Mio padre ha fatto la Resistenza. Nei suoi momenti "neri" diceva che non era servito a niente. Eppure non era comunista. Suppongo che per lui come per molti altri ragioni "pubbliche" (politiche) e frustrazioni private si mescolassero, che a volte desse la colpa alla società di insuccessi o insoddisfazioni dovute (anche) ad altro, a debolezze personali, ad esempio.
A volte invece ero io ad estremizzare, e lui era posato, ragionevole. Conteneva la mia giovanile intemperanza.
Una famiglia un po' poco adatta al mondo. Come un innamorato (l'innamorato di cui parla Barthes, ovvero un paria).
Dopodiché, questa è libertà? Certo, non abbiamo il fascismo. Non siamo obbligati ad andare a fare ginnastica in piazza la domenica e non ci mandano in Etiopia a conquistare terre altrui. Non siamo obbligati a prendere la tessera del fascio (anche se schierarsi dalla parte giusta al momento buono fa sempre comodo).
E' tutto qui? Basta questo per definirci liberi? Che genere di libertà? Di voto? Di coscienza? la libertà della Goldman Sachs, di Moody's, del FMI? Di Berlusconi, Monti, Passera, di personaggi di cui ignoriamo persino il nome, che comandano a Washington, a Wall Street, nei meandri dei palazzi che si affacciano su piazza Tienanmen (sopra ai quali sventolano ancora le bandiere rosse)?
la libertà della tecnica, dei microchip? Dei centri di ricerca? Quanto conta la democrazia nell'era dei mercati globali, della finanza globale, del subprimes, dei derivati?
E posto che oggi siamo liberi, che perlomeno non abbiamo il Grande Inquisitore che veglia sulle nostre azioni, che siamo liberi di andare in sauna e in palestra, mangiare sushi, vestire pantaloni e magliette cuciti per noi da schiavi asiatici, girare un video o scrivere un blog, andare in vacanza, studiare in mediocri università asservite al triplice imperio tecnologia-innovazione-competitività, se dunque siamo liberi, liberi dal bisogno immediato, dalla necessità di procurarci dell'acqua pulita da bere, ad esempio, liberi di bere, usare internet, pregare gli dei che vogliamo, scopare o persino non scopare, allora "come dobbiamo vivere"? (J. Franzen).
Che non ci vengano più a decantare l’Egitto e i Tiranni tartari! Quei dilettanti antiquati erano solo dei pataccari pretenziosi nell’arte suprema di far spremere alla bestia verticale il massimo sforzo. Non sapevano, quei primitivi, chiamare “Signore” lo schiavo, e farlo votare di quando in quando, ne’ pagargli il giornale, ne’ soprattutto portarselo in guerra, per fargli sbollire le passioni.
(L.F. Céline)
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Pensierini su/di Bauman, la libertà, la solidarietà
"La politica che si ispira alla saggezza postmoderna si orienta verso una continua ri-affermazione del diritto degli individui liberi a perpetuare e garantire le condizioni della loro libertà. Ma per fare questo ha bisogno di essere guidata dal triplice principio di Libertà, Differenza e Solidarietà ove solidarietà è la condizione necessarie e il contributo collettivo essenziale alla vitalità della libertà e della differenza. Ma se il mondo postmoderno è capace di generare da se stesso Libertà e Differenza lo stesso non si può dire per la Solidarietà. Ma senza solidarietà nessuna libertà è sicura mentre le differenze e il tipo di politica dell’identità che tendono a generare conducono, non di rado, alla interiorizzazione dell’oppressione."
Qui, a quanto pare, sta il paradosso della postmodernità: per realizzare appieno libertà e differenza essa necessita di solidarietà. Di responsabilità di fronte al volto dell’Altro. L’Altro che ci è sempre straniero. Solo così l’incertezza e l’inquietudine postmoderne potranno - forse - sedarsi.
Così Zygmunt Bauman.
Bauman è preoccupato dagli eccessi della libertà e usa i termini "postmoderno" e "postmodernità" come sinonimi o quasi di "liberalismo", "liberale" e persino di "democratico" (le società liberaldemocratiche sono capaci di generare da se stesse Libertà e Differenza è una frase che funziona altrettanto bene della sua). Il bersaglio potrebbe essere, più concretamente, il "neoliberismo". In Italia, a onor del vero, il neoliberismo tatcheriano e reaganiano non l'abbiamo mai conosciuto. In Italia la destra è un'ambigua espressione del solito, vecchio populismo. Non fa appello all'individuo, o alla mano invisibile del mercato; fa sempre appello al popolo, al Paese, al bene comune.
Del resto, di quale libertà parlavano i neoliberisti? Di quella garantita dal denaro, dalla CIA, dai servizi segreti? Il figlio della Tatcher collaborò all'organizzazione di un colpo di stato in Guinea equatoriale, un avventuriero mercenario molto lontano dall'icona algida e spietata della madre che ha pagato milioni di dollari per tirarlo fuori dalle prigioni e dai processi in cui è stato coinvolto.
Gli alfieri della libertà hanno spesso qualcosa da nascondere; si può essere liberi solo quando/se si rinuncia a qualcosa, non quando si prende/pretende sempre di più, e di più.
In quanto alla solidarietà, è cosa molto concreta e senza colore. Personalmente non so se sarei in grado di praticarla come quei quattro volontari del soccorso alpino che sono stati seppelliti ieri a Canazei. Eccola lì la solidarietà delle terre di montagna: partire mentre il sole tramonta e il pericolo valanghe è classificato 4 su 5 per andare a soccorrere due escursionisti di cui si ignora tutto anche l'identità; e farlo gratis, lasciando a casa famiglie, figli, calore, sicurezze. Sì, non so se sarei in grado di farlo. Indubbiamente, però, la solidarietà è questa. E, di nuovo, al pari della libertà, essa presuppone delle rinunce.
Gli eccessi della solidarietà poi si scontano con un "meno" di libertà, ovviamente. Con una coesione che è anche controllo sociale, spesso implicito, spesso avvertito dalle comunità come assolutamente naturale. Bauman vede anarchia dappertutto, vede l'impero del desiderio, e a volte ricorda certi passaggi (invero deliziosi) dei romanzi di Kundera, la logica dei diritti umani spinta alle sue estreme conseguenze, quando chiunque ha qualche diritto umano da rivendicare, il che produce un "impazzimento sociale" generale, il delirio rivendicazionista che paralizza le città e i centri decisionali.
Ma sembra non tenere in nessun conto la realtà delle valli e dei paesi di cui è pieno il mondo. I meccanismi per ridurre le differenze, per limitare le intemperanze dell'individualismo (nonché le umanissime richieste degli individui, come quella di avere una "buona morte", per restare a un caso di cronaca recente) funzionano eccome, fin troppo bene. Con tutto il bene, appunto (in termini di sicurezza e uguaglianza) e anche con tutto il male (in termini di appiattimento) che ne derivano.
Oggi l'onda lunga della postmodernità si infrange sui bastioni dei nuovi fondamentalismi. Personalmente non ho dubbi: dovendo scegliere fra due poli opposti, meglio Warhol, meglio la crisi del valori, meglio l'anomia della postmodernità delle granitiche certezze dei maestri della fede, degli ayatollah.
La vita reale fortunatamente non è così polarizzata, quantomeno non nelle nostre società democratico-liberali. Dovremmo tenerlo a mente. Dovremmo difendere il carattere sfaccettato, un po' molliccio, un po' "liquido", per usare un aggettivo caro a Bauman, dei nostri mondi. Dovremmo difendere la loro esuberante vitalità così come le loro ombre, le loro cupezze, la loro incessante produzione di interrogativi e dubbi. Invece a me pare a volte che alla gente la libertà - intesa come principio e non come querula, petulante perorazione di prebende, di favori, di deroghe - sia venuta a noia.
La laicità è performativa, mi ha detto una volta Gian Enrico Rusconi. Intendeva dire che produce immediatamente degli effetti nella vita reale. Che è il presupposto per tutto il resto. La precondizione.
Beh, insomma: la libertà e la precondizione. Bauman ne sembra spaventato. Spaventato dall'umanesimo. Spaventato dalla modernità prima ancora che dalla postmodernità. Dalla sostituzione della Legge con l'Uomo. Certo, l'uomo è capace di Auschwitz e di Treblinka, della Tratta degli Schiavi, di Hiroshima. Ma è tutto ciò che abbiamo. L'uomo e la sua libertà. Anche per il dialogo con l'Altro. Per questo si può dialogare con tutti ma è così difficile farlo con chi nega i presupposti stessi del dialogo, ovvero la libertà e ciò che da essa discende (laicità, democrazia ecc.)
Questo è oggi il paradosso più grande che dobbiamo affrontare. Come dialogare con i merdosi Talebani, afghani e magari anche di casa nostra. Un paradosso molto più grande di quello che ci propone la postmodernità, Zygmunt.
Foto: mostra di arte contemporanea ad Hanoi, Vietnam (m. pontoni)
Le vie della censura: nuovo processo a Orhan Pamuk

Riagganciandomi al post precedente, e a quello di Leonardo (che più ci penso più mi fa incazzare), ecco una notizia fresca sullo scrittore turco Orhan Pamuk, che sarà ospite stasera a "Che tempo che fa" (tempismo perfetto, caro Fazio!).
Scrive Repubblica: "La Turchia più profonda, quella dei nazionalisti e dei servizi segreti, burocratica e antieuropea, non molla Orhan Pamuk. Con una sentenza inaspettata, e dunque precisa nella volontà di colpire il bersaglio, la cassazione ha deciso che lo scrittore dovrà essere nuovamente processato per villipendio allo Stato. Il motivo? Villipendio all'identità nazionale, per una frase pronunciata sui massacri armeni compiuti ai tempi dell'Impero Ottomano" (l'ultimo scorcio dell'Impero, in realtà, già sul punto di crollare sotto i colpi infertigli dalla Prima guerra mondiale).
In pratica la colpa di Pamuk (per la quale aveva già subito un processo) sarebbe quella di avere ricordato, in un'intervista rilasciata ad un giornale straniero, che in Turchia sono stati uccisi un milione di armeni e circa trentamila curdi (curdi di cui fino in epoca recentissima la Turchia nemmeno riconosceva l'esistenza, chiamandoli "turchi di montagna").
Le vie della censura sono infinite. Se ad Alemanno dispiace "Romanzo criminale" perchè presenta i malavitosi in maniera "simpatica", ai turchi dispiace il loro più grande scrittore (leggere "Neve" per credere) perchè rivela qualcosa che tutto il mondo già sa e che solamente le autorità turche nella loro ottusità non vogliono ammettere. Mentre al Papa com'è noto non piacciono film come "Il codice Da Vinci", perché descrivono un Vaticano impegnato a tramalciare; mentre ai musulmani non piacque, all'epoca, Salmar Rushdie, perché nei suoi "Versetti satanici" aveva trasformato il profeta Mahmud in "Mahund". Mentre agli italiani non piace il film libico "Il leone del deserto", che racconta le nefandezze compiute dai nostri in Libia, durante il fascismo. E' così via e così via, all'infinito, c'è sempre una qualche autorità pronta a considerare un libro, un film, un quadro, una dichiarazione pubblica "censurabile", perché offende l'onore della patria, perchè è immorale, perché è diseducativa, perché mette delle strane idee in testa ai giovani (anche Socrate venne condannato alla morte - che si autoinflisse - per questo motivo, perché traviava le giovani menti con i suoi ragionamenti sofisticati...).
La libertà di espressione è prima di tutto una difficile conquista, poi qualcosa di difficile da gestire: obbliga ciascuno a sopportare qualcosa, ci obbliga a sorbirci anche le fiction trash, la tv spazzatura e Emilio Fede. E' una responsabilità che i paesi liberi (qualsiasi cosa significhi oggi, specie in Italia) portano per tutti, specie per quelli dove se pronunci una parola di troppo rischi di sparire, è uno sporco mestiere che ci obbliga a venire a patti anche con l'arte contemporanea, quella che espone in galleria mucche squartate e rane crocifisse. Ma non dobbiamo mai, mai dimenticare che all'origine è stata una conquista, qualcosa per la quale qualcuno si è battuto, e quella battaglia ci consente oggi di leggere Henry Miller o di vedere "Ultimo tango a Parigi" senza dover andare in Francia per farlo.
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