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Siccome in questo blog c'è una enorme sproporzione fra gli accessi alle pagine che ospitano fotografie o argomenti "seri" (come Alex Langer o Baumann) e quelli alla pagina che ospita il dipinto erotico giapponese "La pescatrice e la piovra", ho deciso di dare a quest'ultima una possibile concorrente. Si tratta di Zora la vampira, che ha colonizzato l'immaginario erotico di noi bambini cresciuti negli anni '70. Alcune di quelle pagine mi hanno decisamente shockato, e non mi riferisco al sesso, piuttosto alla crudeltà. Però, bisogna ammettere che gli sceneggiatori avevano molta fantasia. E poi all'epoca non c'era internet, la pornografia te la dovevi sudare, nascondendoti nei recessi di qualche compravendita di libri e fumetti usati per sfogliarla di nascosto.
Il delizioso senso del proibito di quelle mezz'ore (quando non ci cacciavano prima)! Unito, a volte, ad una vaga sensazione di disgusto, dopo.
Alcune di quelle pagine me le ricordo come fosse ieri, il che non si può dire di tante pagine di Proust.
Più lenti, più dolci, più profondi
Mai parole mi sono sembrate più vere e inattuali. Di fronte alla crisi economica (che passerà, certo, s'è mai vista crisi che non passa?) le risposte sono quelle di sempre: più produttività, più velocità, più lavoro, più pil. Più Macchina.
Ci dev'essere anche una ragione psicologica dietro a tutto questo: sono sempre più convinto che i decisori soffrano di horror vacui, non siano in grado di rimanere più di cinque minuti soli con se stessi in una stanza o in un sentiero, né riescano a relazionarsi con il prossimo senza la mediazione del "fare".
Dunque, più veloci, e necessariamente più duri e più superficiali. E' la metafora nascosta dietro l'aeroplano che si è schiantato ieri in West Virginia: il proprietario, un ultrasettantenne, aveva ammesso prima del decollo di averlo modificato per renderlo più veloce.
Poi ci sono i correttivi di facciata, del tipo: spostare le festività alla domenica. Certo, non rimanere a casa il giorno del patrono darà alla Macchina la spinta fondamentale per rimettersi in moto!
Ma anche certe richieste estemporanee della società civile lasciano il tempo che trovano: tagliare i costi della politica. Benissimo, perché non tagliare anche quelli dei manager? Mica perché debbano guadagnare quanto un tranviere, intendiamoci, sarebbe sciocco populismo. Solo per ridurre un poco quel divario sociale che trascina con sé emulazione, conflitto, l'inseguimento e la corsa dei topi in cui stiamo dentro (quasi) tutti.
Ma no, la figura del dirigente privato è ancora carica di carisma, ovviamente, si pensa che quelli siano soldi suoi. E le rendite delle speculazioni finanziarie? Intoccabili.
In fondo è mestiere del politico quello di farsi sparare addosso. I veri padroni della Macchina se ne stanno al sicuro, non si sa dove vivano, e anche se lo si sa, suscitano nel contado lo stesso timore reverenziale degli antichi castellani e la stessa ammirazione delle rockstar (Montezemolo! Marchionne! Come ieri: Berlusconi! Gardini!?!! Tanzi...!????).
Non ho mai pensato a Langer come a un profeta, forse perché non si atteggiava a profeta. Era un ammiratore di san Cristoforo, un santo raffigurato sui muri delle chiese dell'Alto Adige sempre in cammino, con il Bimbo sulle spalle. Usava la parola "ecologia" e oggi vengono i brividi solo a sentirla. Il suo era un linguaggio moderato, non si scagliava, non fustigava, non era realmente un utopista, diceva cose di buon senso, solo l'ignavia dei nostri tempi poteva scambiarle per altro.
A volte pervase da un afflato "religioso" (lui cattolico, anche se per metà ebreo).
Oggi, però, non posso fare a meno di pensare che sia uno dei pochi grandi uomini nei quali mi sono imbattuto.
Quindi giù il cappello di fronte al Viaggiatore leggero.
...Ecco perchè mi sei venuto in mente tu, San Cristoforo: sei uno che ha saputo rinunciare all'esercizio della sua forza fisica e che ha accettato un servizio di poca gloria. Hai messo il tuo enorme patrimonio di convinzione, di forza, e di auto-disciplina a servizio di una Grande Causa apparentemente umile e modesta. Ti hanno fatto - forse un po' abusivamente - diventare il patrono degli automobilisti (dopo essere stato più propriamente il protettore dei facchini): oggi dovresti ispirare chi dall'automobile passa alla bicicletta, al treno o all'uso dei propri piedi! Ed il fiume da attraversare è quello che separa la sponda della perfezione tecnica sempre più sofisticata da quella dell'autonomia dalle protesi tecnologiche: dovremo imparare a traghettare dai tanti ai pochi chilowattori, da una super-alimentazione artificiale ad una nutrizione più equa e più compatibile con l'equilibrio ecologico e sociale, dalla velocità supersonica a tempi e ritmi più umani e meno energivori, dalla produzione di troppo calore e troppe scorie inquinanti ad un ciclo più armonioso con la natura. Passare, insomma, dalla ricerca del superamento dei limiti ad un nuovo rispetto di essi e da una civiltà dell'artificializzazione sempre più spinta ad una riscoperta di semplicità e di frugalità. Non basteranno la paura della catastrofe ecologica o i primi infarti e collassi della nostra civiltà (da Cernobyl alle alghe dell'Adriatico, dal clima impazzito agli spandimenti di petrolio sui mari) a convincerci a cambiare strade.Ci vorrà una spinta positiva, più simile a quella che ti fece cercare una vita ed un senso diverso e più alto da quello della tua precedente esistenza di forza e di gloria. La tua rinuncia alla forza e la decisione di metterti al servizio del bambino ci offre una bella parabola della 'conversione ecologica>' oggi necessaria.
Il viaggiatore leggero- Scritti 1961-1995, Alexander Langer,Sellerio editore, Palermo,2011
La domanda decisiva quindi appare non tanto quella su cosa si deve fare o non fare, ma come suscitare motivazioni ed impulsi che rendano possibile la svolta verso una correzione di rotta.
La paura della catastrofe, lo si è visto, non ha sinora generato questi impulsi in maniera sufficiente ed efficace, altrettanto si può dire delle leggi e dei controllo; e la stessa analisi scientifica non ha avuto capacità persuasiva sufficiente. A quanto risulta, sinora il desiderio di un’alternativa globale – sociale, ecologica, culturale – non è stato sufficiente, o le visioni prospettate non sufficientemente convincenti. Non si può certo dire che ci sia oggi una maggioranza di persone disposta ad impegnarsi per una concezione di benessere così sensibilmente diversa come sarebbe necessario.
Né singoli provvedimenti, né un migliore “ministero dell’ambiente”, né una valutazione di impatto ambientale più accurata, né norme più severe sugli imballaggi o sui limiti di velocità – per quanto necessarie e sacrosante siano – potranno davvero causare la correzione di rotta, ma solo una decida rifondazione culturale e sociale di ciò che in una società o in una comunità si consideri desiderabile.
Sinora si è agiti all’insegna del motto olimpico “citius, altius, fortius” (più veloce, più alto, più forte), che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la mobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana ed onnipervadente. Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in ”lentius, profundis, suavius” (più lento, più profondo, più dolce”), e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso.
Ecco perché una politica ecologica potrà aversi solo sulla base di nuove (forse antiche) convinzioni culturali e civili, elaborate – come è ovvio – in larga misura al di fuori della politica, fondate piuttosto su basi religiose, etiche, sociali, estetiche, tradizionali, forse persino etniche (radicate, cioè, nella storia e nell’identità dei popoli). Dalla politica ci si potrà aspettare che attui efficaci spunti per una correzione di rotta ed al tempo stesso sostenga e forse incentivi la volontà di cambiamento: una politica ecologica punitiva che presupponga un diffuso ideale pauperistico non avrà grandi chances nella competizione democratica.
Notizie verdi, Roma, 1998.
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Sulla strada (estratto)
Di tanto in tanto un bagliore fioco arrivava dall'agglomerato di baracche, ed era lo sceriffo che faceva la sua ronda con una debole torcia elettrica borbottando tra sé e sé nella notte della giungla. Poi vidi la luce dirigersi a scatti verso di noi e sentii il rumore dei passi attutito sul tappeto di sabbia e sulla vegetazione. Si fermò e diresse la luce della torcia verso la macchina. Mi alzai a sedere e lo guardai. Con voce tremante, quasi querula ed estremamente tenera, disse: "Dormiendo?", e indicò Dean sdraiato sulla strada. Sapevo che quella parola significava dormire.
"Sì, dormiendo".
"Bueno, bueno", disse fra sé e sé, e si girò triste e riluttante per tornare alla sua ronda solitaria. Poliziotti così adorabili Dio non li ha mai creati in America. Niente sospetti, niente storie, niente noie. Quell'uomo era il guardiano del paese addormentato, punto e basta.
Tornai al mio letto d'acciaio e mi sdraiai con le braccia spalancate. Non sapevo nemmeno se proprio sopra di me c'erano rami d'alberi o cielo aperto, e non me ne importava assolutamente niente. Aprii la bocca a quello che mi sovrastava e presi grandi boccate di atmosfera della giungla. Non era assolutamente aria, piuttosto l'emanazione palpabile e viva di alberi e paludi. Restai sveglio. Il canto dei galli annunciò l'alba chissà dove fra i cespugli fitti.
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Ship under white clouds
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Scotland
Scotland - Ulva Island
L'isola di Ulva, oggi disabitata. I contadini vennero cacciati brutalmente dal Landlord a metà '800, per fare spazio agli allevamenti di pecore. Alcune famiglie si trasferirono nei bacini carboniferi (come la famiglia Livingstone, quella del famoso esploratore), altre emigrarono in Australia o in Canada. Cose analoghe sono avvenute in tutte le Highlands. La wilderness che apprezziamo così tanto è, in realtà, almeno in parte, un prodotto dell'uomo.
Alice on the beach
Prima immagine della Scozia. Alice nella spiaggia di Calgary, isola di Mull. Mentre il sole scivola dietro l'Atlantico.
Lou Reed plays Lulu
La copertina del nuovo lavoro di Lou Reed, con i Metallica, in uscita a fine ottobre. Ispirato alla Lulu di Frank Wedekind (rock e letteratura, come in "The Raven"!).
Ancora su John Lydon e il punk
Una delle cose interessanti dell'attitudine punk era il geniale dilettantismo. L'idea di fondo : "Non sappiamo suonare, possiamo essere una band". Una reazione contro la deriva tecnicista dell'epoca (nella pop culture), di gruppi come Yes o Genesis. John Lydon racconta nella sua autobiografia che Rick Wakeman minacciò la sua casa discografica di andarsene, se avessero fatto incidere i Sex Pistols.
In verità i Sex Pistols qualche accordo lo conoscevano, e il batterista sapeva tenere il ritmo. I due veri antimusicisti erano Sid Vicious e Johnny Rotten. Il primo, era essenzialmente un ragazzo disadattato e un poseur, e ha fatto la triste fine che sappiamo. Lydon no: non era certo un cantante (nel senso di Freddie Mercury, o David Bowie) eppure cantava, e nessun altro avrebbe potuto cantare "Anarchy..." come lui.
Ciò non significa ovviamente che non si debba studiare. Ho il massimo rispetto per lo studio, che è la cosa che forse ho amato di più nella vita (lo dico anche pensando ad un post che mi è arrivato recentemente, riguardo a un mio scritto su Baumann). Però trovo straordinario che dei ragazzi di 19 anni prendessero la cosa così, e riuscissero a farla. Ragazzi senza preparazione di base, senza soldi, senza gli strumenti, o quasi. Un atteggiamento assolutamente antiaristocratico eppure non naives, anzi, a suo modo snob.
Peraltro, dietro a tutto questo non c'era alcuna attrazione per l'essere perdenti, loosers. I Pistols non desideravano incidere per una piccola casa discografica indipendente. Pur detestando i gruppi che definivano "dinosauri", quelli che si esibivano solo per le grandi platee, in realtà volevano il massimo del successo e la massima visibilità possibili. L'idea non era di rimanere fuori dal sistema ma di entrarci e provare a scardinarlo.
Mi piacerebbe veder nascere una generazione di geniali dilettanti che fanno senza timori reverenziali e senza copiare, infischiandosene delle regole dei circuiti commerciali. Le ultime espressioni le abbiamo viste forse con l'hip hop: i graffiti, il ballo di strada, l'estetica del corpo. Purtroppo tutto viene fagocitato così in fretta. L'arte visuale si è data anch'essa le sue regole, ormai stantie: l'abuso dei corpi, l'estetica necrofila (Rotten all'inizio era colorato, la copertina dell'album era colorata), l'antitecnica elevata a sistema, quindi una tecnica anch'essa, l'incomprensibile come programma (i punk erano diretti e "popolari").
Tutto si risolve in leggi non scritte, critica, divise, gente che se la tira, corsi e concorsi che servono solo a far girare soldi.
Ma all'inizio il punk non era divisa, non era le creste gialle e i giubbotti, non era "scuola", pagine di riviste patinate e modelle anoressiche, era pura creatività, pura espressione di sé. In una stagione caratterizzata da crisi economica, "No future" come orizzonte. Nichilismo? Rotten rifiuta questa definizione. Era un calcio in culo. Un senso selvaggio.
Di questo forse ha scritto Alberoni, di come i movimenti si istituzionalizzano, di come l'underground diventa mainstream.
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