Sri Lanka - Landscape from the top of Sigiriya

 
Eravamo saliti solo io e Alice. Un sentiero attrezzato, però ugualmente vertiginoso. Si stava avvicinando il temporale. Fra le rocce, all'attacco della salita, branchi di scimmie ipercinetiche. Eravamo soli.
Siamo saliti sempre più su, gradino dopo gradino, aggrappati a vecchi ferri arrugginiti, avvitati alla parete rocciosa. Infine siamo approdati alla cima. Gli unici, fin quando non ci ha raggiunto una coppia di ragazzi cinesi. Uno di quei momenti belli. Quando sei in cima a qualcosa e vorresti salire ancora, di slancio, vorresti trovare la corda che pende dal cielo.
Non aveva piovuto, solo ammassi nuvolosi sopra la savana e i villaggi e le strade in riparazione e i corsi d'acqua e i chioschi e le rovine e i lodges e le risaie.
Boato nel ricordo, nel tempo che verrà.

Lou Reed - Men Of Good Fortune






Riflessione sulle origini familiari, da parte di un personaggio nichilista che non riesce a prendere posizione (tipico dei personaggi di Lou Reed).

Gli uomini di buona famiglia spesso fanno cadere imperi
mentre gli uomini di umili origini
spesso non possono fare proprio niente
Il figlio ricco aspetta la morte di suo padre
il povero può solo bere e piangere
e a me, a me non frega proprio niente

Gli uomini di buona famiglia molto spesso non riescono a fare niente
mentre gli uomini dalle origini umili spesso possono fare di tutto
Cercano di comportarsi da uomini gestiscono le cose
al meglio delle loro possibilità
non hanno un papà ricco su cui contare
Gli uomini di buona famiglia spesso fanno cadere imperi
mentre gli uomini di umili origini
spesso non possono fare proprio niente
Ci vogliono soldi per fare soldi, dicono
guardate i Ford,
non hanno cominciato così?
in ogni modo, per me non fa alcuna differenza

Gli uomini di buona famiglia
spesso desiderano morire
mentre gli umili
vorrebbero ciò che hanno loro
e morirebbero per ottenerlo
Tutte quelle grandi cose che la vita ha da offrire
vogliono avere i soldi e vivere
a me, a me non frega proprio niente

Gli uomini di buona famiglia
uomini di umili origini
Gli uomini di buona famiglia
uomini di umili origini...




Dublino


Vieni. Riempi quest’assenza. Riempi queste cavità risonanti. Vieni da laggiù dove sei, vieni dal tuo cielo, vieni sotto il mio. Non importa quello che hai fatto, non importa quello che ci è successo, non importa quello che abbiamo vissuto, non importa chi abbiamo lasciato, e come.

Vieni a Dublino, prendi la strada che sai, dall’aeroporto fino a qui. Sali i gradini, suona alla mia porta, non farti spaventare dalla distanza, non lasciar perdere per la pioggia, non pensare a quello che ci siamo detti l’ultima volta, a come lo abbiamo detto, tutti i corpi tesi, innervati di rabbia, corpi che si erano allacciati, corpi che si erano riconosciuti.

Vieni adesso, non lasciare passare un altro minuto, prenota l’ultimo posto, prendi un taxi, lascia una mancia generosa, lascia che luci azzurre ti inseguano vanamente, fatti portare agli imbarchi, non portare nulla con te, ci sono ancora le cose che hai lasciato quella sera, il tuo spazzolino, il tuo rasoio, la tua schiuma da barba, l’ombrello, il gel, la custodia dei tuoi occhiali, la t-shirt che indossavi la notte.

Vieni col tuo passo pesante, vieni con il tuo rancore, vieni con il tuo calore, lascia scorrere la pioggia oltre i vetri, lascia che il mare si alzi e sbatta con forza contro le paratie, lascia che i pali ondeggino nella bufera, che i tralicci crollino del loro peso, lascia che la grandine riempia i pozzi e i camini, che le vallate tremino di gelo, che i fiumi si prosciughino sotto la sferza del sole, che la terra si spacchi e lasci uscire i suoi fumi. Vieni con le tue scarpe italiane, vieni con la tua sciarpa di cashmere, con la tua borsa di pelle, con il tuo Joyce, passa oltre l’Abbey Theatre, passa il Trinity College, non sai quanti ci hanno lasciato l’anima? Supera di slancio il Temple Bar, non sai, oh, lo sai bene, lo sai eccome, quanti sono rimasti lì, troppo a lungo, una pinta e poi un’altra pinta? Passa il Liffey, non indugiare, non fissarti sull’acqua che scorre, non guardare il cielo, lo sai quanti ci hanno lasciato gli occhi? Vieni qui,stai con me, dietro ai vetri, stringiti a me, non portare niente, neanche un regalo, non portare il tuo passato, non portare nemmeno il nostro, di passato, vieni a mani vuote e stringimi, accarezzami, vieni a lasciarmi lividi sulla pelle bianca, vieni a incalzarmi, a insultarmi, a dissodarmi, ad ararmi, vieni con tutta la tua dolcezza, vieni con la timidezza che ti impedisce persino di ordinare al ristorante, con i tuoi pensieri dispersi, radunali, dammeli, fammici affondare le mani, fammeli toccare, fa che li separi per vederli meglio e poi mostrarteli, ecco, questo sei tu, guardati, riconosciti, ti aiuterò, li rimetterò assieme, per te, perché tu possa specchiarti, perché tu possa dire: “Sì, mi sembrava, ecco, mi sembrava di essere così, di essere stato, così, almeno una volta, ecco dunque la mia faccia, ecco la mia vita, ecco il pescato in fondo ai miei misteri, ecco le mie inclinazioni, i miei doveri, ecco l’arcobaleno che sciabola dalla mia infanzia all’attimo presente, ecco i colori di cui è intessuta la trama dei miei sogni.”

Vieni adesso, ci siamo fatti del male, ci siamo fatti del niente, voltandoci le spalle, ignorandoci, facendo come non ci fossimo mai incontrati, come se ci fossero paludi, fra noi, fogne scoperchiate, miasmi, fetori, trova la spinta dei tuoi lombi, trova il respiro possente per spiccare il salto, sopra le sabbie mobili dell’orgoglio, la tagliola dei piaceri occasionali, la falsa coscienza del tempo che passa, le ore-ore di televisione, computer, biblioteche, shopping, le domeniche vuote, le palestre, le saune, i film, i romanzi, i segnali di fumo, le carte geografiche, le vacanze prenotate, le partenze rimandate, lascia che il vento gonfi la coda del tuo cappotto, sollevi il colletto della camicia, faccia vela con ogni tessuto che indossi, ti trascini via da ovunque tu abbia trovato rifugio, segui la strada che sai attraverso la cortina della pioggia, segui i graffiti sui muri, parlano di te, segui le vetrine, i neon, i manifesti, i battenti di ottone, i giardini, le insegne dei pub, segui le geometrie orgogliose, i profili fatiscenti, le chiese, i cambiavalute, i fast food, i ristoranti cinesi, le scritte in gaelico, segui la corda rossa della memoria, vieni in questa via di Dublino, bussa a questa porta, entra, togliti il cappello, scuotiti, siediti, fa che io sia, di nuovo, la tua casa.


Afono



L' afonia è un disturbo, temporaneo o permanente, caratterizzato dall'incapacità totale di produrre suoni con la voce.

Ipocrisia olimpica

L'ipocrisia regna sovrana e riscuote anche molto successo, specie sui social network, il che dimostra che i frequentatori di FB ecc. non sono l'avanguardia della nuova umanità. L'ultima in ordine di tempo è l'espulsione dai giochi olimpici di una saltatrice greca, tale Voula Papachristou, che ha inviato un tweet "razzista". Ora, a me il razzismo fa vomitare, mi sembra il grado zero dell'intelligenza umana, ma da quand'è che si controlla la caratura ideologica degli atleti olimpici prima di ammetterli ai giochi? Davvero qualcuno pensa che razzisti non ce ne siano fra le compagini italiana, israeliana, ugandese ecc.? Fra l'altro, il 90% delle fonti citava il tweet e non spiegava nulla, segno questo che l'informazione che si fa su questi eventi (eventuccoli, nevvero...) è approssimativa e incomprensibile ai più. "Con così tanti Africani in Grecia le zanzare del Nilo occidentale almeno mangeranno cibo di casa!!!!". Uno legge e si dice: boh. Cosa vuol dire? Perché parla degli africani in Grecia se è a Londra per le olimpiadi? Con chi ce l'ha? E il Nilo? Mah.
A furia di cercare ho trovato finalmente il riferimento corretto (sul sito di un quotidiano di provincia): in sostanza, ad Atene è scoppiata un'epidemia di febbre del Nilo (forse parente della malaria, visto che a trasmetterla sono le zanzare) e un cittadino greco è anche morto. Detta così, dunque, una pessima battuta. Ma giustifica un'espulsione dalle Olimpiadi?
E la giustifica il fatto che un'altra atleta si sia portata a letto il fidanzato? Davvero si pensa  ancora che l'attività sessuale sia nociva a quella sportiva? Non era passata di moda questa credenza? Non si era detto che semmai è vero il contrario? Oppure la brasiliana Iziane Marques, espulsa dalla squadra femminile di basket, ha violato qualche altra regola, che riguarda magari la sicurezza? La cosa divertente è che la Marques anziché fare casino ha ammesso la colpa e ha chiesto scusa. Questi giovani d'oggi sono giovani d'ordine, si succhiano tutto senza dire "bao".

Ipocrisia e perbenismo regnano sovrani anche sul web. Ultimamente vanno di moda dei post assurdi con foto che ritraggono donne africane stremate dalla fame o altre che hanno donato un organo ad un parente, associate ad un commento del tipo: altro che la farfallina di Belen, questa donna sì che...
Ora, la farfallina di Belen (e tutto ciò che riguarda Belen) ci ha rotto i sacchetti scrotali da un bel po'. Ma cosa c'entri lei con i disastri del mondo è davvero difficile da capire (a parte i disastri causati dal gossip, ovviamente, ma insomma,  non è che il gossip lo si può eliminare fisicamente a colpi di lanciafiamme come i libri nel romanzo di Bradbury r.i.p.).
Fare provocazioni di questo tipo è facilissimo. Balotelli accanto a un profugo del Mali dopo una settimana di gommone senza acqua e cibo, Scarlett Johannson fianco a fianco con una malata terminale, Draghi o Bill Gates con un paria di Calcutta...
Queste idee ce le aveva Oliviero Toscani 20 anni fa, erano un po' azzardate già allora, hanno fatto la fortuna di "Blog", ora direi basta. Gli accostamenti stranianti o provocatori, se proprio dobbiamo farli, facciamoli meglio di così e asciughiamoli dal moralismo che ne gronda, please!

Che il moralismo, se non si sapesse, è proprio l'esatto contrario della morale. E' quel velo peloso e appiccicoso (può una cosa essere al tempo stesso pelosa e appiccicosa? Direi di sì) che dove si posa rende tutto indistinguibile, saturo, iperglicemico. Insomma, una schifezza.

Il regno animale



Questa immagine appartiene alla copertina di un libro che non ho letto. L'autore è Francesco Bianconi, anche cantante dei Baustelle, il che dovrebbe essere una mezza garanzia, ma chissà, non è sempre detto...
A me, piace la foto. So che girava su Facebook e pare sia stata censurata. Anche questo lo so e non lo so. Non è stagione di certezze granitiche...
C'è molto in questa foto. C'è una ferinità - nella donna - lontana dai modi in cui essa viene solitamente rappresentata, lontana dalle iconografie scontate, dai luoghi comuni (la pantera, la tigre, la mantide ecc. ecc.). Ci sono due paia di occhi carichi di espressività, ma è nello sguardo della donna la luce della "conquista", anche se il suo corpo è coperto di graffi. Una conquista accentuata dalla posa, dal gesto di sorreggere, di portare, lei, l'animale sulle spalle. Chi porta è il più forte; chi è sorretto è  il più debole dei due, è quello che dipende, che ha "bisogno".
E poi, quei graffi parlano della capacità di soffrire, per raggiungere un obbiettivo, un traguardo, un apice.

E questo è quanto, per ora.

25 aprile - libertà

Mio padre ha fatto la Resistenza. Nei suoi momenti "neri" diceva che non era servito a niente. Eppure non era comunista. Suppongo che per lui come per molti altri ragioni "pubbliche" (politiche) e frustrazioni private si mescolassero, che a volte desse la colpa alla società di insuccessi o insoddisfazioni dovute (anche) ad altro, a debolezze personali, ad esempio.

A volte invece ero io ad estremizzare, e lui era posato, ragionevole. Conteneva la mia giovanile intemperanza.
Una famiglia un po' poco adatta al mondo. Come un innamorato (l'innamorato di cui parla Barthes, ovvero un paria).

Dopodiché, questa è libertà? Certo, non abbiamo il fascismo. Non siamo obbligati ad andare a fare ginnastica in piazza la domenica e non ci mandano in Etiopia a conquistare terre altrui. Non siamo obbligati a prendere la tessera del fascio (anche se schierarsi dalla parte giusta al momento buono fa sempre comodo).

 E' tutto qui? Basta questo per definirci liberi? Che genere di libertà? Di voto? Di coscienza? la libertà della Goldman Sachs, di Moody's, del FMI? Di Berlusconi, Monti, Passera, di personaggi di cui ignoriamo persino il nome, che comandano a Washington, a Wall Street, nei meandri dei palazzi che si affacciano su piazza Tienanmen (sopra ai quali sventolano ancora le bandiere rosse)? la libertà della tecnica, dei microchip? Dei centri di ricerca? Quanto conta la democrazia nell'era dei mercati globali, della finanza globale, del subprimes, dei derivati? E posto che oggi siamo liberi, che perlomeno non abbiamo il Grande Inquisitore che veglia sulle nostre azioni, che siamo liberi di andare in sauna e in palestra, mangiare sushi, vestire pantaloni e magliette cuciti per noi da schiavi asiatici, girare un video o scrivere un blog, andare in vacanza, studiare in mediocri università asservite al triplice imperio tecnologia-innovazione-competitività, se dunque siamo liberi, liberi dal bisogno immediato, dalla necessità di procurarci dell'acqua pulita da bere, ad esempio, liberi di bere, usare internet, pregare gli dei che vogliamo, scopare o persino non scopare, allora "come dobbiamo vivere"? (J. Franzen).

Che non ci vengano più a decantare l’Egitto e i Tiranni tartari! Quei dilettanti antiquati erano solo dei pataccari pretenziosi nell’arte suprema di far spremere alla bestia verticale il massimo sforzo. Non sapevano, quei primitivi, chiamare “Signore” lo schiavo, e farlo votare di quando in quando, ne’ pagargli il giornale, ne’ soprattutto portarselo in guerra, per fargli sbollire le passioni. (L.F. Céline)

Punti di vista sulle relazioni umane


Citazione.

"(..) si assiste ad una mancanza di reciprocità: la personalità più forte, che tende al possesso dell’altro, detta le regole del gioco, decide autonomamente, sovente non dichiara il proprio pensiero perché non lo ritiene necessario e, nel momento in cui informa e rende partecipe l’altro delle proprie scelte, si altera se questi non asseconda compiacente e silente tali decisioni."

E poi, le asprezze del linguaggio.

Like a rolling stone





Questa canzone, indubbiamente, è un capolavoro. Non so più quale rivista l'ha votata addirittura come migliore canzone del XX secolo.
Entrambe le versioni sono straordinarie. Quella di Jimi Hendrix ne esplora le potenzialità, com'era nella natura dell'uomo, un esploratore delle potenzialità della chitarra, soprattutto dal vivo (in studio a volte l'ho sempre trovato un po' "tarpato", anche se, ovviamente, stiamo sempre parlando di vette altissime).

Ma...c'era un "ma", che mi pesava. Cosa rendeva la canzone di Bob Dylan più speciale, oltre al fatto che l'aveva scritta lui, appeso per le mani al ramo di un albero con un fiume limaccioso che scorreva sotto i suoi piedi, come mi pare di avere letto una volta?
Ecco: che Dylan la canta come dev'essere cantata, con un più di DELIZIOSO RANCORE. Perchè questa è senza dubbio una canzone rancorosa, una vendetta postuma, o qualcosa del genere. Nei confronti di chi, lo sa solo lui.

Hendrix ne ha tratto una versione monumentale, musicalmente. L'attacco da solo, quell'ingranare il riff con tutta quell'energia, vale tanti di quei dischi...
Ma ascoltandolo, ti chiedi se sia pienamente consapevole di cosa dicono le parole. Se le senta come sue, nel profondo. Se lo nutra anche lui, quel rancore, nei confronti di quella ragazza che un tempo vestiva così bene, quella ragazza che adesso sa come ci si sente, a stare da sola, senza trovare la direzione di casa, una perfetta sconosciuta, come una pietra che rotola. Forse sì. Forse no.
Dylan, sia che si riferisse a Edie, come è stato a volte ipotizzato, gli Stones lo suggeriscono apertamente nel video che accompagna la loro cover (e calzerebbe a pennello), sia che stesse dando corpo ad un generico impasto di emozioni misogine che si portava dentro (e che in effetti caratterizzano tanta parte della sua musica), Dylan lo sa eccome.

Words




Era un pezzo di Harvest, oggi si direbbe una "traccia". Suonato così, sono chitarre che sognano, piangono. Fra le rughe del tempo.

C'è di che stupirsi, che il tempo non cambi mai niente. Ma forse no.

Si muove sempre come un orso, senza eleganza, sotto un cielo inglese. Bambini accendono fuochi sul prato.
Fa sempre ciò che vuole, cosa che possono permettersi solo i grandi.
Bisogna ascoltare fino in fondo, chi ha la pazienza? Gli assoli sono scomparsi dalla musica, quel modo di navigare sulle note dell'improvvisazione, i pieni e i vuoti, il tempo dilatato. Nulla che possa friggersi subito, lì su due piedi, il tempo lisergico dei pensieri e delle parole in rima, il tempo di lasciare invecchiare le cose, la passione, occhi chiusi. Quando li apri, sono umidi.

If I was a junk man selling your cars
Washing your windows and shining your stars
Thinking your mind was my own in a dream
What would you wonder and how would it seem
Living in castles a bit at a time
The king started laughing and talking in rhyme, singing...

Istanbul












Istanbul, Fener e Corno d'Oro, marzo 2012.