Discorso di fine (e inizio) anno
Buon anno ragazzi (e ragazze)

Scartato il gusto del ritrovamento
di un'origine inesistente
non esiste, proprio non c'è.
Scontata l'importanza del vestire
in maniera adeguata e conveniente
di una qualche compagnia piacente...
Siccome tacciono quelli che sanno, siccome tacciono
Buon anno, ragazzi e ragazze
Buon anno
Impostori e piccoli dei
in corpo pallido bronzeo nero
consapevoli sterminatori
accorti nel distruggere
attenti per arricchire
piccoli eroi mai sazi
consapevoli sterminatori complici e profittatori...
Siccome sanno quello che fanno
Non li perdono non li perdonerò
Siccome sanno quello che fanno...
Ora la neve scricchiola sotto le scarpe rigide, si condensa il respiro come fumo pastoso risucchiato dal vento, l'aria è fredda la luce bluastra, cani col muso a terra e pelo dritto, ordini nuovi secchi taglienti...
Nessuna garanzia per nessunoNessuna garanzia per nessunoNessuna garanzia per nessunoNessuna garanzia per nessunoNessuna garanzia per nessunoNessuna garanziaper nessuno...
GUARDA QUI http://www.youtube.com/watch?v=fr7oBpg3sLQ
E adesso un po' di esegesi:
Viaggiatori 1
Nuove sensazioni
Sto cercando una pizzeria aperta perché ho promesso a Noemi che avremmo mangiato la pizza ma qui sono tutte chiuse, sì, se c'è una pizzeria aperta la troverò solo in centro.
Rosso. Verde. Sto cercando una pizzeria aperta, e qui devono fare un sottopassaggio, perché non si sbrigano a farlo, sono due anni che ne parlano. Ho messo i guanti così le mani sono riparate ma l'aria in faccia fa male, per fortuna non piove tanto, solo un po', oltre l'incrocio la strada è nera, coraggio, l'aria in faccia mi sveglia. E come sempre guardo le persone, mi piace guardare le facce e immaginarmi le storie.
Una donna bionda, elegante, è scesa dal Cherokee parcheggiato in mezzo alla strada, aveva i capelli in disordine, l'espressione concentrata di chi deve risolvere un problema. Io lo so, lo so, devo cambiare la mia visione delle cose, devo abbandonare la mia solita visione negativa, con l’anno nuovo basta.
La donna entra in un bar, faccio appena in tempo a scorgerla nell'angolo dello specchietto, è entrata, più vicina ai quarant'anni che ai trenta, bella donna, indossa una pelliccia corta e le ginocchia sono scoperte. Quello è un bar di uomini, non sono abituati a vedere una cliente così. Lei va dritta al banco, compra sigarette, gira sui tacchi e esce, forse deve prendere anche lei un'importante decisione, forse l'attività che gestisce è sul punto di fallire, forse ha dei figli che le danno dei dispiaceri.
Io sto andando in città a cercare una pizzeria, sto andando col motorino e Noemi aspetta con mia madre in casa di mia madre, guardando la tv. E da una casa isolata nel tratto di campagna che separa il paese dalla città sparano un razzo luminoso, che attraversa la pioggia lasciando una scia.
È iniziata, non so quando. Una volta, dovevo avere non più di nove anni, mi ricordo che avevo accompagnato mia madre dal medico, la sala d'aspetto era piena di pazienti già in attesa che sfogliavano rotocalchi, così ho chiesto a mia madre se potevo uscire fuori sul giroscala, e lei disse: "Però non scendere in strada". Sono uscita ma non ho acceso la luce, mi sono seduta al buio e una meravigliosa sensazione di infelicità m'invase, per niente, era infelicità per niente. Cantavo a fior di labbra una melodia triste, la sigla di uno sceneggiato televisivo... All'improvviso si è aperta la porta di un appartamento, un uomo è uscito fuori, ha acceso la luce, e si è spaventato nel trovarmi lì così, seduta sul primo scalino. "Cosa fai al buio, bambina?". Ero imbarazzatissima, non sapevo cosa dire. Già allora capivo, vagamente, sì, ma lo capivo che è male, è peccato mortale sentirsi a quel modo per niente e coltivare una visione negativa delle cose, tutta la vita ho provato lo stesso disagio nei riguardi del mio umore.
Sto andando a comperare le pizze, ora ci sono due ragazzi, uno ne spinge un altro e tutti e due attraversano la strada lucida, si dirigono verso la sala giochi. Il gestore è uscito sulla porta come per riceverli, ma scuote il capo, starà dicendo che è tempo di chiudere, il ragazzo in carrozzella allarga le braccia, poi si tocca il polso "Sono le 9, dai, una partita sola...". Il gestore ammette che sì, di solito chiude alle 10, ma è la sera di Capodanno, non c'è più dentro nessuno, e ha promesso di portare la sua ragazza a ballare, deve correre a casa a cambiarsi. "Ragazzi, mi spiace, venite dopodomani, anzi, sapete cosa? Il tempo di chiudere e andiamo a farci un brindisi qui di fronte, offro io".
Prendo un vicolo che porta in centro, fuori sui poggioli ci sono alberi di Natale decorati con luci intermittenti, immagino le storie di quelli che abitano nelle case, come sempre, ho la mia visione viola, la mia visione strana, strappata, ho la mia visione negativa delle cose e ho paura che prima o poi Noemi se ne accorga. Devo cambiare prima che cominci a notarlo, devo modificare la mia solita visione, devo essere positiva, immaginare storie positive, pensare pensieri positivi, io lo so, devo educarmi a provare nuove sensazioni.
Quando ero piccola disegnavo alberi spogli, nature morte, pesci morti, ma presto ho cominciato a nascondere quei disegni, mia madre diceva che bisogna essere allegri, e anche l'insegnante di disegno. Mi sembrava evidente che, con il mio comportamento, ero destinata ad infastidire la maggior parte delle persone. Così mi sforzavo di tenere i miei pensieri per me. La mia vita interiore divenne ricca, popolata di fantasie.
Quando studiavo a volte, dopopranzo, andavo a passeggiare nel greto del fiume, ancora non l'avevano sistemato, era un bel greto sconvolto, pieno di massi, e le pozze d'acqua d'inverno ghiacciavano. Una volta dietro a un cespuglio sorpresi un uomo con sopra una donna, si spaventarono, mi guardarono con occhi di animali braccati, carichi d'ostilità. Il greto del fiume a febbraio è il mio paesaggio dell'anima.
Oh, se ho provato, a giustificarmi. Ho detto che la colpa era la malattia di mio padre, era quella che mi aveva segnato. Poi che la colpa era il mio lavoro. Poi che era il mondo, il mondo che funziona così male e non può lasciarci indifferenti. Nulla di ciò che dicevo era sufficiente. Mi facevano sentire come un'appestata, sempre, tutti. Ed era un sentimento molto diverso dalla mia consueta visione negativa delle cose, a cui ero abituata e che sapevo come gestire, ma quando gli spiegavo come mi facevano sentire con le loro critiche ribattevano: "Non siamo noi, sei tu, sei tu che ti senti così, è colpa ancora una volta della tua visione negativa!".
Eccola, meno male. Sono dura dal freddo, stavo cercando una pizzeria aperta, ho promesso la pizza a Noemi per l'ultimo dell'anno, poca gente in strada, botti che esplodono di già. Ah, ecco, fanno anche ristorante, dev'essere per questo che è così affollata. Devo rimanere in piedi ad aspettare, lo odio, ci sono tavolate di famiglie, in sala, e gruppi di ragazzi che potrebbero essere compagni di scuola. Telefono a mia madre, le spiego che arriverò tra mezz'ora. Mi passa Noemi, che mi ricorda i carciofini nella sua.
Dal prossimo anno le cose cambieranno. Devono cambiare, non voglio che Noemi pensi di me che sono una pazza. Vedrò le cose sotto una luce diversa. Proverò nuove sensazioni. Mi sforzerò di accettare gli inviti a cena, e di ridere quando ci andrò, come questi esseri qua dentro, ascolterò dischi allegri, discorsi frivoli, battute leggere, leggerò romanzi satirici, andrò a vedere delle commedie a teatro. Penserò positivamente, saluterò con un bel sorriso, parlerò con i miei colleghi e persino con il mio ex-marito, mi iscriverò a un corso di meditazione trascendentale, o di massaggio dell'anima, o almeno di yoga. Svilupperò le mie potenzialità nascoste. "Io sarò ok, gli altri saranno ok". Niente più pesi nello stomaco, addio alla pellicola che cala sulla mia testa e mi avvolge, in sere come questa, e mi fa sentire così...così...
"Ah, grazie. Sì, siete stati veloci. Ecco qua. Come? Ah, sì. Giusto. Anche a voi, buon anno".
Addio all'anno vecchio. Addio, cassiera della pizzeria con le borse sotto gli occhi. Addio mia vecchia visione delle cose. Addio melanconie. Addio saltuario stordimento alcolico serale, addio indecisioni della domenica mattina, addio amicizie deprimenti, passeggiare da sola, aria svagata. Addio attacchi di panico, pilloline, lettere non spedite. Addio a tutto questo. Nuove sensazioni, siete le benvenute.
Sto andando verso casa di mia madre dove mi aspetta Noemi e sono già quasi in periferia, dietro ho legato le pizze nelle loro scatole di cartone, quando arriverò saranno congelate, le strade sono bagnate, nei giardini alberi di Natale lampeggiano ai rari automobilisti, sto guidando piano e nel passare raccolgo le immagini, come sempre, una donna che si sta depilando nel bagno con un rasoio, un neonato che strilla in una culla e i suoi genitori non sanno come calmarlo, un cacciatore che si prepara ad andare a letto perché domani deve alzarsi presto per andare a tirare alle anatre, due ragazzi già ubriachi prima ancora che la festa inizi, barcollano e cadono, cadono, come devo essere caduta anch'io, tante di quelle volte, e non era così terribile, ah, non è così terribile questa pellicola viola che mi riveste, (ma io cambierò e proverò nuove sensazioni), non è così pesante questo peso, (ma io cambierò e proverò nuove sensazioni), non è così terribile questo nodo alla gola, (ma io cambierò, oh, Signore, giuro che almeno ci proverò), non è così pesante, non è così pesante così pesante questa perenne sensazione di peggioramento, io proverò, non proverò, io proverò, proverò, oh, certo che no, certo che no, no, non proverò a cambiare la mia visione negativa delle cose, non proverò ad essere "di buon umore", a svegliarmi canticchiando, a vivere danzando, non proverò a "spassarmela", non proverò nemmeno a coltivare un cauto ottimismo, navigherò con la depressione, con l'accidia e lo spleen e gli altri infiniti turbamenti, e poi la sera alla fine di ogni giornata mi abbraccerò da sola davanti allo specchio, mi abbraccerò da sola e, com'è vero Dio resterò fedele alla mia stronza visione negativa di tutte le stronze cose!
No, Marco Travaglio, la banana no!
Leggi razziali

Crudeltà di Stato 1
Sandor Marai, da "Le braci"...

Non hanno altro da fare?

Chiacchierando con Rigoberta Menchù

Anche le situazioni estreme in cui noi siamo vissuti, come popolo guatemalteco originario - il genocidio, i massacri che abbiamo subito - hanno ovviamente inflitto ferite pesantissime, ma la nostra popolazione è ancora viva, continua a guardare verso il futuro e lancia un appello, per preservare l'equilibrio che si sta perdendo. Questa esperienza così drammatica, che è stata vissuta dai guatemaltechi negli ultimi periodi, non ha provocato insomma la loro scomparsa, anzi ha dato loro forza per costruire un futuro diverso. Ad esempio oggi il calendario Maya, che abbiamo custodito gelosamente ed orgogliosamente nel corso dei secoli, sta diventando oggetto della scienza odierna. I Maya ne sono veramente orgogliosi, sanno che al loro interno, nella loro cultura, esiste questa base da cui partire per creare un futuro migliore.
Però i cambiamenti non sono automatici, richiedono dei processi lunghi e difficili. Prendiamo l'esempio della Bolivia: c'è una situazione di estrema povertà, di fame e di miseria; la gente chiede delle risposte immediate, ma queste purtroppo non sono possibili, perchè la realtà attuale è il frutto di una situazione storica. Quindi i governi futuri dell'America Latina saranno governi impopolari, non avranno forse il prestigio e il consenso necessario per risolvere i problemi di diseguaglianza, di violenza, di impunità, del narcotraffico che tocca tutti i Paesi dell'America Latina; è molto difficile.
La crisi economica economico è un dato di fatto a livello mondiale. All'inizio la nostra reazione alla caduta della borsa di wall Street è stata quasi di esultanza, perchè ovviamente per noi paesi poveri Wall Street era vista come un nemico, ma oggi che questa crisi è ovunque, ha delle ricadute pesantissime anche su di noi, ad esempio sul fronte delle rimesse, dei soldi che dagli emigrati negli Stati Uniti arrivano alle famiglie del Guatemala. I soldi che servono a far studiare i figli mancano, quindi questo è già un problema enorme. C'è una grandissima mancanza di lavoro. La gente cerca lavoro soprattutto negli USA dove si illude di trovarlo. E le frontiere sono "dure", lo sappiamo. Poi c'è il problema del Trattato di libero commercio tra gli Stati Uniti e i nostri Paesi; in effetti questo commercio non è libero e eguale, nel senso che chi compera i nostri prodotti? Quindi i problemi che adesso colpiscono i paesi ricchi, i quali si ritrovano con una ridotta capacità di spesa, causeranno tempi duri anche nei paesi poveri come il nostro.
Anche a livello legale, del sistema giuridico, a volte esiste un sottofondo di razzismo, laddove implicitamente il razzismo è consentito e non ci sono precedenti per giudicare. Io sono riuscita a vincere una causa contro la discriminazione e così ho creato un precedente giudiziario non soltanto in Guatemala ma per tutta l'America Latina. Non bisognerebbe, comunque, arrivare a un tribunale, dovremmo essere noi come persone a essere contro questa mentalità razzista.
Cosa pensa dell'elezione di Obama alla presidenza degli Usa?
Sono stata negli Usa negli ultimi giorni della campagna elettorale (soprattutto ho seguito la campagna di Obama) e sono rimasta colpita dalla partecipazione volontaria, attiva, cosciente di masse di giovani, di donne, di gente semplice.
Era veramente una campagna di massa, fatta di gente con entusiasmo, a partire dagli studenti, gente che agiva veramente per convinzione e non perchè si aspettasse un ritorno, delle regalie. E questo ha rotto lo schema delle campagne elettorali anche come vengono condotte in America Latina, nelle quali vince chi ha denaro, chi promette e dà cose.
L'altro elemento molto impattante per il Guatemala è stato vedere che l'85 % dei neri americani hanno votato per Obama. Questo è stato un segno di rottura dalle oppressioni, dallo schiavismo; le persone che non credevano in loro stesse, votando per Obama hanno votato per sè stesse.
Un nero alla Casa Bianca è già la rottura di un paradigma.Obama ha molto potere, potere sulla gente e che gli viene dalla gente, ha il potere che gli viene dalla collaborazione economica, perchè il denaro gli è stato dato dalla gente, e ha il potere che deriva dal voto; Obama quindi è proprio nella condizione perfetta per poter governare.
Come userà questo potere Obama non lo sappiamo, ma immagino che lui abbia la consapevolezza di questa grande storia che ha alle spalle, questa lotta civile che ha portato avanti anche Martin Luter King, che ha sognato un'America diversa. Quindi io credo che lui abbia questa consapevolezza.
Molto dipenderà dalle persone che formeranno il suo staff e speriamo che anche queste persone siano consapevolidel peso storico che Obama ha sulle spalle, perchè a volte non è la figura principale del governo che sbaglia, ma è l'apparato che governa con lui, e noi sappiamo che in America questo apparato è molto forte, molto sofisticato.
Darsi il tempo
Il dibattito in sala è stato interessante, ma devo dire che la cosa che più ho apprezzato è il libro in sé. Tante cose mi piacciono di questo ”Darsi il tempo”. Parto da quelle minori: le citazioni letterarie, da Rimbaud a Musil passando per Ivo Andric. Che dei saggisti (quantunque un po' “sui generis”) leggano anche i romanzieri e i poeti è un buon segno. Diffido di chi legge esclusivamente testi scientifici, a prescindere dalla disciplina (fosse pure la storia o la sociologia), e provo compassione per chi ha tempo solo per i giornali (poi purtroppo c'è molta gente che non legge per niente, né romanzi, né saggi né giornali, e non sa cosa si perde).
Inoltre è davvero apprezzabile la capacità di raccontare – in un libro che comunque vuol fare il punto su una problematica di carattere generale - esperienze vissute in prima persona. Le cose – i paradigmi, i concetti, le teorie – assumono sempre una maggiore vividezza quando sono collegate all'esistenza quotidiana. Bellissimo il racconto della riunione dei rappresentanti delle ong a Londra, appassionanti (e non poteva essere altrimenti) le parti riguardanti le esperienze vissute dagli autori nei Balcani.
E adesso veniamo a quello che personalmente ho trovato più coraggioso in queste pagine, relativamente al “succo”, al messaggio che esse vogliono trasmettere. L'invito a considerare la cooperazione allo sviluppo un'opportunità per capire, prima ancora che per fare. Per capire il mondo com'è, oggi, con le sue reti, i suoi motori, le sue “contraddizioni”, avremmo detto un tempo. Il mondo così come si manifesta nei paesi, nelle realtà in cui i cooperanti vanno a fare cooperazione – in sostanza in Africa Asia, America centromeridionale e alcuni paesi europei - ed insieme il mondo in cui essi stessi vivono, questo qui, il nostro mondo, il Trentino, l'Alto Adige, l'Italia, la Germania, l'Olanda, Londra, gli Stati Uniti. Un Primo mondo - usiamo volutamente una terminologia desueta - che spesso presenta indicatori da Terzo mondo (come già ci ha insegnato ad esempio Amartya Sen), un Primo mondo che delocalizza, che produce la sua ricchezza a Timisoara o in Corea del Nord (30 anni fa sapevamo che erano le multinazionali a fare questo, la novità è che oggi lo fanno anche le pmi), un Primo mondo dai confini incerti e mobili, un Primo mondo, finalmente, che non ha più molto senso definire così, immersi come siamo in un continuum di merci, finanze, emigrati, informazioni. E voli low cost.
Mi piace il coraggio con cui gli autori invitano a rivalutare la parola, il tempo speso a confrontarsi, a discutere, e ciò non per pura passione intellettuale ma perché la comprensione è forse l'unica arma “vergine” che ci è rimasta per combattere povertà e pulizie etniche, narcomafie e circhi mediatici. Ho parlato di coraggio ed in effetti ce ne vuole, perché il mondo della cooperazione non è affatto estraneo agli effetti perniciosi dell'ideologia del fare (anzi, del “fare qualcosa”, come spesso si esprime la gente semplice, per dire che non ha un'idea chiara di come si possano, non so, salvare quei bambini dalla morte per fame, ma tutto è meglio che stare con le mani in mano; e ricordo di avere sentito un signore facente parte di un comitato di valutazione dire una volta che a suo giudizio bisognava concentrarsi a fare “muri", perché agli occhi dei donatori fa sempre un'impressione migliore avere costruito qualcosa di tangibile, come una palazzina). Assillate dalle regole della burocrazia, da cui dipendono per ottenere i finanziamenti pubblici, condizionate dagli input degli stessi mass media, le associazioni finiscono spesso per puntare tutta la loro posta sui numeri: bambini vaccinati, pozzi scavati, container spediti, e così via, e così via, l'importante è che siano migliaia, sempre migliaia. L'importante è non confessare mai un senso di impotenza o un fallimento. L'importante è non accennare a difficoltà che non siano di natura pratica: la scarsità di fondi, innanzitutto, e poi eventualmente la carenza di infrastrutture, il clima avverso, magari addirittura le poche capacità dei beneficiari, la loro cultura insufficiente, persino (come in uno scimmiottamento del peggior colonialismo) la loro indolenza.
Quanto costerebbe, in termini di credibilità, soldi, prestigio sociale (perché comunque la cooperazione procura anche questo, procura considerazione, a volte anche a chi, a casa sua, si rivelerebbe un perfetto incapace) ammettere che le cose sono un po' più complesse, che la relazione con gli “altri” non la si misura solo in termini di progetti e diagrammi e muri e nastri tagliati? Quanto costerebbe confessare, infine, che magari non si è capito niente del posto e della situazione in cui si è andati a operare?
Ecco, del libro mi piace la franchezza con cui si ammette la possibilità di commettere degli sbagli, anche quando si cerca in piena onestà di “fare del bene”. Tutti i cooperanti dovrebbero avere paura delle loro azioni. Invece, anche a me è capitato di vedere all'opera l'arroganza dei donatori, eccome! Persino col classico Panama bianco in testa.
Ma chi è senza peccato scagli la prima pietra. Tutto questo ovviamente non significa che non ci si debba sforzare comunque, con gli strumenti che si hanno a disposizione, tanti o pochi che siano, di costruire un mondo un po' meno peggiore di quello in cui si vive.
In sala poi sono emerse anche altre cose. Devo confessare che alcune - specie se pronunciate con il tono solenne di Ugo Morelli - mi sono sembrate forse un po' scontate: l'identità come un percorso, come un divenire (un bolzanino non fa che interrogarsi tutta la vita sull'identità...), l'invito a rivedere il nostro stile di vita (l'imparammo da Alex Langer, l'imparammo una vita fa, e ci credemmo! Poi si sa com'è finita: lo stile di vita è cambiato, sì, nel senso che volevano le multinazionali, però. E oggi la gente passa il week end intruppata nei megastore).
E poi, se è come dice Tonino Perna, che l'idea originaria di cooperazione è morta a causa del neoliberismo e delle guerre umanitarie, di nuovo a me pare che si ritorni agli anni '80: il neoliberismo c'era già, anzi, era quella la stagione dei capostipiti, Reagan, la Tatcher (e la scuola di Chicago). Le guerre umanitarie invece no, non c'erano ancora, in compenso c'erano un mucchio di guerre a bassa intensità fomentate dalle superpotenze, Usa e Urss. La Guerra fredda , insomma, non era meno sinistra dell'era apertasi con il crollo del Muro di Berlino e la pubblicazione del saggio di Fukuyama sulla fine della storia. Sotto questo profilo, non c'è proprio nulla da rimpiangere. E anche questo, in fondo, rappresenta un problema, per me. Per questo forse, pur considerando i no-global la grande novità degli ultimi 15 anni, non ho mai potuto sentirmi pienamente parte di quel movimento. Perché per molti versi mi sembrava che avessero scoperto l'acqua calda, a Seattle. E poi anche per un'altra ragione: perché ricordavo com'era il mondo prima, prima della caduta del Muro. Non era migliore.
Giustamente e molto opportunamente, Nardelli dice che oggi tutto si tiene, non c'è Sud e non c'è Nord. E' l'interdipendenza, certo, e come tale la conosciamo da un pezzo (ricordiamoci la crisi del petroli del 1972-73); ma Nardelli sottolinea il dato politico piuttosto che quello economico, ed è questa la parte più interessante. Nardelli e Cereghini – e altri autori che il libro cita, come Luca Rastello, ad esempio – propongono un'analisi convincente delle nuove classi dirigenti di tanti paesi non “terzi” o “quarti” ma pienamente inseriti nello scacchiere geopolitico contemporaneo: un po' cacicchi e un po' narcos, un po' benevoli dittatori nazional-popolari un po' mafiosi, padroni di stati e regioni offshore dove si produce tanta parte della ricchezza capitalista contemporanea, dove le immense fortune create dal grande gioco finanziario e dagli altri grandi giochi attorno alle materie prime, ai traffici illeciti, alle guerre vengono a mondarsi dei loro peccati originali, a moltiplicarsi piuttosto che a nascondersi.
E' il volto sinistro della globalizzazione (dal canto mio, amo pensare anche al suo volto "buono", al fatto di poter ascoltare sul mio ipod made in Corea un brano di Lou Reed inviatomi via mail in Bolivia dove mi trovo momentaneamente per lavoro da un amico di Bolzano che l'ha scaricato da un sito neozelandese. Difficilmente sarò mai un consumatore "zero km.").
E' il volto sinistro della globalizzazione, dicevamo, e il libro ce lo restituisce con grande vividezza nelle pagine dedicate all'arrivo dei cooperanti a Prijedor, Bosnia Erzegovina, e alla loro conoscenza con i boss locali, ex-comunisti riconvertitisi alla pulizia etnica non perché nostalgici di un passato che non è mai passato (quello degli odi fra cetnici e ustascia) ma perché perfettamente consapevoli che la guerra è l'occasione migliore per organizzare un gigantesco trasferimento di ricchezze (i beni delle vittime, innanzitutto) nonché soprattutto per riorganizzare lo Stato a loro personale vantaggio (e poco importa se dai piani quinquennali si salta direttamente dentro alla deregulation più selvaggia).
Ed ancora, andando un po' a braccio: dell'intervento in sala di Cereghini bello il passaggio dedicato ai militari; mi è piaciuta la franchezza con la quale – da pacifista – ha detto che “si può collaborare, a certe condizioni”, pur consapevole che questa affermazione suona come una bestemmia per molti del “movimento”. E' quello che ho cercato di dire nel mio libro sulla Somalia, che chissà se mai uscirà: perchè ad esempio in Somalia dell'apparato militare (italiano, nella fattispecie) si è visto il peggio ma anche il meglio: soldati e ufficiali che sono venuti meno ai loro doveri e al loro onore – come denunciato dalla stampa all'epoca, per conto mio un po' strumentalmente – ma anche generali che si sono sforzati di capire, di provare a mediare fra le fazioni in lotta, di svolgere un ruolo almeno in parte politico: non a caso facendo arrabbiare gli americani, per i quali l'unico obiettivo era far fuori Aidid (il cattivone di turno) e farlo nei tempi della CNN. E poi: c'è qualcuno oggi che pensa in tutta onestà che a Srebrenica i Caschi blu non dovevano sparare per impedire il compiersi del genocidio? C'è qualcuno che ritiene che sia stata una buona cosa per l'Europa accettare l'assedio di Sarajevo, aspettare che i morti in quella città salissero a 10.000, aspettare che fossero i bombardieri americani a togliere le castagne dal fuoco? Il che, ovviamente, non significa approvare l'Iraq o la dottrina della guerra prenventiva: significa riconoscere che lo slogan “contro la guerra senza se e senza ma” suona molto bene ma non serve a nulla, e non serve a nulla perché è ideologico, pre-politico, non distingue situazione da situazione, guerra da guerra.
Infine, una nota su un concetto che nel libro emerge, sì, forse, ma non con l'importanza che meriterebbe. Cioè che cooperare è bello. Dà piacere. Risponde probabilmente ad un bisogno psicologico profondo. Di solito, quando lo si ammette, lo si fa con tono colpevole. C'è il timore di far passare il messaggio che i cooperanti si divertono o si inebriano del loro ruolo, del loro potere. Non mi riferisco a questo genere di situazioni, ovviamente. Mi riferisco ad un bisogno umanissimo, un bisogno “onesto”, che è quello di relazione. E forse di avventura: l'avventura data dalla relazione, appunto, dall'andare “altrove”, dal confrontarsi con ciò che è “altro da sé”.
Molti soddisfano questo genere di bisogni in maniere più ovvie, e a casa propria. Altri – una minoranza, certo – cadono vittime dell'impulso che li spinge ad andare nei Balcani quando infuria una guerra o in Africa dove comunque prendersi per lo meno la malaria è nel novero delle possibilità. Non va sottaciuto. Fare operazione di sincerità riguardo ai moventi della cooperazione significa anche confrontarsi con questo genere di...emozioni? E non sono, a parer mio, emozioni di cui ci si debba vergognare.
E mi fermo qua perché altrimenti devo scrivere un libro a mia volta.