Un po' di foto del 2010


California dreamin' (in Sicilia).


Bath.


Me, beginning of the year.


Fiume Zambesi.


In Uganda.


Bath, again.


Il cielo sopra Caia (Mozambico).

Una costa conosciuta che si allontana

(raccontino)

La guardava cantare e vedeva in lei la sua stessa arroganza, tipica dei timidi, la stessa noncurante ambizione, il talento mescolato ad una naturale insofferenza. Vedeva l'uomo trent'anni prima, i capelli sul viso, a proteggersi e a sfidare, solo che il suo talento all'epoca non si esprimeva nel canto ma nella scrittura.
Si vedeva nell'atto di ritirare un premio con la sinistra infilata nella tasca, si vedeva con la camicia azzurra fuori dai pantaloni. Dare del tu ai professori. Andare in giro da solo per strada mangiando una mela o fumando precocemente.
Certo, c'erano anche le differenze. Nel modo di vestire, di impiegare il tempo, lui ne aveva avuto molto di più, a disposizione, anche per annoiarsi. Nei modelli da imitare. Forse, in un diverso stadio della maturità.
Sapeva però che queste sono cose destinate a evaporare, lasciando sul fondo l'intima essenza, quel nucleo duro e inattaccabile che non si scioglie, le propensioni alla felicità e all'infelicità, i modi di reagire, insomma, ciò che conta, il precipitato, la base, ciò che rimane in cima alla forchetta.
La vedeva guardarsi attorno, infastidita che una compagna avesse stonato. Ridere con la spavalderia dei ragazzi per le formalità del mondo adulto. Cercare con gli occhi la complicità di un'amica.
Guardava quell'apparizione sul palco, quella voce solista che spiccava sulle altre, come si guarda la riva di una costa conosciuta che lentamente si allontana, stupendosi del tempo passato e passato assieme, stupendosi di più ancora per il fatto che lui, lì, non si sentiva cambiato affatto da quando la portava in giro sulla carrozzella, sotto ai cieli siderali di un altro inverno. O forse non è così, è che i cambiamenti lenti, che sgocciolano giorno dopo giorno, sono come l'agonia dell'aragosta in pentola, li si avverte troppo tardi o troppo alla fine.

Amore nel pomeriggio

(raccontino)


L'amore nel pomeriggio era diverso rispetto a quello della notte e diverso anche rispetto a quello della mattina. La luce di marzo entrava nella camera passando attraverso i doppi vetri e le tende, era la luce lattiginosa di marzo, passava attraverso le nuvole, spandeva chiarore diffuso, la luce di marzo li rivelava.
Nella camera entravano anche i suoni. Era la vita della città di fuori, tutt'attorno, si allargava in cerchi concentrici, rifrangendosi sulle pendici delle montagne: due donne che si salutavano in cortile, l'autobus, un colpo di clacson, di giovedì il mercato di strada che smobilita con rumore di cassette, di pali di ferro caricati su camion e furgoni, di motori che fanno manovra in spazi limitati. Se avesse fatto attenzione, se avesse avuto gli stessi poteri di Freccia Nera, avrebbe potuto sentire persino il rombo remoto dei treni della zona industriale, oltre il fiume e il cavalcavia dell'autostrada, il tichettio delle tastiere dei computer negli uffici provinciali, l'allegro vociare dei bambini all'uscita dell'asilo e tutto questo significava qualcosa per lui, e qualcosa di diverso per lei.
Lui avrebbe voluto conoscere i suoi suoni, quelli che lei aveva udito da bambina, per anni, quando si svegliava, quando la mamma la vestiva e poi quando aveva imparato a vestirsi da sola, ma non è la stessa cosa, vivere o farselo raccontare, un pensiero irragionevole; per un istante, prima, aveva desiderato essere lei, aveva desiderato acutamente poter rinascere in lei e rivivere la sua vita in quel corpo, da zero, dall'inizio e attraverso le sue infinite scoperte. Nell'arco della bocca, nella curva del collo, nell'incavo del grembo, fino alla punta dei piedi.

A volte gli sembrava che tutta la città si affacciasse, che non fossero soli. Poi si chinava e non ci pensava più, non pensava più a niente tranne a quello che stava facendo, un gesto come...come portare alla bocca il piatto della vita, sì, magari fossero sue quelle parole, invece era certo di averle lette in un libro, ma le sentiva come sue, del resto a questo servono le parole nei libri, sono parole che rivelano, come un certo tipo di luce.
A volte sentiva passi scendere le scale del condominio, di persona anziana, un piede davanti all'altro, oppure voci di bambini impazienti nel salire, stavano al terzo piano e non c'era ascensore. Poi il tempo accelerava. Tutto era liquido, accecante come un lampo. Li passava entrambi.

Più tardi, le cose sembrano sempre diverse rispetto alle ore della notte, quando l'unica luce ad illuminare la stanza è quella della lampada sul comodino. Oggetti riposti in cima all'armadio, un candelabro, delle coppe, un busto di Cristo...
Sdraiati, pelle a pelle, uno nelle braccia dell'altra, sapeva che quelle cose erano lì da trent'anni, sapeva anche che per lei rappresentavano qualcosa di diverso che per lui o forse lei non le vedeva neanche, teneva gli occhi chiusi e ad un certo punto sentiva che le stava schiacciando il braccio, si sollevava per permetterle di sfilarlo da dietro la schiena ma lei non lo sfilava, solo lo sistemava diversamente, lui le posava una mano sul seno, il cuore batteva nella coppa della sua mano.

Se hanno tempo di restare, se parlano, ridono o stanno in silenzio, lentamente ombre si addensano negli angoli. La sera porta altri rumori e se per caso si addormentano - o anche se rimangono immobili - l'ombra alla fine li nasconde.

La carta e il territorio


Sono un estimatore di Michel Houellebecq e sono andato subito a leggermi il suo ultimo romanzo, interessante fin dal titolo, "La carta e il territorio".
La carta, anzi le carte, sono quelle della Michelin, che proiettano un giovane artista, Jed Martin, nell'olimpo della celebrità. Il romanzo ruota attorno a questo personaggio - tipico, solitario anti-eroe houellebecqiano - seguito, com'è costume dello scrittore francese, praticamente dalla nascita alla morte, forse perché, è cosa nota, non si può dire di nessuno che abbia avuto una vita fortunata fin quando non è spirato.
Il contraltare di Jed Martin non è rappresentato tanto dalla sua amante - bellissima manager russa in carriera che ad un certo punto lo molla perchè il lavoro la richiama in patria (l'amore, per Houellebecq, è sempre scacco e sconfitta, in questo caso una resa senza condizioni alle logiche dell'economia globalizzata) - ma dallo stesso scrittore, ovvero Houellebecq, del quale Jed Martin decide di realizzare un ritratto. Nella parte finale del romanzo Houellebecq viene ritrovato morto - diciamo di più, ucciso in maniera raccapricciante, fatto a striscioline con un attrezzo cururgico e sparso sul pavimento di casa a comporre una sorta di quadro a la' Pollock - il che innesca una digressione "gialla" fino alla scoperta dell'assassino (che non è un estremista islamico, come forse qualcuno si aspetterebbe visti i trascorsi dello scrittore...).
L'epilogo è affidato nuovamente a Jed Martin, che del tutto disilluso sulle possibilità offerte dai rapporti umani in genere, e parimenti del tutto disinteressato agli effetti del successo, si lascia invecchiare in una sorta di splendido isolamento, lasciando dietro di sé, alla sua morte, un'ultima opera, dedicata alla natura che circonda la sua abitazione. C'è spazio anche per un ultimo sguardo gettato dall'artista, ormai molto anziano, sui cambiamenti intervenuti nel frattempo nella società: forse non l'apocalisse che si aspettava, invece un lento slittamento, la colonizzazione delle campagne da parte di persone che di radici piantate nella terra non ne hanno, giovani new age, turisti "verdi" ecc.

C'è chi ha trovato questo romanzo (premio Goncourt in Francia) più debole dei precedenti (perlomeno di alcuni di essi), meno riuscito anche sul piano formale. Personalmente mi semba un'opera felice, che presenta elementi di continuità con il passato ma anche alcune discontinuità. Manca ad esempio la particolarissima "fantascienza" che caratterizzava "Le particelle elementari" e anche l'ultimo "La possibilità di un'isola". Manca il sesso, che condiva abbondantemente le opere del passato, sia come elemento salvifico o perlomeno consolatorio (minato dall'incedere delle età e dunque caduco), sia come metafora dell'incomunicabilità (anche generazionale).
C'è, invece, di nuovo il rapporto padre-figlio, sempre straziante; c'è la vecchiaia in quanto anti-vita, posto che la vita, nel mondo moderno, è tutt'uno con giovinezza, salute, corpo, disponibilità, ambizione, fun (o con le loro rappresentazioni). C'è l'eutanasia, nulla di romantico, nulla a che vedere con un diritto faticosamente conquistato: una pratica discreta, asettica, anch'essa asservita alle logiche del mercato. Ci sono i marchi, i brand. Ci sono, come sempre, interessanti digressioni cultural-filosofiche, qui legate al mondo dell'arte, soprattutto; evidentemente l'autore francese se le può permettere (come se le poteva permettere Kundera), dal momento che i suoi libri comunque vendono e quindi lettori ne hanno. Per fortuna.
Torno su una delle peculiarità dei romanzi di Houellebecq: seguire i personaggi durante tutto l'arco della loro vita. Nel suo penultimo lavoro il protagonista (in realtà un clone) esce dallo spazio chiuso e protetto nel quale alcuni eletti, in un ipotetico futuro, vivono, in assoluta solitudine (anche sessuale), per addentrarsi in un mondo popolato di bruti e arso dagli effetti dei cambiamenti climatici. L'epilogo non era consolatorio: arrivato sulla riva di un mare semiprosciugato, il viandante non trovava nulla, nessuna risposta, nessuna compagnia. Avrebbe probabilmente atteso di disseccarsi lì, sul bagnasciuga chimico.
In questo "La carta e il territorio" la fine è più interlocutoria: la solitudine dell'uomo è sempre dominante, l'impossibilità dell'amore una certezza, il disincanto con cui i diversi personaggi vengono, ognuno a suo modo, a patti, indiscutibile; ma ci rimangono i video girati da Jed Martin, per anni, meticolosamente, nei boschi all'interno della sua tenuta. Il trionfo di un vegetale comunque estraneo alla vita così come noi la conosciamo ma che in qualche modo, testardamente, è (e ricordiamoci che Houellebecq è un estimatore di Lovecraft, altro sguardo lanciato su un universo parallelo caotico ed estraneo).

Ed ecco l'incipit:

“Da qualche settimana si era messo a parlare alla sua caldaia. E la cosa più inquietante – ne aveva preso coscienza due giorni prima – era che adesso si aspettava che la caldaia gli rispondesse. L’apparecchio produceva è vero rumori sempre più vari: gemiti, ronzii, schiocchi, sibili di tonalità e di volume differenti; ci si poteva aspettare che un giorno o l’altro arrivasse al linguaggio articolato. Era, insomma, la sua più vecchia compagna.”

Non sono affatto ironico quando scrivo “Qualche volta aveva l’ipermercato tutto per sé – e gli pareva fosse un’approssimazione abbastanza buona della felicità”. In senso letterale deve essere intesa questa frase. Il luogo del consumo è ambiguo come ogni residuo mitologico. E’ la favola che l’umano continua a desiderare: quella che fa paura, dove c’è il lupo.

ALTRI CONFINI

Alcuni scatti da Gerusalemme, Ramallah (West Bank) e Galilea.

Pietre vive, albe, mondi che si sfiorano in una terra che non mi illudo certo di avere compreso in pochi giorni e che forse non comprenderei in dieci secoli. E quando non si è sicuri, quando in gioco c'è così tanto, forse l'unica cosa da fare è sforzarsi di stare accanto a chi, in un modo o nell'altro, cerca di costruire percorsi di pace, o quantomeno i presupposti (magari fragili, e tuttavia tangibili) per un dialogo possibile, di là dalle divisioni secolari, dalle occupazioni, dai razzi e dai lutti.
Quanto al resto, la sera dello Shabbath, una terrazza affacciata sul Muro, il senso di essere in uno di quei posti dove si fa il nodo, dove tutto confluisce, dove le parole pesano sul serio. Un tramonto sul monte delle Beatitudini, quando i turisti se ne sono andati, quando il silenzio è cosa solida e parla. Un kibbutz annegato nell'oscurità della notte, e dal belvedere, a pochi chilometri, il confine libanese, le luci di un villaggio controllato dagli Hezbollah.
"Li osserviamo da qui - ci ha detto la nostra guida - ; in questo periodo stanno costruendo diverse nuove case. Ci fa piacere, perché se costruiscono forse vuol dire che non pensano a fare la guerra a noi".
Non pretendevo di capire cosa fosse giusto o sbagliato, sotto a quel cielo infinito. Sentivo solo una cosa: avrei voluto fermarmi lì. Aggregarmi a quei ragazzi - ebrei, musulmani, drusi, cristiani, o più semplicemente esseri umani, senza etichettature, qualcuno di loro senza neanche fedi da osservare - che sperimentavano il teatro sul confine, provando a vivere assieme, "come in una sorta di Grande fratello al contrario", mi ha detto uno, dove lo scopo non è eliminare gli altri ma resistere, condividere la cucina e il tetto, sopportarsi, diventare, nel vero senso della parola, amici.

Fuori dal cerchio magico c'è la cronaca, con le sue miserie e le sue tragedie.


Alba a Gerusalemme.


Mondi si sfiorano.


Mare di Galilea.


Ramallah.


Gerusalemme est.

Ritorno alla terra

Credo non fregherà a nessuno, ma finalmente ho recuperato la password e di conseguenza la voglia di tornare a scrivere qui.



Immodestamente, cito Bowie. "The return of the thin white duke...".

Vanishing act

Dieci anni dopo (Il Grande Fratello)


Dieci anni fa "Il Grande Fratello" fu indubbiamente una novità. L'idea era intrigante, spiare delle persone - non gente dello spettacolo, persone anonime - che però sapevano di essere spiate. Filmarle 24 ore su 24. Non tanto per catturare la "verità" (quantunque ogni concorrente si affannase a spiegare che dopo un certo tempo passato sotto l'occhio delle telecamere ti dimenticavi della loro presenza); ma per mettere a nudo i cortocircuiti della popolarità mediatica, l'impazzimento delle persone quando possono soddisfare il loro lato narcisistico. Essere spiato; in diretta; dalla televisione. Si può immaginare un'esperienza più potente di questa, oggi?
Sembrava la volgarizzazione di un'idea di Andy Warhol, che, come noto, accendeva la telecamera e chiedeva semplicemente ai suoi attori, alle sue superstar (tutta gente presa dalla strada), di fare qualcosa. Qualunque cosa.
Cosa faresti se sapessi che tutta l'Italia ti sta guardando? Come ti comporteresti? Quale lato di te vorresti mettere in mostra? Quale sarebbe il personaggio che sceglieresti di impersonare, pur fingendo di essere sincero?
Naturalmente le cose non stavano proprio così. Non tutto era permesso nella casa del Grande Fratello. Un copione, dopotutto, esisteva. Via via la trasmissione si riempì di prove, di cazzate. Tutto questo fatalmente la rese sempre meno interessante, un passatempo per coatti. Non si poteva leggere, non si poteva parlare di ciò che accadeva fuori (politica, cultura ecc.), la situazione era falsata in partenza. E poi, la scelta dei protagonisti. Cosa sarebbe successo se nella casa ci fossero stati dei professori universitari, o delle casalinghe di Voghera, anziché dei ragazzi decerebrati?
Ciononostante, la prima edizione del Grande Fratello fu uno spettacolo, uno degli ultimi offerti dalla nostra tv. E Taricone ne fu l'indiscusso mattatore, quello che, come si dice "bucava lo schermo". Quello che il sistema mediatico un po' sembrava volerlo decodificare, demistificare. Oppure solo, quello che non voleva essere fregato, che puntava a resistere, a farcela sulla lunga distanza, e come tutte le persone consce di non essere dotate di straordinari talenti naturali, studiava.
Onore al Guerriero, dunque, come scrive Saviano sul suo FB.

Sulle rotte del mondo due




Fra un paio di mesi ritorna in Trentino Sulle rotte del mondo. Una delle cose più belle a cui ho partecipato l'anno scorso.

E' estate e penso alla neve


Era fondamentalmente buono, aiutava il prossimo. Non voglio dire che fosse un santo, sempre chi aiuta il prossimo soddisfa, al tempo stesso, un proprio bisogno. Lui voleva essere amato, aveva bisogno di essere amato, altri sono mossi da appetiti più brutali (il potere)o più miserabili (la ricchezza), lui chiedeva considerazione, la gente del quartiere andava da lui, gli domandava aiuto, per sbrigare una pratica, per sbloccare qualcosa che si era incagliato nelle ruote della burocrazia, non ha mai chiesto niente in cambio, gli bastava questo, l'essere un punto di riferimento, gli bastava questo per non sentirsi solo e senza amore, non ha mai chiesto niente, neanche un pollo, neanche un sacchetto di castagne, è morto povero in canna e probabilmente solo.
Era stato un marito fedele. Dopo la morte della moglie ha avuto delle storie, una in particolare, che lo ha screditato agli occhi di parecchia gente che comunque, forse, già gli voleva male. Una donna diversa da lui e molto lontana da lui anche sul piano delle idee, della "politica" (la politica per lui aveva avuto una grande importanza, pur non avendola mai praticata sul serio, non aveva il cuore col pelo, non sarebbe sopravvissuto, era un uomo che si scaldava con poco, gli andava subito alla testa, le chiacchiere, le accuse, la rabbia, lo schifo in cui altri vivono immersi, senza avvedersene mai).
Una donna bella e più giovane, che forse si è servita di lui, che forse ha imparato da lui. Non avevo pietà per la sua sofferenza. Avrei potuto cercare di comprenderla. Questa debolezza, questo tarlo... La via dell'umana simpatia è preclusa ai figli di certi padri. Sun-pàtos. Avrei potuo sentire quello che sentiva lui perchè anch'io, nelle mie occasioni,l'ho sentito, anch'io quella tara.
E' comparsa improvvisamente il giorno in cui è stato cremato, il giorno del sole che spunta alle 3 del pomeriggio a riscaldare la neve caduta durante il mattino, il giorno del cielo prima bianco e poi azzurro, il giorno delle catene, il giorno del commiato finale. Una presenza discreta. Ci siamo stretti la mano. Tante volte avevo pensato di telefonarle e per fortuna,almeno questo, non l'ho fatto.
Dopo ha nevicato ancora. Una sera sono rimasto seduto nella panchina fra i palazzi, tutto luccicava, stelle, semafori, mucchi di neve, avrei voluto dormire lì.
Ma si sono anche liberate delle energie, l'ammetto. Qualcosa si è allentato. E' diventato più morbido, in un certo senso.
Dopo, sono successe altre cose. Non è che la vita sia tornata a scorrere. E' che la vita è cambiata. E - anche questo va pur detto - non solamente in peggio.

ROBERTO SAVIANO A TRENTO


Posto anche qui il mio comunicato stampa sulla conferenza di ieri di Roberto Saviano al teatro Santa Chiara di Trento, in chiusura della quinta edizione del Festival dell'Economia. Migliaia di persone all'auditorium e nelle piazze trentine (attrezzate con megaschermi) ad ascoltarlo.


Roberto Saviano, l'autore di "Gomorra", ha chiuso degnamente la quinta edizione del Festival dell'Economia di Trento, spiegando il funzionamento delle economie criminali e i loro intrecci con quella legale. Auditorium Santa Chiara esaurito, come pure le altre sedi dalle quali la conferenza poteva essere seguita, comprese le principali piazze di Trento. In chiusura i saluti del presidente della Provincia autonoma di Trento Lorenzo Dellai, che ha detto - a nome di tutti gli organizzatori - di voler mettere a disposizione l'esperienza del Festival al Sud, per contribuire a realizzare quanto auspicato da Saviano: conoscere, ragionare assieme, dibattere liberamente, per far crescere la "rivoluzione della legalità".

L'ultimo appuntamento del Festival dell'Economia ha regalato molte emozioni e molti spunti di riflessione alle migliaia di persone che l'hanno seguito, dentro e fuori l'auditorium Santa Chiara di Trento. In apertura Giuseppe Laterza "("un editore meridionale - ha sottolineato Saviano all'inizio della sua relazione - e non è banale, perché se costa molto fare cultura in Italia è ancora più costoso al Sud") ha brevemente ripercorso le fortune di "Gomorra", libro stampato originariamente in 4.500 copie che a tuttoggi ne ha vendute oltre 10 milioni in tutto il mondo. Un libro scomodo e affascinante, per il quale Saviano ha pagato con la sua libertà personale, dal momento che poco dopo la pubblicazione è stato costretto ad accettare una scorta e tutte le limitazioni che comporta l'essere costantemente sotto la minaccia dei boss della camorra. "La fortuna di questo libro - ha chiosato Laterza - ci fa riflettere sul potere della parola, e rappresenta la degna conclusione ad un festival dell'economia dedicato al tema della conoscenza, in tutte le sue declinazioni."
Saviano - che si è detto molto contento di essere per la prima volta a Trento, città dove è nata la madre - ha voluto a sua volta iniziare con una parola, "economia".
"I l sottotitolo che avevo scelto per 'Gomorra', ovvero 'Vaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra' all'inizio venne considerato una pessima scelta di marketing. Si pensava che la parola 'economia' non avrebbe aiutato le vendite. Eppure parlare di economie criminali oggi significa parlare di questo, del motore imprenditoriale e finanziario più forte del Paese. 100 miliardi di euro è il profitto annuale realizzato dalle organizzazioni più importanti. Non esiste gruppo imprenditoriale oggi in Italia che possa ottenere un profitto così alto in un tempo così breve. Ma la vera forza di questo sistema è di legare il mercato illegale con quello legale. Il boss è una persona che usa il crimine per fare affari. E dalla crisi economica in poi gli affari sono enormemente aumentati, specie sul versante bancario. I soldi del narcotraffico stanno entrando negli istituti di credito, che hanno bisogno di liquidità. Quando la crisi sarà terminata questo capitali determineranno le scelte finanziarie di quelle banche. Negli ultimi anni le organizzazioni criminali - mafia, camorra, 'ndrangheta - si stanno dando una struttura 'all stars'; in pratica i 'migliori' di loro si confrontano, fanno affari assieme all'estero, soprattutto all'Est. Tutto questo è iniziato già con la caduta del Muro di Berlino: dal mio paese ad esempio sono partiti degli emissari verso la Romania, dove hanno fondato un'impresa, 'Albanova' (il vecchio nome di Casal del Principe); in pochi mesi, mettendo sotto contratto gli ex-funzionari del regime, hanno creato una rete tale per cui le altre imprese che volevano entrare del Paese dovevano passare attraverso di loro per avere le autorizzazioni necessarie per impiantare un'attività in tre mesi anziché in due o tre anni. Faccendieri dei clan sono andati all'Est a comprare di tutto, anche i titoli di Stato. In questo modo, le organizzazioni criminali si comprano stati interi. In Europa."
In tutto questo i soldi generati dal narcotraffico - soprattutto della cocaina - sono determinanti. "Adesso sta emergendo che una delle più grandi compagnie telefoniche europee sarebbe utilizzata per ripulire denaro sporco. Non stiamo parlando di cose lontane o che riguardano solo il Meridione. In via Veneto a Roma - la strada de 'La dolce vita' - c'è un caffé aperto con i soldi del narcotraffico. Lo stesso in piazza di Spagna. E così via. Sono lì, tutti lo sanno. C'è un'inchiesta da cui risulta il tentativo di clan dell'Aspromonte di infiltrarsi nella distribuzione delle mele trentine. Al concerto del 1° maggio, che tutti abbiamo visto in tv, sono stati presi trenta spacciatori. Lo stesso avviene alle partite di calcio. Però tutti questi episodi vengono considerati isolatamente. Se ne occupa il cronista di nera, il giudice meridonale... Si perde il disegno d'insieme, si perdono le connessioni. Poi, a volte succede qualcosa. Ad esempio, il cittadino-lettore comincia a riflettere, a indignarsi. A questo punto si alza qualcuno e dice: chi ne parla infanga il nome dell'Italia nel mondo. Chi ne parla specula sulle disgrazie della sua gente. Insomma, ti dà la colpa di raccontare. I più intelligenti ribattono: è una stupidagine, ci può credere solo Emilio Fede. Poi anche chi vive in quei luoghi comincia a stancarsi di doversi continuamente giustificare, di dire: 'Io non sono mafioso'. Dobbiamo capire che non è con il silenzio che si risolvono i problemi. Anzi. Noi italiani abbiamo insegnato al resto del mondo a combattere la mafia. La nostra legislazione è la migliore. E' esattamente il contario: è stando in silenzio che passiamo per omertosi. E' stando zitti che danneggiamo il nostro Paese."
Saviano ha insistito sull'intreccio fra economia legale e illegale. "Prendiamo le estorsioni. Noi crediamo che funzioni così: arriva qualcuno e punta una pistola in testa a un negoziante, dicendogli, o mi versi la tangente o ti sparo. Sono solo i clan pezzenti che fanno così. La tipica estorsione oggi consiste nel versare una parte del tuo guadagno per avere dei servizi. Se paghi, ad esempio, i camion arriveranno al tuo supermercato in tempo, e viaggeranno con benzina scontata. Per questo denunciare l'estorsione è così difficile: perché accettarne la logica significa ottenere dei vantaggi economici. Quando esplose il caso Parlamat emerse proprio questo: che i prodotti Parmalat erano entrati prepotentemente nei mercati del Sud grazie all'intermediazione criminale."
Questo meccanismo si trasferisce poi dal piano economico a quello politico. "Funziona così con il voto di scambio. Il meccanismo è noto: l'elettore entra nella cabina elettorale con la scheda già segnata e timbrata, ed esce consegnando la scheda che ha ritirato al seggio all'uomo del clan. Ma dietro cosa c'è? C'è l'idea che tu voti qualcuno perché ti dia qualcosa: un parcheggio, una licenza, un posto di lavoro. Tutte cose a cui tu avresti diritto come cittadino. Invece così diventano merce di scambio."
Infine, un accorato appello al rispetto delle regole. "I boss non rappresentano l'antistato. Non si sentono così. Si sentono imprenditori, che rifiutano regole che a loro giudizio frenano l'economia. Sempe dove c'è economia criminale c'è qualcuno che parla contro le regole. Invece la regola è una forma di libertà, non di costrizione. la forza del mio libro è data dalla gente che lo ha letto, gente che capisce che le cose non vanno bene, che inizia a sentirsi 'diversa'. Gente che si rende conto che i poteri che comandano non sono puliti, che questo non è il paese della conoscenza ma delle conoscenze. La grande speranza è che ci si possa unire trasversalmente sul tema della legalità, che è un tema rivoluzionario."
Ed ancora, quasi a suggello del festival dedicato al tema "informazione, scelte e sviluppo": "L'omertà di oggi è non voler conoscere".
Dopo l'intervento di Saviano è salito sul palco il presidente della Provincia autonoma di Trento Lorenzo Dellai, assieme agli altri organizzatori della manifestazione, per un saluto finale, che è anche una rassicurazione: "Come sempre, nei prossimi giorni, ci troveremo per fare un bilancio di queste giornate, ma posso dire fin d'ora che questa edizione del festival è andata molto bene, che Trento con questa manifestazione sente di fare un servizio anche al resto del paese, offrendo stimoli e spunti di conoscenza. Quindi, non ci fermeremo."
Rivolgendosi a Saviano, e ringraziandolo per avere accettato l'invito del Trentino, Dellai ha aggiunto: "L'impegno che possiamo prendere è di mettere il Festival dell'Economia a disposizione anche del Sud del Paese, nelle forme che andremo ad immaginare nel prossimo futuro, per offrire anche noi il nostro contributo alla crescita di una conoscenza libera."

PIU' IMMIGRAZIONE NON E’ UGUALE A PIU’ CRIMINALITA’

Interessante questo appuntamento di oggi sul tema immigrazione-criminalità, con la formula del "Vero-Falso", nuovo format del festival dell'Economia.
Riporto di seguito il mio comunicato.

Più immigrazione uguale più criminalità? Questo il quesito sottoposto alla giuria di studenti universitari nel secondo appuntamento – particolarmente affollato - con “Vero o falso”, il nuovo format del festival dell’Economia. Coordinato da Federico Rampini, inviato di “Repubblica” negli Usa, introdotto da Paolo Pinotti (Centro studi della Banca d’Italia, “lavoce.info), il dibattito ha visto confrontarsi il sociologo dell’università di Bologna Marzio Barbagli e il docente di politica economica dell’università di Parma Francesco Daveri. Si sono ascoltate inoltre le testimonianze di David Card, Franco Pittau, Riccardo Puglisi e Linda Laura Sabbadini.
Tema appassionante e controverso, quello del legame criminalità-immigrazione. Ma la giuria, al termine dell’ampia discussione, non ha avuto dubbi: all'unanimità ha sentenziato che non è vero che a più immigrazione corrisponde più criminalità.



“Il quesito di oggi è probabilmente improponibile per molti dei presenti – ha esordito Rampini – ; teniamo conto però non solo del fatto che autorevoli personalità politiche si sono espresse in questi termini, più immigrazione è uguale a più criminalità, ma anche che il tema è continuamente discusso dall’opinione pubblica un po’ ovunque, anche negli Usa, la società apparentemente più aperta all’immigrazione.”
Pinotti ha ricordato a questo proposito che in Italia, secondo un sondaggio, circa il 60% delle persone dichiara di essere preoccupata della criminalità portata dagli immigrati. Non è una tipicità italiana; la media europea è del 70%. Ma su che cosa si fondano queste paure? In realtà i dati sono pochi, le conoscenze frammentarie. In termini di dati Istat, l’immigrazione è quadruplicata dai primi anni ’90 ad oggi; nello stesso periodo il tasso di criminalità è rimasto pressoché costante. Se guardiamo invece al tasso di incarcerazione, vediamo che la percentuale degli stranieri, sul totale della popolazione carceraria, è del 40% (anche se in totale rispetto alla popolazione italiana gli immigrati – regolari - non arrivano al 5%). Come si conciliano questi due dati? Un’ipotesi è che ci sia discriminazione, ovvero che l’immigrato venga giudicato più severamente o controllato di più rispetto all’italiano. O che alcuni lavori “di manovalanza”, anche nel settore dell’economia criminale, siano passati dagli italiani agli stranieri. Ma sono solo ipotesi. Ciò che si sa è che l’80% degli immigrati oggi in carcere sono irregolari. La percentuale della popolazione italiana che viene denunciata, invece, è pressoché uguale per gli italiani e per gli stranieri regolari.
Barbagli ha esordito ammettendo a sua volta che sulla base dei dati che oggi abbiamo a disposizione, non si può dare una risposta precisa al quesito posto dagli organizzatori del dibattito. Invece sappiamo altre cose: ad esempio che, in Europa, negli ultimi due secoli, la criminalità aumenta solitamente quando cresce la percentuale di popolazione giovane e di sesso maschile sul totale. Negli Usa, i molti studi condotti in passato hanno dimostrato che gli immigrati non commettevano più reati degli autoctoni, con qualche eccezione: una riguardava proprio gli italiani. La crescita di reati commessi dagli immigrati comincia ad emergere, come dato "allarmante", in Europa negli anni ’60, e pare riferita agli immigrati di seconda generazione. “I dati sulla popolazione carceraria invece non sono significativi – ha proseguito Barbagli – perché gli immigrati fanno molto più carcere preventivo degli autoctoni. Bisogna semmai guardare al tipo di reato: gli immigrati, ad esempio, in genere non commettono reati come le rapine in banca, mentre sono molto presenti nelle statistiche sui furti nelle abitazioni. Riguardo al reato di omicidio, invece, la quota sul totale dei denunciati è salita dal 5 al 35% e nel centro-nord al 50%. Questo dato effettivamente ci deve fare pensare. Per una parte notevole di questi omicidi la vittima è un altro immigrato, appartenente allo stesso gruppo di riferimento.”
In realtà, in Italia e in molti altri paesi europei, la criminalità, relativamente a molti tipi di reati, è in calo: secondo Barbagli ciò può essere spiegato innanzitutto con il fatto che è calata, in generale e soprattutto nel nostro Paese, dalla fine degli anni ’80, la popolazione giovanile, quella cioè compresa fra i 15 e i 24 anni, la cui propensione a delinquere è più alta rispetto alle altre fasce di età, specie per alcune classi di reati.
Daverio si è concentrato invece sui dati relativi al centro-nord, per dimostrare che, sì, forse una correlazione fra immigrazione e criminalità c’è. “Esiste una forte correlazione soprattutto per reati come furti, estorsioni e rapimenti, ed è più evidente a partire dal 2000. Ciò vale sia nelle regioni del nord sia in quelle ‘rosse’ del centro-nord. Quindi il punto non è tanto se un rapporto esiste, ma a che cosa è dovuto, se è la migrazione in sé che genera criminalità o se esistono circostanze locali, nei luoghi di accoglienza, che favoriscono l’ingresso dei migranti nel tessuto criminale.” In Spagna, paese di immigrazione recente come l’Italia, questa correlazione non si vede; la crescita dell’immigrazione, anzi il boom dell’immigrazione, non si è accompagnato a una crescita dei reati commessi dagli immigrati. Forse perché in Spagna l’immigrato trova più facilmente un lavoro regolare, e quindi non è “costretto” a commettere dei reati per vivere? E’ un’ipotesi non dimostrata, perché il tessuto economico dei due Paesi è simile. Tuttavia i dati mostrano che l’Italia attira mediamente persone meno alfabetizzate rispetto a quelle che emigrano in Spagna (ad esempio i molti albanesi giunti nel nostro Paese negli anni ’90). “La mia spiegazione dunque potrebbe essere questa: minor alfabetizzazione infatti è solitamente associata a maggiore propensione all’illegalità. Ma perché l’Italia attira soprattutto questa tipologia di immigrati? In parte, certo, perché siamo il Paese di “Gomorra”. Ma soprattutto perché in Italia, anche nel nord, in genere la legalità non viene rispettata – sul piano fiscale, del mercato del lavoro e così via - in primo luogo proprio dagli italiani.” Del resto, ovunque nel mondo, ha chiosato Rampini, l’immigrato clandestino è l’anello debole della catena del mondo del lavoro e il più esposto ad ogni genere di ricatto.
Sono poi seguiti gli interventi dei testimoni. Laura Sabbadini, direttore centrale Istat, ha invitato a leggere gli indicatori correttamente: fra questi non c’è il numero dei detenuti nelle carceri, falsato dal maggiore ricorso alla detenzione preventiva e al minore ricorso alle pene alternative. Altri dati, ad esempio quelli relativi alla vittimizzazione, mostrano che per alcuni reati – e solo alcuni (scippi, rapine) – la componente immigrata è rilevante. Ma le cose cambiano velocemente, a seconda della congiuntura economica, delle politiche di integrazione e/o regolarizzazione e così via. L’evidenza di oggi, insomma, non autorizza a fare previsioni per il futuro. Infine, attenzione a cosa ci mostrano i media, ovvero che gli stranieri compiono reati nei confronti soprattutto degli italiani. Non è così. “Nel caso di stupro, ad esempio, l’evidenza dimostra che gli uomini stranieri stuprano di preferenza donne dello stesso gruppo di riferimento; la maggior parte delle donne italiane, invece, viene stuprata dai loro mariti italiani”.
Pittau, della Caritas Migrantes, ha detto esplicitamente che l’affermazione contenuta nel titolo dell’incontro è falsa, il tasso di criminalità degli immigrati è pressoché uguale a quello degli italiani, ma se togliamo il reato di immigrazione clandestina è addirittura più basso; oltre a ciò, l’Italia in realtà sta meglio di altri paesi considerati più fortunati sul piano della diffusione della criminalità, come il Belgio e l’Inghilterra. “Dirlo chiaramente – ha aggiunto - attenuerebbe l’effetto di ‘assedio da parte della criminalità’ che parte della popolazione italiana avverte.”
Puglisi, dell’Università di Pavia, ha parlato di cosa pensano le persone sull’immigrazione, soprattutto clandestina, in relazione a come i media presentano il tema. Tema che ha una valenza politica forte, e di cui si avvantaggiano generalmente i conservatori, percepiti come più “bravi” a gestire il fenomeno migratorio.
Card, docente a Berkley, ha portato infine la sua testimonianza dalla California, uno degli stati più multietnici al mondo (il 25% della popolazione è immigrata).
Infine, la sentenza, affidata come ieri alla giuria di studenti universitari: all’unanimità è stato deciso che no, è falso che a maggiore immigrazione corrisponda maggiore criminalità.