisione, succhiando il mate con la loro bombilla, espressioni impenetrabili sui visi segnati dal troppo sole.
Ci girammo anche noi verso lo schermo, dopo avere salutato. Sembravano immagini di un film catastrofico, o di un video death-metal. Due aerei di linea che si sfracellavano, uno dopo l’altro, contro le Torri gemelle del World Trade Center.

L'11 settembre non è stato raccontato bene dalla letteratura. Neanche Don De Lillo, un grande, ci è riuscito. Molti eventi sono stati più sanguinosi di quello ma rimane senza dubbio il più incredibile, perché ebbe come teatro LA CITTA', la città per eccellenza, la città più sognata, immaginata, rappresentata e di quella città le sue punte più alte, il culmine di lisce superfici riflettenti, il luogo dove si fa il nodo... E la città, malgrado ogni sua mistificazione, rende liberi.

Corno bianco - Weisshorn



Ripresa dalla cima del Corno bianco-Weisshorn. Solo con una macchinetta fotografica digitale, ahimé. Vale quel che vale.
Il Corno bianco non è una cima molto alta (2300 e qualcosa) ma ha il vantaggio di non avere altre montagne vicino, a parte il gemello Corno nero. Quindi la vista spazia a 360° sulla maggior parte dei gruppi del Trentino Alto Adige, dall'Adamello-Brenta all'Ortles-Cevedale, dal Similaun all'Altissima, e poi, più bassi e più vicini, i monti Sarentini, splendide praterie di solitudini, il Corno del Renon, lo Sciliar, il Rosengarten che spunta dietro, un poco, il Latemar lì di fronte, e poi i contrafforti dei Lagorai...
E' un'ascensione magnifica, non dal passo Occlini, piuttosto dall'idillio di Redagno, la chiesetta isolata su un monticello, una scuola elementare di fronte al pascolo, la più bella del mondo. Da lì si inzia a salire, per boschi, fino al grande canyon formato dal Bletterbach, il Butterloch, spettacolare squarcio sul fianco della montagna, palestra di studi geologici (è uno dei gruppi dolomitici iscritti nei beni Unesco), che si risale, lentamente, a volte con affacci sul bordo della gigantesca ferita di terra e sassi, fino a sbucare oltre la linea dei larici, e infilarsi in un bosco di pini mughi, sempre più su, più su, fin quando anch'essi scompaiono e rimane solo roccia dolomitica, solo bianco calcare e più su, su, fino all'ultimo salto di roccia e alla croce di cima. Sono 1000 metri di dislivello circa, una salita di 2.30-3 ore. 3 ore di felicità, per quanto mi riguarda.

Un figlio di puttana strafottente



I divi incarnano le passioni nascoste della gente, i desideri latenti, vivono vite per interposta persona. Al loro meglio, lo fanno con stile, eleganza, poesia.
Ho sempre amato Lou Reed per la sua musica e per i testi delle sue canzoni, fin da quando avevo 13 anni. Anche se la mia esistenza quotidiana aveva ben poco a che fare con la sua. E' stato il figliodiputtana strafottente che dimora da qualche parte dentro di me, e anche l'altro me stesso autodistruttivo, quello che si riconoscerebbe nella questione posta da E.A.Poe: "Perché facciamo quello che non dovremmo?". Quello che non ha assunto responsabilità nei confronti di niente e nessuno e non ha avuto figli.

Tuttavia così meravigliosamente poetico che a distanza di tanti anni tutti rendono omaggio alle sue canzoni. Come questa "Perfect day", incisa originariamente nel 1972, e divenuta un classico solo 20 anni dopo.



Solo un giorno perfetto
Bevendo sangria nel parco
E poi, più tardi
Quando fa buio, andiamo a casa

Solo un giorno perfetto
dare da mangiare agli animali allo zoo
E poi, più tardi
un film, e poi casa

Oh, è proprio un giorno perfetto
Sono contento di averlo passato con te
Oh, è talmente un giorno perfetto
Tu mi fai resistere e andare avanti
Tu mi fai resistere

Solo un giorno perfetto
Tutti i problemi lasciati da parte
Turisti per conto nostro
E' così divertente

Solo un giorno perfetto
Mi hai fatto dimenticare me stesso
Pensavo di essere qualcun altro,
qualcuno di valido

Oh, è talmente un giorno perfetto
Sono contento di averlo passato con te
Oh, è talmente un giorno perfetto
Tu mi fai resistere e andare avanti
Tu mi fai resistere

Raccoglierai ciò che hai seminato (x 2)

E poi, chi avrebbe il coraggio di cantare in tv con uno stuzzicadenti in bocca? Una canzone che inizia con questi versi qui? La maggior parte dei cantanti di oggi non saprebbe nemmeno pronunciarli.

Caught between the twisted stars
the plotted lines the faulty map
that brought Columbus to New York
Betwixt between the East and West
he calls on her wearing a leather vest
the earth squeals and shudders to a halt

(Preso tra gli astri confusi
le linee topografiche, la mappa approssimativa
che portarono Colombo fino a New York.
A metà strada tra l'est e l'ovest,
lui passa a prenderla indossando un gilet di pelle
la terra geme e si ferma in un brivido
...)



E' un anno che tengo questo blog, e non so perché lo faccio a parte il fatto che è divertente. I blog in fondo non sono migliori o più incisivi dei giornali e della tv. Solo un altro modo di passare il tempo. Parlerò dell'11 settembre, la prossima volta...

Lima. Perù.


A volte, quando la nebbia si dirada, e i colori non sono più solamente il grigio e il marrone, Lima può persino sembrare gradevole, dal 20esimo piano dell'hotel Marriot, mentre un paracadute passa davanti alla finestra, cercando di atterrare sul bordo del Pacifico.
Per il resto, rimane una delle città più orribili che abbia visto in vita mia.



Manchay tre anni fa mi era sembrato l'inferno sulla terra. Un quartiere di 80.000 persone - migranti interni, sospinti qui dalle correnti generate dalla povertà e dall'insicurezza - , cresciuto dentro a una valletta laterale, sulle pendici delle Ande, un deserto come del resto tutta questa parte di costa, polvere e desolazione. Nel frattempo, alcune cose sono cambiate. Adesso c'è una strada asfaltata, la densità di scuole, a giudicare dalle insegne, è molto elevata (scuole private, siamo in America, qui tutto è privato, istruzione, salute, salvezza...)
Se c'è speranza persino a Manchay, c'è speranza ovunque (foto qui sotto: il centro di formazione professionale "Giovanni Paolo II" costruito dalla Pat).


La sera il traffico prende la metropoli d'assedio. La cintura di baraccopoli che la borda, ad ovest, si accende di luci, a est resta l'Oceano. Sul terrazzo del centro commerciale più grande del Perù sta per iniziare un concerto. Le automobili sono quasi tutte di grossa cilindrata, l'America ha qualche problema con le vie di mezzo.


Sono viaggi brevi da cui si ritorna stravolti dal jet-lag. Forse un giorno vedrò anche le cose che vedono i turisti, del Perù. Per questa volta, mi porto a casa un sorriso.

Dead Weather - New Pony

Parentesi dedicata ai Dead Weather, nuovo supergruppo rock capitanato da Jack White. Il brano qui è una cover di Dylan, "New Pony", originariamente sull'album "Street legal".

Dicono che pratichi il voodoo, i tuoi piedi camminano da soli
Dicono che pratichi il voodoo, ho visto i tuoi piedi camminare da soli
Oh, bambina, il dio che tu hai pregato
ti restituirà tutto quello che tu auguri agli altri




E a proposito di Bob Dylan, questo riporta oggi il Corriere. «Sono in trattativa con un paio di società automobilistiche che vorrebbero usare la mia voce nei loro sistemi Gps», ha detto il cantante durante la trasmissione radiofonica "Theme Time Radio Hour". Per gli automobilisti tuttavia la strada potrebbe essere più lunga del previsto: «Mi piacerebbe dire qualcosa come ’prendi la prima sinistra, anzi no la prima a destra, anzi, sai cosa ti dico? Vai dritto’», ha scherzato Dylan. Tra il serio e il faceto ha poi aggiunto che forse non dovrebbe imbarcarsi in una cosa del genere «perché qualunque strada prenda, finisco sempre nello stesso posto, su Lonely Avenue. Per fortuna non sono proprio da solo, Ray Charles (Lonely Avenue, strada solitaria, è uno dei successi di Ray Charles) mi ha preceduto».

Eccolo a Trento l'anno scorso, come avviene spesso ai suoi concerti una parte del pubblico si è fiondata sotto il palco per ballare facendo arrabbiare l'altra parte che aveva prenotato per tempo le poltroncine (pagandole una cifra). A riascoltarlo qui, effettivamente, la voce è proprio pochina. Del resto, i concerti rock sono così, non restituiscono la perfezione del disco, sono qualcosa d'altro.

August

Agosto sta scivolando via. Oggi l'unico articolo interessante sul "Corriere" parlava di come agosto sia l'unico mese in cui il tempo sembra rallentare, nel resto dell'anno per tutti il principale problema è la mancanza di tempo, il tempo congestionato, la "time poverty", insomma la corsa dei topi.
Riferiva inoltre i risultati di una ricerca secondo la quale le responsabilità principali non sono del lavoro o del tempo dedicato alla famiglia e alle cure personali ma delle scelte individuali, delle singole persone. In pratica, FACCIAMO MOLTO PIU' DEL NECESSARIO. Accontentandoci di qualcosa di meno, di un reddito solo discreto, di esiti lavorativi magari non strepitosi ma accettabili, di un aspetto fisico andante, il tempo libero da impegni aumenterebbe drasticamente (dal 25 al 40%). Detto così sembra semplicistico. Tuttavia a me pare evidente che esistano lavori che moltiplicano in maniera parossistica impegni e attività, la politica, ad esempio, che non si ferma mai, continuamente incalzata dai media, specializzati nel generare polemica e frustrazione. E mi pare evidente che una grossa responsabilità stia nell'innovazione tecnologica, che ti spinge ad acquistare continuamente nuovi beni, ad imparare ad usarli, ad aggiornati, a cambiare modello, a provare quello più figo, insomma, tutte queste menate.
Si potrebbe governare per 3 ore al giorno anziché per 24 ore su 24? Si potrebbe ristrutturare casa meno spesso, non cambiare il pc per i prossimi 10 anni, farsi la barba una volta alla settimana, comprare il giornale ogni 3 giorni? Si potrebbe andare a scuola alle 9? Viaggiare ai 30 all'ora? Non viaggiare in aereo senza sentirsi defraudati di qualcosa? Una famiglia reggerebbe al fatto di rinunciare a non vedersi per tutto l'arco della giornata per almeno 5 giorni su sette?

L'articolo diceva infine che a passarsela meglio sono le coppie senza figli. I figli assorbono una quantità enorme di tempo (vero, anche se non l'assimilerei a quello trascorso in un altoforno) e paradossalmente costringono a lavorare di più (a volte per pagare qualcuno che badi a loro).

Era Bernard Shaw, se ricordo bene, che si chiedeva: se l'uomo fosse liberato dalla schiavitù del lavoro (Marx!), se avesse all'improvviso molto tempo libero, come l'impiegherebbe? Per leggere, studiare, elevare il proprio spirito? Per scoprire portentosi rimedi contro le malattie? Per accudire i propri simili?
L'evidenza empirica, a suo giudizio, dimostra che, no, la scelta cadrebbe su alcool e prostituzione.

Andy Warhol: "Cos'è la vita? Ti ammali e muori. Tutto qui. Per il resto, devi solo tenerti occupato". Per l'inventore della pop art il problema era il contrario, non il poco tempo ma come impiegare il tempo. L'uomo ha orrore del vuoto. Anche la politica ha orrore del vuoto, in ogni senso. I vuoti di potere devono essere immediatamente riempiti. Gli anarchici si sbagliavano di grosso presupponendo che gli uomini non vogliano essere comandati. "E a volte il vuoto lo riempiono i peggiori", commentava un diplomatico italiano pensando alla Somalia, al caos subentrato alla caduta di Siad Barre, ai signori della guerra. La lezione? Devi stare attento anche a liquidare un tiranno. Può darsi che poi vada peggio (come sanno bene gli iraniani)

Ma ad agosto a volte hai sul serio l'impressione che le cose rallentino. Il sole frusta la città e la sera le cose si distendono, tirano il fiato, l'acqua nel greto del fiume non scende più tumultuosa dalle montagne, pesante di fango, ma si disperde in tanti ruscelli fra le pietre.
Mangi lentamente un panino in un fast food. C'è una cantante nell'anfiteatro di cemento che intona un blues, ha forme rotonde, si accarezza un fianco.
A casa ci si libera dei vestiti, il corpo è sempre umido, come una macchina ben oliata, si passa e ripassa in mutande davanti alla finestra immaginando di essere spiati.
Ad agosto puoi usare la macchina in città, col gomito che sporge dal finestrino anche se potresti accendere l'aria condizionata. Niente fila a supermercato. Non devi cercare l'esotismo nei paesi lontani, ce l'hai per le strade, tutti i popoli della terra nel tuo quartiere, ogni genere di cultura, di vesti fruscianti, di decorazioni corporee, tatuaggi, hennè.

Settembre arriverà, c'è tempo per quella luce obliqua, per la canzone di Kurt Weil, c'è ancora tempo prima dei ripensamenti infiniti che arrivano con le foglie morte. Al momento c'è polvere e vento rovente all'improvviso che scuote le chiome e diffonde, c'e un torpore attivo, un motore immobile, una motocicletta che si allontana, cambiando marcia per affrontare la salita, c'è piscine, panchine, altalene che vanno da sole, c'è un parcheggio che cola, una scritta tracciata col dito, una coppia che si ama su un tetto, una birra o un vino bianco ghiacciato alle 11 quando fa più effetto, un serial killer acquattato dietro al cespuglio, un tuffo dal trampolino, che dura tantissimo.

Ho iniziato questa giornata con i Dead Wheater, bello elettrico. Ma si conclude con un brano sentito in tv, a corredo di un servizio del tg. Di un gruppo che non mi piace nemmeno così tanto. Coldplay. Well done.

Budda sulle Alpi - visita al museo della montagna di Messner







Qualche giorno fa sono andato a vedere il museo della montagna di Reinhold Messner a castel Firmiano, Bolzano. Le foto qui sopra sono state scattate lì, ovviamente (è vietato, Messner pare sia molto geloso delle immagini che lo riguardano).
Va detto che castel Firmiano/Firmian non è un posto come gli altri: è il più grande castello dell'Alto Adige, collocato in una posizione invidiabile, su un costone da cui si domina tutta la città, ed è il luogo dal quale Silvius Magnago pronunciò nel 1957 lo storico "Loss von Trient" ("via da Trento"), aprendo la stagione che avrebbe portato, 15 anni dopo, al Secondo statuto di Autonomia del Trentino Alto Adige. E pazienza se oggi sotto a castel Firmiano passa la galleria della superstrada per Merano; ai miei tempi il posto lo si raggiungeva attraversando un vecchio ponte ferroviario abbandonato sul fiume Adige (molto romantico, in effetti, anche se c'erano buchi fra un'asse e l'altra da farti cagare sotto) e vicino alle venerabili mura sorgeva la discarica cittadina.
Il museo, in sé, è suggestivo. Suggestivo è proprio la parola. Opere d'arte contemporanea e Buddha sparsi ovunque, senza distinzione fra cose pregevoli e altre deliziosamente pacchiane. Ambienti curati, luci giuste. Un museo zen, un museo-percorso per l'illuminazione. Modernissimo, già oltre l'ubriacatura per i computer e i maxischermi, già oltre l'interattività centrata sui bottoni da schiacciare che per un po' è stata la cifra dominante degli allestimenti. Molto coraggioso, in quanto a contenuti. Coglie il lato mistico della montagna, tralasciando tutte le noiose questioni geografiche, geologiche, naturalistiche. Tecniche, insomma.
Sicuramente vale una gita, anche due. E qui finisce la mia recensione positiva del museo. Perché mi accorgo che ne potrei scrivere anche una negativa, o per lo meno interlocutoria. Sullo stesso museo. E in ossequio al dualismo primigenio incarnato nello yin e yang, lo farò!

La recensione negativa potrebbe partire dicendo che il museo di Reinhold Messner, grande alpinista e scrittore, è in fondo uno stupefacente pateracchio new age. Scarsamente utilizzabile sul piano didattico. Certo, certo: la didattica fa a pugni con la poesia. Infatti, un po' la detesto. Però io non curo musei o mostre.
A Firmian, solo alla questione del "Loss von Trient" (e ovviamente alla storia del castello) sono dedicate, mi pare, un po' di parole. Per il resto, le spiegazioni sono quasi assenti, o se ci sono, si possono tranquillamente bypassare, per abbandonarsi alle gioie dell'esplorazione (il castello è grande ed è quasi tutto visitabile, attraverso passerelle e scale) nonché, a volte (ad esempio nella grotta dei cristalli) della pura contemplazione. Diciamo meglio: le parole sottolineano pensieri, evocano emozioni, suggeriscono stati d'animo. Raramente descrivono, semmai a volte enunciano qualche banalità antropologica del tipo: "In tutte le culture del mondo le montagne sono luoghi sacri...".
Da dove venga quella statua, quella tanka, quale sia il reale significato di tali oggetti, all'interno della loro cultura di riferimento... Ciò resta un mistero.

Riassumendo: il museo di Messner è un'eccitante esperienza sensoriale. Un'esperienza visiva e "fisica" ad un tempo. Apre spazi mentali, costringe a camminare e ad astrarre. Sbilanciato sull'Oriente, a scapito a dire il vero degli altri continenti, Europa compresa, ma soprattutto dell'America latina e dell'Africa. Adatto ai bambini (benedetti siano i musei, per questo).



Al tempo stesso, fa riflettere su quanto antiquate possono essere oggi forme più austere di trasmissione della conoscenza, e il discorso potrebbe spaziare dai musei fino ai libri. Forme basate su parole, frasi, descrizioni, resoconti, argomentazioni. Su percorsi un po' meno criptici, insomma.
Se le targhette esplicative, se i tradizionali tabelloni scompaiono dai musei perché nessuno li legge, perché sono pedanti, desueti, lontanissimi dai gusti dei giovani tirati su a corn flakes iridescenti e cd-rom interattivi, figurarsi che fortuna può avere oggi la parola scritta, che si ripete, pagina dopo pagina, scorrendo da sinistra verso destra, sempre uguale a se stessa (ad una prima occhiata), senza nemmeno una luce, una musichetta, un link, qualcosa che la riconduca alla civiltà dell'immagine e alle sue conquiste.
Certo, ci sono anche altre esperienze cognitive degne di questo nome. Si conosce attraverso le immagini, si conosce con le orecchie, si conosce con il corpo, arrossendo o rabbrividendo di fronte all'ignoto (questi rossori e questi brividi sono parte integrante del fascino dell'esotico). Ma, fatto il pieno di suggestioni, rimane qualcosa di irrisolto. Come il desiderio di un sapere un po' più...strutturato.

Detto ciò, quasi in fondo al museo (chissà perché le note di "Blowin' in the wind" in sottofondo, solo per quella strofa sulle montagne?) mi sono imbattuto in una scritta, che riporto per intero. E' new age, non è firmata, vuol dire nulla, è solo un abuso verbale. Ma suona grandiosa.

IL TRAMONTO E' OVUNQUE
L'abbandono racchiude quanto è custodito, come il gesto vano racchiude la sfida. Oltre a ciò che è percepito dagli altri, esiste anche l'assurdo. Il significato della montagna è dunque racchiuso nella loro (sua? ndr) insignificanza. Così la montagna diviene una trappola per il tempo, anche perché nello spazio remoto è possibile la decelerazione.

Dopodiché, forse non ho capito un cazzo io e questo è un monologo del demone divoratore di senso, come dottoreggia qui l'Espresso, per chi vuol andare a leggere.

Non me ne frega niente se questo pezzo ha 31 anni



Questa è "Public Image", dei Public Image LTD, dall'album "Public Image", inciso nel 1978, dopo lo scioglimento dei Sex Pistols. Ma chi lo ha postato su youtube l'ha chiamato "la miglior linea di basso di sempre", e c'è del vero nell'esagerazione. Perché Jah Wooble è stato un grande bassista e nei Pil c'era anche un altro talento misconosciuto, Keith Levene, la cui chitarra qui e soprattutto su "Metal Box" sembra unghie arruginite che grattano su un vetro, ed è perfetta (pare abbia ispirato quella, oggi multimilionaria, di the Edge).
Mi spiace per John Lydon, mi spiace che il suo bisogno di soldi o di suonare lo spinga a fare il verso a se stesso, a portare in giro i Sex Pistols redivivi come in un patetico karaoke. Perché è stato un grande. Ma uno che ha sputato in faccia allo star system come lui ha fatto con i Pistols di "Never mind the bollocks" e poi inciso, con i Pil, uno dei dischi più abrasivi della storia del rock ("Metal Box", appunto, e parlo di rock, non di cose troppo lontane dalla musica di Presley e co. come quelle di Nico o di Throbbing Gristle, perché lì siamo su un altro terreno), semplicemente non aveva il diritto di tentare di diventare un evergreen (e dico "tentare", appunto). Doveva ritirarsi in solitudine a scrivere odi ossianiche o ad allevare pescegatti. E' come se cristo fosse tornato trent'anni dopo a rifare lo stesso numero, miracoli, crocifissione, resurrezione, cena, ascensione... Chi l'avrebbe preso sul serio? Certe cose si fanno una volta soltanto.

Rifugio Gran Pilastro



In cima alla val di Vizze, lassù sulla sinistra, sospeso sopra la lingua del ghiacciaio.