Domani nella battaglia pensa a me 2.0


(...) Alla fine l'uomo decide di andare; ma non può lasciare il bambino, che dorme ignaro nella stanza accanto. Si risolve a telefonare all'albergo londinese dove soggiorna il marito della donna. Chiama, nel cuore della notte, immaginando di svegliare un portiere che, mentre lo lascia in attesa, cercando nel registro degli ospiti il nome che gli è stato comunicato, fischietta "Stranger in the night". E poi, la prima sorpresa: non c'è nessuno registrato con quel nome, nell'albergo.
Dunque il marito ha mentito? Non è in quell'albergo, forse nemmeno a Londra?
Prima che il protagonista possa riaversi dalla sorpresa squilla il telefono, questa volta quello dell'appartamento (la storia si svolge nell'ormai lontana era geologica pre-cellulari, quando ricevere una chiamata voleva dire trovarsi a tiro di una cornetta); ovviamente l'uomo indugia, non sa se rispondere, non è casa sua, non dovrebbe essere lì, oltretutto ha appena pensato di cancellare ogni traccia del suo passaggio, e nel frattempo parte la segreteria telefonica, una persona con una voce tagliente, autoritaria, rimprovera la donna di averlo avvisato troppo tardi che il marito sarebbe partito. Perciò non ha potuto raccogliere il suo invito.
Dunque, si dice l'io narrante, ero la seconda scelta. Era questo sconosciuto dalla voce tagliente l'amante che la donna aveva deciso di invitare a cena, ed è solo a causa della sua indisponibilità, del fatto che non ha sentito un messaggio o l'ha sentito in ritardo, che, all'ultimo momento, lei ha deciso di confermare il suo invito a me, un quasi-sconosciuto, con cui si è incontrata prima solo 2 volte al bar.
A causa di questa circostanza un po' umiliante ora sono io a vegliare il suo corpo morto, anziché il marito, anziché l'amante autoritario dalla voce tagliente, che l'ha chiamata "scema", che chissà quante altre volte è stato qui.

Intorno all'appartamento dove il bambino continua a dormire sotto a degli aeroplanini di carta che riproducono modelli da guerra della prima e seconda guerra mondiale, mentre la madre giace morta, nella stanza accanto, improvvisamente, stroncata da un malore, la città, con i suoi fantasmi e i suoi presagi. Uomini che cercano un taxi per tornare a casa, amanti al loro centesimo incontro che si baciano sull'uscio di lui (o di lei), infermiere alle prese con il turno, studenti che ripassano la materia oggetto d'esame, prostitute che attendono con poco entusiasmo sul ciglio della strada l'arrivo del prossimo cliente.
E l'uomo al centro esatto di tutto questo, con i suoi pensieri, i suoi gesti riflessivi, la sua consapevolezza della vita e il suo controllato stupore, che da un lato viene progressivamente sospinto ai margini delle esistenze che per un istante (e una fortuita catena di circostanze) ha incrociato, dall'altro le penetra sempre più a fondo, sollevando la coperta dei misteri che si celano sotto all'apparente normalità di una vicenda familiare. Come dice Shakespeare, nulla è se non ciò che non è.

Javier Marìas, "Domani nella battaglia pensa a me", Einaudi. Enjoy.

La foto è tratta da questo sito: www.flickr.com/photos/zioluc/with/4388949601/

Domani nella battaglia pensa a me



Ho iniziato oggi questo romanzo di Javier Marìas, senza sapere quasi nulla dell'autore. Conoscevo - e conosco - i titoli dei suoi romanzi, ovviamente, pubblicati in Italia da Einaudi, anzi, credo di ricordare quando sono comparse le sue prime traduzioni, credo di avere pensato allora: "Prima o poi dovrò leggere dei romanzi con dei titoli così belli", ma non l'avevo mai fatto. La verità è che mi sono deciso solo dopo avere letto da qualche parte come comincia "Domani nella battaglia...", il che depone a favore di un buon plot (o di qualche citazione in qualche giornale a larga tiratura). C'è un uomo, a Madrid, ospite di una donna che non conosce bene, la conosce da appena 15 giorni, una donna sposata e con un figlio di 2 anni: il marito è in viaggio di lavoro a Londra, il bambino finalmente si è addormentato, anche se , secondo l'uomo, ha fatto di tutto per rimanere sveglio, presagendo quello che stava per succedere fra lui e la madre. Insomma, la coppia è a letto, non sono ancora nudi, si stanno baciando, lui è riuscito a slacciarle il reggiseno, il tutto deve accadere in quella bolla, quell'aura di non-premeditazione che secondo l'io narrante di solito racchiude gli eventi della fatale "prima volta", quando entrambi desiderano convincere se stessi che non hanno realmente cercato nulla, che non hanno desiderato di fare accadere alcunché... Ma all'improvviso la donna sta male, lui pensa sia la digestione, o un tardivo pentimento, non si scompone né è deluso, è un uomo di mondo, solo, non sa bene cosa fare, non la conosce, la conosce appena, insomma, non sa neanche dov'è, non conosce i vicini, sono le tre di notte, si decide ad aspettare che le passi. E invece...lei muore.

Un attacco del genere non lascia indifferenti, no?
Se anche voi non conoscete il romanziere spagnolo, ma vi incuriosisce questa storia, e volete sapere come proseguirà il rapporto fra quest'uomo, questo visitatore notturno, e la sua non-amante (perchè qui la morte è solo all'inizio di un romanzo molto lungo, dunque questo rapporto dovrà continuare, in qualche modo), andate a leggervi il libro. Questa non è una recensione, è solo un annuncio di pubblica utilità.

E poi Marìas dev'essere una persona comunque intelligente. Ecco l'inizio di un suo articolo su Berlusconi:
"Questo individuo è essenzialmente una palla al piede, a giudicare dal materiale video nel quale lo si vede ai vertici politici in compagnia di altri mandatari o in occasioni mondane più frivole. In realtà il suo comportamento è identico negli uni e negli altri, solo che nei primi finge di essere l'anfitrione, lo fa sempre (anche se, per dire, si trova in Canada)..."

Potete averlo in edizione economica, si intitola "Trilogia sentimentale" (19 euro) contiene tre romanzi, "Tutte le anime", "Un cuore così bianco" e "Domani nella battaglia pensa a me", da cui sono partito. E' una trilogia di storie d'amore, ovviamente; c'è qualcosa di più interessante da leggere, ad inizio di primavera?
Il titolo pare sia mutuato da Shakesperare, e così Shakesperare continua ad invadere - benignamente - la mia vita, in questo periodo.

Il trailer l'ho trovato in youtube, grazie a chi l'ha messo assieme, mi sembra molto efficace e ieri notte, stranamente, mi sono addormentato proprio su quelle frasi, che come dice Lou Reed, commentando alcuni suoi testi, hanno un suono grandioso (anche se magari non vogliono dire nulla) .

Nostalghia - David Sylvian incontra Tarkovsky (1988)



Come posso dire come passa lento...

(matrimonio ovvio e riuscito fra musica e immagini)

DUE: FOLLIA D’AMORE PER DONNA SOLA


E’ uno spazio bianco, quasi spoglio, illuminato da tubi al neon. Dal soffitto pendono tre sacche di sangue, in fondo al palco una vasca da bagno piena d’acqua, sormontata da uno specchio. E’ tutto, a parte un paio di microfoni in evidenza, sulle loro aste, ed altri nascosti, ad amplificare lo sgocciolio del sangue sul pavimento, quando Licia Lanera buca le sacche con uno spillo.
“2.(due)”, della compagnia barese Fibre Parallele, andato in scena al teatro Spazio 14 di Trento nell’ambito della rassegna Black Box (che ha ospitato anche il duo Ricci/Forte – insospettabilmente diviso fra “I Cesaroni” e il teatro d’avanguardia - con “Macadamia nut brittle”), è il monologo straniante e straziato di una donna dai capelli rossi, infilata in un vestito bianco come una sorta di infermiera dark o di tardiva materializzazione di quelle fantasie cannibali che hanno dominato il panorama letterario italiano negli anni ‘90. Le parole scivolano su un tappeto di effetti sonori allucinati, scandendo le tappe di una storia d’amore che affoga nel sangue dell’uomo assalito e massacrato nella sua cucina con un forchettone. Allo spettatore non viene mostrato né uomo, né cucina né forchettone; eppure, quando usciamo, ci sembra di averli visti, così come ci sembra di avere visto i tanti “quadri”, appena abbozzati, di una vita di coppia apparentemente felice, il che depone a favore della sceneggiatura e del testo, della forza dei gesti e delle parole ossessivamente ripetute: le bolle di sapone che trasformano la stanza in una immensa jacuzzi, il concerto di Ivano Fossati, i ricci, situazioni ordinarie, al limite della banalità. Tutto questo fino alla scoperta, da parte dell’uomo, della sua attrazione per un altro (o molti altri?) uomini: detto brutalmente - da lei, dalla donna dai capelli rossi e dalle occhiaie profonde, dalla metà messa da parte, abbandonata - “ti voglio tantissimo bene ma mi piace il cazzo”.
E’ il sogno di una vita in due che si spezza, in due come Ken e Barbie, come Romeo e Giulietta, come un infinito numero di coppie che l’attrice elenca nel finale, la bocca e il vestito sporchi di sangue, mentre il bianco ospedaliero della scena si colora di rosso, subito prima di immergersi, finalmente, nella vasca, a mescolare sangue e acqua. E’ la follia d’amore portata alle sue estreme conseguenze, senza scuse e senza possibilità di redenzione. Dell’uomo, delle sue ragioni, dei suoi pensieri, sappiamo quasi nulla. Sappiamo che guarda video pornografici a tema homosex (la loro scoperta scatena l’omicidio); sappiamo che ha confessato la sua confusione, che le ha chiesto aiuto ma, egoista come tutti gli amanti (cioè come coloro che amano) l’ha anche respinta, più volte. Questo però poco importa. Ad occupare la scena è sempre e soltanto lei, la scena stessa una proiezione del suo spazio mentale, autoreferenziale, claustrofobico, a tratti invaso dall’eco dell’universo mediatico, dall’esplosione un po’ incongrua di canzoni e canzonette. E tuttavia – qui sta la forza della pièce – uno spazio per certi versi noto, o quantomeno riconoscibile. Un dramma “umano, troppo umano” l’ha definito a ragione la critica. Per i due autori – oltre a Licia Lanera, Riccardo Spagnuolo, che ha curato l’allestimento – “una sorta di incubo splatter, costruito sui brutali racconti di noti assassini, uno fra tutti Luigi Chiatti. Ci ha colpito la loro lucidità nel raccontare degli eventi così gravi, la loro leggerezza, l'inconsapevolezza infantile, di fronte agli occhi attoniti dei parenti delle vittime. E’ l'inquietante straniamento di chi ragione non ha.”

L'origine del mondo


Al Mart di Rovereto. Speriamo che adesso i trentini non le mettano le mutande...(visti i precedenti con Moravia e Manara).

Dell'elmo di Scipio s'è cinta la testa

Di tutti i versi insopportabili dell'inno di Mameli questo mi è sempre sembrato il più presuntuoso, il più idiota. Vabbé, il poveretto non poteva prevedere, nel 1847, quello che sarebbe successo in seguito: il neonato Regno d'Italia che corre a ritagliarsi il suo posto al sole nel Corno d'Africa concludendo la sua breve corsa ad Adua; le cannonate di Bava Becaris al popolo insorto per il pane in quel di Milano; l'immenso carnaio della Prima guerra mondiale, con l'Italia a cambiar bandiera in corsa sperando in una facile vittoria e infilandosi nel tunnel oscuro raccontato da Hemingway in Addio alle armi; poi il fascismo, la "riconquista della Libia" (con tutti quei morti sulla nostra coscienza, l'unica cosa che Gheddafi può davvero rinfacciarci), la campagna d'Etiopia, con tanto di gas, e infine la sconcezza della Seconda guerra mondiale, combattuta dalla parte peggiore, quella dei nazisti, con le pezze ai piedi, ma anche qui, ovviamente, solo fino al 43', perché poi ci chiamiamo fuori, salvo a lasciar massacrare i nostri soldati allo sbando a Cefalonia. Già, davvero un popolo di Scipioni e di condottieri. Comunque, Scipione l'Africano, è quello che ha raso al suolo Cartagine, no? Insomma, non proprio un modello per le nuove generazioni, anche se, certo, ci impedì di diventar fenici (sarebbe stato poi un gran male?).
Mi rendo conto che prendersela con Mameli è futile, e che Napolitano aveva le sue ragioni. E' che è stato più forte di me, ieri non ho potuto gioire per la bella festicciola, inni e bandiere che garrivano al vento. Sarà che sono cresciuto male, ascoltando Bennato, la sua Bandiera, che ci ammoniva, attenti, ragazzi, dove sventolano bandiere si affilano baionette... Mentre se si voleva celebrare la nostra Costituzione - cosa sacrosanta viste le picconate che gli sta tirando il guascone bitumato - allora osservo sommessamente che è del 1948, non del 1861.
Certo, mi secca un po' essere confuso con i leghisti o con Durnwalder, io penso che i micronazionalismi siano ancora peggio dei nazionalismi tout court, la mia diffidenza verso le celebrazioni dell'unità d'Italia è di segno diametralmente opposto, io ho bisogno di un mare più grande in cui nuotare, non di una piccola patria, sono cittadino del mondo, pur con i miei limiti (linguistici, innanzitutto), non campanilista.
Insomma, mi sono perso un'altra occasione per sentirmi parte di qualcosa di più grande di me, più alto di me, più completo di me, più profondo di me. Dovrò smetterla di essere così scettico, prima o poi. Dovrò. Per forza. O non dovrò?

Stanze


Ho voglia di camminare di nuovo da solo, ho voglia di visitare una città che non conosco, ho sempre fatto cose da solo, anche da ragazzo, andare al cine alle 4 del pomeriggio, ad un concerto nascosto dalla mia capigliatura, fare l'autostop fino a Firenze, non mi sono mai sentito triste o depresso in quei casi ma molto vigile, attento, concentrato, poi a un certo punto, due anni fa, mi è sparita la voglia, è come se una parte molto profonda di me fosse evaporata, una parte molto intima, vicina al mio cuore, la rivoglio, è come se mi fosse evaporato l'amore per la musica, un tratto fondamentale della mia identità, io lo so il perché.

Leggo Chronicles, Bob Dylan un grande scritttore, per lo meno in questa prova, non in Tarantula, il capitolo su New Orleans, sull'incisione di No mercy, i dettagli della città, un gatto accoccolato sul muretto, l'aria pesante di umidità, cimiteri, un parco. La memoria è strana, serbi il ricordo di cose insignificanti e dimentichi del tutto altre. Gli armadi a muro in ogni stanza, lui arriva e si trova subito bene, leggo e sento il suo adagiarsi, il suo vestire lo spazio come un nuovo abito comodo, che calza a pennello.
Se stai bene in una stanza d'albergo la lasci anche più volentieri, sai che poi tornerai in un luogo piacevole, qualunque cosa ti aspetti fuori, sai che la puoi far franca.

Vorrei camminare da solo, avere tutta la mattina a disposizione, esplorare la città, avere una meta ma vaga, il cielo azzurro, sentirmi libero come quella volta a Pechino, dopo un viaggio di 36 ore in treno attraverso tre quarti di Cina, voglia di camminare, di pranzare in un ristorante, di spiare i vecchi nel Tai Chi, di scattare foto e chiedere la direzione ai passanti, di sentire i muscoli delle gambe indolenziti, alla fine della giornata.

Puoi anche fare il giro di una stanza, a piedi nudi su legno o moquette, puoi tirare le tende, il tuo nuovo, altro mondo, una camera che non conosci, nella penombra del pomeriggio, sai perfettamente come ci sei arrivato, sai che ci starai per meno di 24 ore, o per tre giorni, non importa.
Basterebbe una camera a volte a giustificare un viaggio. Basterebbe essere stati lì, il letto nel soppalco, oppure sotto una grande stufa in maiolica, una carta geografica, l'affaccio su un canale o un frutteto, una grande vetrata che occupa tutta la parete, l'oceano fuori.
Ci sono stanze che ti senti subito a casa, ci sono coperte, materassi, che sembrano avere portato la tua impronta, il tuo odore, da sempre. Stanze che ti aspettavano, lì, e poi ci sono le camere d'albergo di cui parla Moby, il cui scopo principale è quello di farci dimenticare che infiniti altri ospiti le hanno occupate prima di noi.
Un tempo le pareti lasciavano passare i rumori, i lamenti, le grida degli amanti, il pesante russare da ubriaco, adesso sono quasi tutte insonorizzate.
E a volte hai bevuto e una tappezzeria ti sembra più di una tappezzeria, un neon fuori, che si accende e si spegne, un misterioso alfabeto morse metropolitano.
A volte hai un libro e a volte l'ultima cosa che vorresti fare è leggere.

A volte ci piove dentro e a volte, anche se fa buio come in fondo ad un pozzo, senti che ci pulsa un sole.

La Peste. Lo Tsunami.



Il terremoto in Cile di Kleist. Il terremoto di Lisbona, ricordato da Voltaire nel "Candido". Le infinite, improvvise tragedie che schiantano l'umanità. Così diverse dai mali di cui soffriamo volontariamente. Così diverse dalle sofferenze universali, il male d'amore in cima alla lista.
Le tragedie di cui si soffriva un tempo, che capitavano sulla testa delle persone come sciami di cavallette. Una guerra dichiarata dalla sera alla mattina, l'invasione di un esercito straniero. Le epidemie, la Spagnola. La Peste di Camus. Fulmini a ciel sereno, che spezzavano il filo delle esistenze, che strappavano i figli dalle madri, che separavano gli amanti.
Non riusciamo a figurarcele, adesso. Facciamo appena fatica a figurarci una connettività ridotta del 50%, un paese tecnologicamente avanzato che all'improvviso non ha accesso a internet. Non siamo abituati alle sciagure che non si fanno preannunciare quantomeno da un talk show. Non siamo abituati a soffrire se non per una nostra iniziativa.

Un po' di fastidio per chi ne approfitta per imbastire campagne contro il nucleare. Non è il momento. Lasciamo che prima i vivi seppelliscano i morti, e li piangano come meritano. I "l'avevo detto, io...", lasciano il tempo che trovano. Io non sono a favore del nucleare, so cosa ho votato al famoso referendum, ma onestamente, il nucleare ce l'ha mezzo mondo. Fra i paesi industrializzati, siamo noi l'anomalia. E non so se dipendere da Gheddafi mi piace tanto di più.
(Sento ora che la Merkel in Germania ha deciso lo stop alle centrali nucleari e quindi forse mi sto sbagliando. Vero è che la Germania da tempo stava ragionando sulla fuoriuscita dal nucleare. Tutto ciò che posso pensare è che di fronte ad un cataclisma del genere qualsiasi società umana e qualsiasi tecnologia vacillerebbero. Se questo sisma fosse avvenuto qui dove vivo io probabilmente non sarebbe rimasta in piedi una sola diga).

Ho visto le distruzioni dello Tsunami sulle coste dello Sri Lanka. Case schiantate, fantasmi che vagavano fra le macerie, che mescolavano i loro fiati a quello dell'oceano, la notte, mentre mi rigiravo sotto la zanzariera, inquieto. La potenza del mare, che entra nelle città.

Il Giappone è una cultura lontana che ci ha sempre affascinato. Lo Zen, le arti marziali, i Manga, la tecnologia, il non perdere la faccia, mai. Luoghi comuni, forse. Come quelli sull'Italia elencati dall'Indipendent, Claudia Cardinale, il gelato, Fellini, Dante, il dolce far niente. E tuttavia, un Oriente riconoscibile, nella sua alterità. Un Oriente che ci ha dato tanto. L'individualista che è in me non potrebbe mai adattarsi. Una cultura che sacrifica l'individuo agli interessi della collettività, pare a me. L'unico socialismo reale, lo definiva un mio amico che è stato sposato ad una giapponese. Che ci ha vissuto, in quel paese. Eppure a lui piaceva. Persone diverse hanno diverse esigenze (non dovremmo mai scordarcelo).

Provare umana simpatia per dolori che non ci sfiorano.

Perfect Day - Lou Reed al Vittoriale di Gardone

Lou Reed - FIB 2004 from Victor Tomi on Vimeo.


A Gardone, nella casa di d'Annunzio, il 22 luglio.

You're going to reap just what you sow
Raccoglierai ciò che hai seminato.

www.loureed.it
www.anfiteatrodelvittoriale.it/

"Nonostante ogni amputazione, potevi uscire e ballare su quella stazione di rock n roll, e andava tutto bene, andava benissimo..."
(Velvet Underground, "Rock n Roll").

Un grande artista. Non mancate.

STUPIDARIO ALTOATESINO/SUDTIROLESE

Quante sciocchezze si dicono e si scrivono sull'Alto Adige/Sudtirol (senza Umlaut perchè non ho il tempo di cercarlo sulla tastiera). L'ultimo ad alimentare lo stupidario è stato Sgarbi: "Gli italiani dell'Alto Adige come gli ebrei in Germania durante il nazismo", e altre amenità, proprio quelle che si ascoltano al bar, del tipo "se non sono contenti di vivere in Italia se ne vadano in Germania...". A prescindere dal fatto che i sudtirolesi non hanno certo chiesto di venire in Italia, è come se chiunque non sta bene in un luogo o sotto un certo governo dovesse andarsene (in questo caso metà degli italiani dovrebbero emigrare, me compreso).
Ovviamente scemenze del genere le ho sentite spesso in vita mia: anni fa fu l'allora presidente della Provincia autonoma di Trento Andreotti ad esprimersi così (seppure con maggiore eleganza, ci vuol poco ad essere più eleganti di Sgarbi); lui parlava degli italiani, dell'Alto Adige, non dei tedeschi, ma il concetto era lo stesso, "se non stanno bene lì perchè non se ne vanno?"
L'idea profondamente antidemocratica che il dissenso non abbia ragione di esistere, specie nelle beate terre dell'Autonomia, che chiunque si lamenta sia un facinoroso o un perdigiorno, che se uno ha qualcosa da eccepire dovrebbe fare le valige, andare in esilio, insomma, smammare.
Sgarbi anni fa fu protagonista di un altro episodio del genere, anche lì provocato ad arte per conquistare le pagine dei giornali (c'è chi viene pagato per parlare, chi per animare i bunga bunga, chi, evidentemente, per litigare): fece un casino in un ristorante dicendo che non era stato servito perché italiano. Ora, non c'è persona in buona fede che non sappia che in Alto Adige il turista, qualsiasi turista, viene trattato come un principe, e che tutta l'Italia dovrebbe imparare dal senso dell'accoglienza dei sudtirolesi. Come se fossero questi i problemi. Come se fossero queste le difficoltà del vivere in Alto Adige, per un italiano: i monumenti alla Vittoria, l'essere serviti al ristorante, il fatto che (altra cosa per cui la gente che viene da fuori si stupisce) "parlano in tedesco, eh? E lo fanno apposta!".
Stupidità stupidità stupidità stupidità stupidità stupidità stupidità malafede stupidità stupidità stupidità società dello spettacolo stupidità stupidità stupidità ignoranza stupidità stupidità stupidità stupidità stupidità stupidità stupidità stupidità stupidità stupidità stupidità furbizia.

Una sera a teatro - La follia di Ofelia

Sala raccolta, si chiamava "teatro sperimentale", fino a qualche anno fa, ora è intitolata a un signore che non conosco. File quasi piene, pubblico eterogeneo, a Trento il teatro piace sempre. Si spengono le luci, inizia "La follia di Ofelia", di Michela Embriaco, Multiversoteatro.

Questa non è una recensione. Le recensioni mi hanno stufato da un pezzo, la recensione, come genere, andrebbe decostruito, sovvertito. Questi sono i frammenti che uno si porta a casa, appiccicati alla giacca e nel garbuglio dei capelli, come i coriandoli del pomeriggio, che ho spanto stanotte sul cuscino.

Un flash sull'adolescenza, il gioco delle differenze che si riconoscono, il budello che si gonfia, quel solco insanguinato fra le gambe che lascia una scia rossa dove passa, ma non sempre.

Due giovani uomini aggrediscono una giovane donna in piedi, la spingono, la forzano con i gomiti, gli avambracci, cercano di spostarla, lei resiste, la testa si piega, la violenza.

I corpi, la fisicità. Corpi bianchi, reali, vivi, imperfetti, corpi dentro a mutande e cannottiere bianche, a sottovesti, illuminati a giorno, coraggiosamente esposti, che danzano la maturità sessuale, il conflitto che essa scatena, la concretezza della donna (il suo essere materica, ctonia, avrebbe detto Bachofen), l'astrattezza dell'uomo, e poi le parti si scambiano. Una cravatta su un petto glabro, una benda sugli occhi, corpi avvinghiati su una sedia.

C'è un testo poetico, evocativo, che accompagna le varie scene. Che introduce al tema della follia, ad una donna in piedi dentro ad una vasca che si versa dell'acqua sul capo, con una brocca. Spesso ho trovato i testi ridondanti, inadeguati, ma non stavolta. Stavolta il testo è perfetto, non troppo invadente, non inutile.

Una donna in piedi su una vasca, vestita, si versa dell'acqua sul capo. Si strofina le braccia, cerca un'impossibile pulizia, cerca di lavarsi di dosso i profumi delle amiche che le hanno fatto visita. Poi arrivano i carcerieri, crudelmente la riducono alla ragione e nel farlo, la rimproverano, la deridono. Siamo in un manicomio. Il mondo intero, un manicomio? Sarebbe molto shakespeariano. Lo abbiamo fatto tutti, rimproverare una persona per la sua difformità, per il suo inguaribile "altrove", il suo non-essere ciò che vorremmo fosse, il suo essere solo malata. E' un passaggio che risveglia dei ricordi. Per un istante gratta, ferisce.
Se vi dicono che la sofferenza rafforza, portateli qui.

C'è una sposa spaesata. C'è la fatica del vivere gli amori, del vivere la vita. C'è molta emozione. Giovinezza, anche. Pance, polpacci. Rischio e asperità.

E c'è una possibile via d'uscita, alla fine. Il palcoscenico debolmente illuminato da dei lumini. Una ninna nanna nell'aria. Un uomo/bambino poggia la sua testa nel grembo di una donna. Una possibile riconciliazione. Una possibile via d'uscita, fuori le mura, fuori dalle gabbie dei generi, dalle gabbie generazionali. Possibile, non scontata.
La mente va ad Alda Merini. A Dean Moriarty.

Baby, pensaci su



Esegesi di una canzone (e pazienza se il video è inadeguato).
E' una canzone minore del repertorio di Lou Reed, incisa per un album che in pochi hanno apprezzato. Lontana dal "mito" che il cantante newyorkese ha costruito attorno al suo essere "maledetto", lontana dall'ambiente trasgressivo della Factory di Andy Warhol e dai suoi personaggi, quelli che popolano Walk on the wild side.
Per questo, secondo me, è uno di quei brani che rendono Lou Reed autore universale, capace in pochi accordi e pochi versi di parlare di cose che toccano tutti. Come uno scrittore. Come il Delmore Schwartz di cui fu allievo in gioventù alla Siracuse University.

Un dialogo. Nel cuore della notte. Vediamo le luci al neon, fuori dalla finestra. Forse l'asfalto bagnato. Forse un taxi solitario che rientra. Lui si sveglia, la guarda. Si suppone che è già del tempo che stanno assieme, che si conoscono, che scopano assieme ecc.
Ma è come se la vedesse per la prima volta. Cos'è che nota, cosa mette a fuoco, di là dal suo profumo, che ha ancora sulle labbra? La sua mente meravigliosa. E subito dopo, la sua grazia. Ma la sua mente meravigliosa è perfetto. Non vale più questo di diecimila dichiarazioni sulla parità fra i sessi? Lui osserva non visto "la sua mente meravigliosa".
E poi, un colpo di testa tipicamente maschile: la sveglia all'improvviso, per offrirle il suo cuore. Avrebbe potuto farlo diversamente, con l'anello e le altre stronzate, avrebbe potuto farlo in mille diverse occasioni ma è adesso che lo fa, perché è adesso che lo sente.
E poi, il Lou Reed rocker, duro, distaccato, timido? ha la meglio, e non c'è più spazio per parole di miele, non c'è spazio per le svenevolezze. Siamo nel cuore della notte e questa è una coppia adulta, urbana, navigata. Tutto ciò che può aggiungere è: "Pensaci su".

C'è uno stacco. Uno potrebbe pensare che la canzone è finita. Invece, riprende l'accordo, la melodia si sgrana di nuovo, semplice e perfetta, senza alcun orpello, tranne quelle poche note di pianoforte, abbozzate su un pianino come da uno studente del secondo anno di conservatorio, quasi ingenue. Perchè questa è una canzone "alla pari", perché dopo avere sentito il punto di vista di lui dobbiamo sentire quello di lei. E lei la prende alla larga, divaga, dice che da qualche parte (forse in quel letto, forse in quella precisa congiunzione astrale), ci dev'essere un posto dove tutto è perfetto, tutto è grazia (e non è terribilmente femminile, questa espressione? E non è forse la stessa che lui ha usato un attimo prima?).
Così, sì, abbiamo fatto della strada assieme, siamo una coppia, dormiamo assieme, il momento della passione che acceca e del cuore che batte più velocemente al primo bacio forse è passato, o comunque passerà, ma proprio per questo - saggiamente - dobbiamo stare attenti, perché se chiedi il cuore di una persona, devi essere abbastanza, ascoltami bene, tesoro, abbastanza in gamba da saperlo amare sul serio...
E così, specularmente, la soluzione è la stessa: pensaci su, visto che mi hai svegliata, visto che non potevi aspettare fino a domattina, cerca di dominarti e riflettici. Chiediti se veramente è questo ciò che vuoi. Pensaci bene su.

Anche questo è rock, consapevole del suo potere espressivo. Questo è il rock che va al di là delle scemenze commerciali di Mtv (ora che hanno tolto anche "Brand news"). Questo è il rock che non soffre di sensi di inferiorità nei confronti di Hemingway o di Franzen o della Lessing. Questa è la colonna sonora degli anni nostri, la batteria a portare il tempo, perchè senza batteria, comunque, non c'è gusto, anche se il pezzo è un lento. Questa è la colonna sonora della nostra vita.

Waking, he stared raptly at her face
on his lips, her smell, her taste
Black hair framing her perfect face
with her wonderful mind
and her incredible grace

And so, he woke, he woke her with a start
to offer her his heart
for once and for all, forever to keep
And the words, that she first heard him speak
were really very sweet
he was asking her to marry him, and to

Think it over
baby, think it over
Think it over
baby, why don’t you think it over

She said, somewhere, there’s a faraway place
where all is ordered and all is grace
No one there is ever disgraced
and everyone there is wise
and everyone has taste

And then she sighed, well la-dee-dah-dee-dah
you and I have come quite far
and we really must watch
what we say
Because when you ask for someone’s heart
you must know that you’re smart
smart enough to care for it, so I’m gonna

Think it over
baby, think it over
Think it over
Baby, I’m gonna think it over

Al risveglio guardò assorto il viso di lei
sulle labbra il suo profumo, il suo sapore
capelli neri che le incorniciavano il viso perfetto
quella sua mente meravigliosa
e quella sua incredibile grazia

E così la svegliò, la svegliò di colpo
per offrirle il suo cuore
una volta per tutte, per sempre
e le prime parole che lei udì da lui
erano davvero così dolci
le chiedeva di sposarlo, e di

Pensarci su
tesoro, pensaci su
pensaci su,
tesoro, perchè non ci pensi su?

Lei disse: da qualche parte c’è un posto lontano
dove tutto è ordinato e tutto è grazia
nessuno è mai nella disgrazia lì
e tutti sono saggi
e tutti hanno buon gusto

E poi sospirò, be’ la-dee-dah-dee-dah
io e te abbiamo fatto tanta strada
e dobbiamo davvero stare attenti
a ciò che diciamo
perché quando chiedi il cuore a qualcuno
devi sapere che sei bravo
bravo abbastanza da preoccupartene, quindi

Ci penserò su
tesoro penserò su
ci penserò su
tesoro ci penserò veramente su.

ps: poi Lou Reed ha divorziato, si è messo con Laurie Anderson...ma questa è un'altra storia.