Elezioni in paradiso

Elezioni in Alto Adige, la mia Heimat, terra matrigna, bellissima, paradisiaca, divisa dalla politica e dall'etnia, la terra dove devi dichiararti appartenente ad un gruppo (italiano, tedesco o ladino, anche se sei magari albanese o marocchino) per godere di diritti altrove riconosciuti semplicemente al cittadino, terra premoderna e insieme postmoderna, terra pacificata, sembrerebbe a me, lontana dai botti del passato, dai tralicci distrutti, dalle manovre dei servizi, dal cadavere di Alex Langer che penzola da un albero. Eppure, le elezioni tenutesi ieri mostrano spifferi e crepe nell'edificio.
I dati essenziali: la Svp, il partito di raccolta dei sudtirolesi di lingua tedesca, scende per la prima volta sotto il 50%. Questo di per sé potrebbe essere un bene: la salute di una democrazia non può prescindere da ricambi, alternanze, da una vera competizione. Un po' come successe in Italia con la caduta dei partiti storici, DC in testa, anche qui la crisi dell'Svp potrebbe aprire nuovi spazi per il confronto democratico.
MA: logica vorrebbe che il partito etnico lasciasse il posto a una pluralità di formazioni politiche, diciamo perlomeno a una destra e a una sinistra. Invece, nel mondo sudtirolese, a crescere è solo la destra, quella dei Freiheitlichen (a cui si sommano l'Union fur Sudtirol e i Freiheit della Klotz). Una destra micronazionalista, ferocemente antiitaliana, con le stesse sfumature xenofobe presenti nei partiti gemelli d'oltrebrennero. Del resto, a parte i Verdi, in calo, una vera sinistra nel mondo tedesco non c'è (quante volte abbiamo ascoltato in passato le minacce di scissione degli Arbeitnehmer, la cosiddetta "ala sociale" della Svp!).
Questo infatti è l'altro dato clamoroso: l'elettorato tedesco (tradizionalmente cattolico, moderato, ben pasciuto, autonomista sì, ma con giudizio, il giudizio di chi sa che dal conflitto oggi ha tutto da perdere - a partire dall'invidiabile livello di benessere raggiunto -- e niente da guadagnare) si sposta a destra. Si sposta verso partiti "ideologici", come li ha definiti Durnwalder, ma che noi chiameremmo, con linguaggio più attuale, populisti.
E gli italiani? Da sempre divisi in una pletora di partiti e partitini, incapaci di comprendere le logiche dell'autonomia e quindi propensi a ricalcare in questo lembo d'Italia le stesse fratture riscontrabili nel resto del paese, mostrano evidenti difficoltà. La sinistra (PD e i suoi "cugini", compresi Verdi-liste civiche, formazioni in realtà interetniche) tiene ma non sfonda, Forza Italia e An alleati subiscono una clamorosa sconfitta, la Lega che si era proposta come possibile nuovo alleato della Svp non rappresenta una forza irresistibile anche se quadruplica i consensi.
Molto astensionismo e probabilmente molti voti passati dai partiti italiani a quello storico dei sudtirolesi, che anche in questo modo contiene la sconfitta e anzi recupera rispetto alle ultime politiche.
Cosa ricavare da questo scenario? Secondo me, che anni e anni di alleanza subalterna del centrosinistra con la Svp e di opposizione inconcludente del centrodestra sempre alla stessa immarcescibile Svp hanno logorato l'elettorato italiano come non mai (un elettorato che di suo è estremamente debole, economicamente e culturalmente, poco coeso, ancora in parte legato alle vecchie "patrie" di provenienza, ovvero le altre regioni italiane).
Il dato più interessante però è un altro, e sintetizzo le sue conseguenze così: se Durnwalder è davvero consapevole che molti italiani hanno votato per lui (cosa già avvenuta in passato ma probabilmente non in queste proporzioni), se vuole mantenere questi voti, deve lentamente traghettare il suo partito dalla sponda etnica a quella territoriale. In futuro, la Svp dovrà essere insomma sempre meno il partito di raccolta dei tedeschi e sempre più il partito degli autonomisti tutti, italiani e tedeschi, il partito di chi vuole la convivenza, il partito di chi teme come la peste l'avanzare della destra xenofoba tirolese. Questa è la sfida - anche in vista dell'apertura della partita con lo Stato italiano per il terzo Statuto di Autonomia, auspicabilmente assieme al Trentino - e speriamo ci siamo uomini e donne di buona volontà pronti a raccoglierla.

Bella scampagnata

caro Walter
sono contento che la scampagnata a Roma sia riuscita bene. In quanto a quell'altro, là, che da Pechino dice "non sono democratici" e subito dopo "tanto noi andiamo per la nostra strada, che ci frega?", gli consiglierei di ascoltarsi quando parla. Non ha letto Montesquieu? Non lo sa che le minoranze e le loro proteste sono il sale della democrazia?

Ops, involontariamente ho messo il dito sulla piaga. Rimaniamo una minoranza. Comunque sia, rimaniamo una minoranza. Quegli altri sono di più. Quelli astiosi biliosi corti della serie "devo smaltire le mie frustrazioni giovanili" (vedi alla voce "Un giudice" di De André/Lee Master), quelli "signora tatcher de noarti", quelli cattivi dentro, ma veramente tanto, che prenderebbero gli immigrati a cannonate, quelli semplicemente furbi dell'italica furbizia, che fa del nostro un paese di serie B, sempre, indipendentemente dal Pil, il paese di Totò, il paese che fa ridere, il paese del premier che fa le corna alle spalle degli altri suoi colleghi, il paese degli industriali che poi si insuscettibilizzano, il paese degli industriali che si mettono con le modelle le attricette/i calciatori con le veline, il paese che non ha mai avuto un partito riformista mai, il paese che non sa di avere avuto un passato coloniale sanguinario alle spalle e dichiara garrulo "Mussolini non mi dispacerebbe, faceva arrivare in orario i treni, a parte le leggi razziali...", il paese che non sa mettere un mafioso un criminale in gabbia e tenercelo, il paese che però "la cucina, però, è fantastica, però...", il paese...

Sono di più. Sono di più Walter. E assieme a loro ci sono certi sindaci, come dicevamo da giovani? "Cagacazzo". Per dire snob, sai, spocchiosi. Sindaci di certe città lagunari, sindaci che si credono filosofi...eh, vabbé!

(devo essere proprio andato per scrivere a un leader politico come la maggior parte dei bloggettari. Non si ripeterà. No, proprio per niente. La cancellerò, questa rrobba. Abbiamo un certo contegno da mantenere, noi.)

E poi, non per dire, ma non consoliamoci con il nuovo '68. Che questo non lo è affatto. Mi fa piacere, tanto per dire, che gli studenti della mia città si siano accorti che sta arrivando la merda che vola, ma, scusate, dove siete il resto dell'anno? In birreria, giusto? Com'è che quando la sera vado ad un evento qualsivoglia di universitari non ne vedo uno che sia uno, anche se l'evento è carino, magari (certo, non stupefacente, ma siete stupefacenti, voi?) e invece è pieno di pensionati? Perché uscite allo scoperto solo quando c'è l'happy hour e il giorno della tesi, con quel patetico "dottore del buco del cul...", che non si usava già più ai miei tempi?

Il '68, il '77, gli anni '80...non so bene di cosa parlino i giornali perché fanno sempre confusione e di culture e controculture non capiscono una sega, ma una cosa so: quei movimenti non nascevano solo come una reazione all'esistente, a qualche ministro che sbroccava. Quei movimenti avevano stile! Quei movimenti erano anche avanguardie artistiche. Cinema, musica. (letteratuta, meno, in effetti). Dov'è oggi tutto questo? Dov'è l'avanguardia estetica? Non mi basta uno sciopero contro ai tagli dell'università, sapete. Voglio sapere come vi vestite, che taglio di capelli, che gesti, che canzoni, che filosofi, che visioni!

Sarà che sto leggendo Philopat, e rimpiango di essere arrivato in ritardo per il punk. Ma voi, siete sicuri di non essere arrivati in ritardo per tutto tranne che per internet?

La giusta distanza - ovvero, del pericolo di vivere molte vite



Ho visto ieri – in ritardo, come sempre – questo film di Mazzacurati, uscito nel 2007.
Il titolo riprende il consiglio che un vecchio giornalista dà ad un giovane che vuole iniziare la professione: devi tenerti alla giusta distanza dai fatti, non troppo lontano se no non riuscirai a capirli e a raccontarli, rimarrai indifferente, ma nemmeno troppo vicino, altrimenti, ne verrai travolto sul piano emotivo.
Ma l’aspirante cronista non ascolta: continua ad indagare sulla morte della giovane maestra, arrivata in un paesino del delta del Po per una supplenza, ed in procinto di partire per il Brasile con un progetto di cooperazione allo sviluppo. Un delitto del quale è stato accusato il meccanico del paese, un tunisino che nel frattempo si è suicidato in carcere, dopo avere a lungo professato la sua innocenza.
Ci sono un paio di cose notevoli in questo film secondo me quasi perfetto (a parte qualche scivolone felliniano: quanti danni ha fatto Fellini al nostro cinema!). Tralascio le disquisizioni tecniche – la ripresa aerea iniziale sul fiume, trasfigurato, anche grazie agli accordi blues dei Tin Hat, in una sorta di Mississipi italiano, è davvero notevole – perché in fondo, la tecnica non interessa a nessuno.
I contenuti, però. Intanto, questo microcosmo di provincia, al tempo stesso chiuso e popolatissimo di stranieri: tutti parlano dialetto (veneto), tutti vivono una tranquilla esistenza “periferica” (alimentata dal sonnolento quotidiano locale, che dà enorme spazio alla notizia di un grande pesce pescato nel fiume e confina in poche righe a piè di pagina la scoperta di una manifattura clandestina di cinesi). Ma il mondo in cui vivono queste figure - a volte invero un po’ macchiettistiche - non è più quello di Guareschi, e nemmeno di Malo, per intenderci; è in mondo globalizzato, dove il meccanico è tunisino, il signorotto locale ha trovato la moglie in un catalogo di bellezze dell’Est, le telefoniste ucraine o rumene dei call-center erotici fanno bisboccia nei fast food fianco a fianco con i giovani del paese che festeggiano l’addio al celibato…
Un mondo ormai post-razzista e forse persino post-leghista, per così dire, perché dopotutto gli stranieri servono, hanno trovato una loro collocazione, danno persino lavoro agli italiani. Eppure, quando esplode la tragedia, nessuno mette in dubbio che il tunisino (il principale indiziato, del resto, non un capro espiatorio à la “Cane di paglia”) sia il colpevole.
Soprattutto, svetta su tutti il personaggio della maestra. Una giovane donna, bella, single e senza fronzoli, i cui modi, di una disarmante, spensierata dolcezza, fanno girare la testa a molti (è lei in fondo la prima a non tenere “la giusta distanza”, quando parla con gli altri: si avvicina troppo, non rifugge il contatto fisico). Sono modi che, in certi contesti (più urbani?), risulterebbero perfettamente normali, ma che ingenerano fraintendimenti drammatici se calati in altre realtà. Come quella del meccanico tunisino, che dopo esserci finito a letto le propone subito di sposarlo, andando in contro all’inevitabile rifiuto e alla conseguente, cocente disillusione.
C’è una battuta che Mara-Valentina Ludovino pronuncia, ad un certo punto, nell’accomiatarsi dal suo amante: “Vorrei avere 13 vite”. Mi pare sia detto bene, e mi pare fotografi la situazione di tante persone oggigiorno. Vorrei avere 13 vite per dedicarne una al Brasile, una a formare una famiglia con quest’uomo solido, protettivo, temprato dalla vita, una per continuare ad andare in giro con la mia amica a divertirmi, una per diventare una scrittrice, una per diventare una genetista, una per fare tutta la vita la maestria nel nebbioso microcosmo padano ecc. ecc.
Nella stagione della modernità le possibilità sembrano infinite. L’identità non è una, è multipla. Possiamo essere tutto e il contrario di tutto. I media ci incoraggiano a farlo, ad essere tante vite, ad espandere a dismisura il nostro ego, a divorare mondi e mondi. E’ il bello di vivere adesso, in società aperte, multiculturali, interclassiste (almeno fino a un certo punto; fino a certe soglie, diciamo…). Ma il film sembra suggerire che queste possibilità possono quantomeno presentare delle zone d’ombra. Entrare e uscire dai mondi altrui espone a un rischio, ed è un rischio reale, che può costare una vita. Anche quando si è privi di colpe. Anche quando si va incontro alla vita con spontaneità e fiducia, come fa la protagonista di "In cerca di mr. Goodbar" (chi lo ricorda?) Come fa la maestra di Mazzacurati, che doveva partire per il Brasile e invece viene ammazzata, un po' per errore, dall’autista della corriera che collega il paese al resto del mondo, nella notte del suo addio al celibato.

Avanti Pop


Metti un quartiere cittadino che ha conservato la dimensione del paese, a ridosso di una fabbrica gigantesca di quelle "di una volta", un cementificio bianco delle polveri delle sue lavorazioni fino alla cima delle ciminiere, anche se dismesso da anni. Aggiungici un gruppo italiano fra i più tosti in circolazione, i Tetes de Bois, una matita del calibro di Staino, un "ospite speciale" che a sua volta rappresenta una delle migliori voci che il pop italico abbia sfornato, Francesco Di Giacomo del Banco del Mutuo Soccorso. Agita il tutto in una location singolare, la galleria di una statale dove fino a qualche mese fa sfrecciavano i tir, e avrai il cocktail servito ieri sera a Piedicastello, Trento, battezzato dai suoi creatori "Avanti Pop".

Tappa del progetto (tour sarebbe riduttivo) che i Tetes de Bois stanno portando in giro per l'Italia, dalla Locride alle Dolomiti, attraverso le storie e i fantasmi che popolano le fabbriche dismesse del Belpaese, lo spettacolo ha scavato in profondità nella memoria di un quartiere fino a poco tempo fa martirizzato anche da un'arteria stradale che aggiungeva nuove polveri e nuovo rumore a quelli prodotti per anni dall'Italcementi. E proprio all'ombra dell'Italcementi - oggi in attesa di nuova identità nel contesto di una Trento in profonda, radicale trasformazione - è inziata la serata, aperta dalla corale "Bella ciao"con alcuni dei canti storici della tradizione operaia e contadina: "Siur padrun", "Gli scariolanti", "La mondina", "Amore mio non piangere". Di Giacomo ha poi preso in consegna gli spettatori - pochi ma buoni - portandoli nella piazzetta del quartiere, per una sorta di amarcòrd di come la vita doveva essere un tempo (o forse, chissà, solo una ricostruzione di come avremmo voluto che fosse): accanto alla fontana, un quartetto mandolinistico, "Neuma", ad accompagnare le arie di Sabrina Modena, affacciata al balcone di una delle case vecchie.

E poi tutti in galleria, dove i Tetes de Bois hanno suonato per più di un'ora, mentre alle loro spalle si materializzavano le vignette di Staino, con il celebre Bobo. Ma soprattutto, a prendere la parola è stato il quartiere, rispolverando una brutta storia del 1963, quando un tentativo di speculazione edilizia stava per metterne in forse l'esistenza. Dopo una modesta frana di sassi dal Doss Trento, il "panettone" di roccia che sovrasta le case (tipico luogo di insediamenti neolitici), le autorità decisero di svuotare Piedicastello, trasferendone gli abitanti in altri quartieri cittadini. Dietro, come denunciato in una lettera da Livia Battisti, figlia del celebre irredentista, si intravvedevano le manovre speculative della Italcementi, decisa ad utilizzare il Doss come cava. Alla fine, non se ne fece nulla, fortunatamente, anche se alcune famiglie se ne andarono e nella memoria storica rimase per sempre incisa una pessima vicenda di intrallazzi industrial-politici.

Ma nella galleria anche altre testimonianze, ad esempio quella di un bambino claudicante che portava le capre a pascolare in montagna, prima di diventare cameriere finendo - passo passo, da un bar a un albergo e poi a un'albergo più grande e così via - fino a Buckingham Palace, maggiordomo della regina d'Inghilterra; una storia da romanzo di Baricco, solo che è vera (a volte allora la realtà assomiglia un pochino ai romanzi di Baricco?), e a raccontarla c'era il suo protagonista, oggi ultraottantenne. E poi, ovviamente, tanta buona musica: fra le canzoni, una versione da brivido de "Albatros", rilettura dei Tetes de Bois della poesia di Baudelaire ("i grandi uccelli del mare dalle ali giganti, derisi dai rozzi marinai quando precipitano sulla tolda delle navi, oggi sono gli immigrati") e una superba "Imagine", per la voce di Di Giacomo.

E poi, lasciatemi dire, ma per una sera la sensazione - anche per me che ero lì da solo - di essere in mezzo ad amici. Cioè a gente che non predica l'odio razziale, che partecipa ad un doveroso tributo ad un'Italia oggi scomparsa (per lo meno dall'immaginario collettivo, e forse anche dal panorama politico): quella operaia.
(Foto: i Tetes de Bois nel tunnel di Piedicastello - foto Cavagna)

Le città preferite

Secondo un sondaggio condotto dalle Lonely Planet, le guide dei viaggiatori "alternativi" (e oggi anche un po' puzzoni, quelli che definiscono un ristorante in centro appena decente "turist trap"), l'elenco delle dieci città preferite dai visitatori è, in ordine alfabetico: Anversa, Beirut, Chicago, Glasgow, Lisbona, Città del Messico, San Paolo del Brasile, Shanghai, Varsavia e Zurigo. L'elenco è stato compilato tenendo conto dell'indice di gradimento dei lettori delle guide e delle segnalazioni degli esperti che le compilano. Ovviamente l'elenco è una sorpresa perché non figurano alcune delle città più famose - e amate - del mondo, come New York, Parigi o Praga. Ma può essere un buon viatico per chi cerca mete interessanti e fuori dalle piste più battute.
Con lo stesso criterio - città interessanti e non scontate - ecco le mie dieci.

Oporto: se Lisbona è languida, decadente, il Tago + un quadro impressionista + la poesia obliqua di Fernando Pessoa, Oporto è atlantica, modernista, di marmo (quello dei palazzi) e acciaio (quello dei ponti che scavalcano il Douro, uno di Eiffel). Molte cose da vedere anche se a volte nascoste: la Bolsa, la cattedrale con l'ossario, il "palazzo di Cristallo" (bel parco, con solario dove degustare il Porto). E sull'altra riva, le cantine del vino liquoroso più famoso del mondo.
Beijing: vabbé, dire Shangai fa più figo, e Shangai ha una skyline stile "Blade runner", ma è a Pechino che ci sono i monumenti più famosi della Cina, la Città proibita, il tempio del Cielo, e a un'ora dal centro la Grande muraglia. Ma Pechino, nonostante il cielo lattiginoso, il traffico, l'avanzare del vetrocemento a spese dei vecchi Hutong, è anche altro: un laboratorio di arte contemporanea al 798, per esempio. Una città piena di parchi spettacolari. Una metropoli facile da girare con una metropolitana fra le più semplici ed efficaci del mondo, e una rete capillare di taxi economicissimi.
Regensburg: piaccia o meno Benedetto XVI (a me non piace) la sua città è splendida e piena di vita. La ricordo d'inverno (per tastare veramente il polso a una città bisogna andarci d'inverno), animata da migliaia di studenti. Il ponte romano, le isole sul Reno, giocattoli e birrerie. Risparmiata dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, conserva un fascino speciale anche in una regione come la Baviera, dove le città di fascino non mancano.
Maputo: capitale del Mozambico, affacciata sull'Oceano indiano, è una metropoli africana, come tale non esente dai problemi ben noti. Ma è anche una bella città, di palazzi stile realismo socialista e piccoli gioielli dell'architettura coloniale portoghese, con i suoi lungomare, le sue strade dove fiorisce il commercio informale, il suo mercato del pesce dove mangerete da dio se solo saprete adattarvi alle regole della casa. L'ho girata a piedi di notte e nessuno mi ha torto un capello. Nel vecchio forte vicino al porto e al mercato dell'artigianato riposano le spoglie di Ngungunhane, ultimo grande condottiero di questa parte del Continente nero.
Bahia: più che San Paolo direi che è questa la vera alternativa a Rio. Affacciata sulla baia di tutti i santi, è la città del Candomblé, degli Orixàs (gli dei del pantheon afro-brasiliano), della festa mobile continua nel Pelourinho, il quartiere "storico", nella città alta (ci vidi suonare gli Olodun, orchestra di tamburi che suonò anche con Paul Simon, gratis, in piazza). Una città nera delle culture degli schiavi di un tempo, una città musicale e magica, sensuale e letteraria. Con spiagge tutt'intorno.
Cochabamba (nella foto sopra) : meno "estrema" di La Paz, questa città boliviana si distende su una pianura circondata da montagne aride, senz'acqua. Non so bene perché si dovrebbe visitarla se non per avere un'idea di una città andina "normale", senza cose superlative da vedere (a parte un mercato affollatissimo, punto di raccolta per tutte le popolazioni indiane della zona). Il languore, la tristezza e le baraccopoli abbarbicate sulle pendici dei monti sono quelle tipiche del continente. Uscendo dalla città, si sale sugli altopiani spazzati dal vento e dalla solitudine. Ma si può anche scendere in poche ore in Amazonia.
Colombo: scendete al Galle Face hotel, prendete una stanza nell'ala vecchia di questo leggendario hotel coloniale (tra l'altro, è quella più economica). Poi uscite a passeggio sul lungomare, guardate i bambini che giocano con le onde dell'Oceano sempre mosso, le coppiette che flirtano sulle panchine, nascoste dietro a un ombrello, mangiate qualche stuzzichino. Anche La capitale dello Sri Lanka non impressiona con la maestosità dei suoi monumenti, ma nasconde molte cose interessanti da vedere, ed è il punto di partenza obbligato per visitare un paese meraviglioso. Peccato che ogni tanto esploda una bomba...
Palermo: ti chiedi: perché tutte queste macerie, nel più grande centro storico d'Europa? Ti rispondono: "La guerra...". E tu pensi di esserti perso qualcosa, della storia recente. Ma no, è ancora QUELLA GUERRA, la Seconda mondiale! A parte questo, a parte il controllo capilare fino in ogni vicolo da parte di chi voi ben sapete, a parte i fatti di cronaca ecc. ecc. è un'altra città di mare fantasmagorica. E la cripta dei Cappuccini, con le sue migliaia di scheletri perfettamente vestiti, uno dei luoghi più surreali al mondo.
Brasov-Sighisoara: so che non vale segnalarne due, ma sono nella stessa regione, la Transilvania, lo stesso paese, la Romania, e sono collegate dal treno, quindi si possono vedere facilmente assieme. Io lo feci all'epoca del comunismo, di Ceausescu il "conducator". Ma credo che l'atmosfera sia rimasta. Quale? Beh, un po' sinistra, visto che sono le terre di Dracula (quello storico, Vlad Tepes, detto "l'impalatore"!). Siamo in Europa, ma raramente mi sono sentito così...lontano. E stavo bene.
Pitigliano: ok, non è una città. ma questo paesino medioevale in cima ad una rupe di tufo, nella Maremma profonda, per me è il paesaggio italiano più sensazionale. Andateci d'inverno. Andateci di notte. Visitate il quartiere ebraico. Prendete una stanza affacciata sullo strapiombo, nell'hotel di fronte alle mura della città. Sentitevi un po' meno latini, e un po' più etruschi.

Mountains








"Nelle montagne, là ci si sente liberi..."
T.S. Eliot, La terra desolata

"Non salgo mai sopra i 2.000, mi interessa la montagna abitata dall'uomo, è lì che cambia."
Flavio Faganello, fotografo

L'emozione e la conoscenza


Sabato farò il giurato ad un festival cinematografico, per la precisione il festival di cinema religioso di Trento (collaborazioni attive o in start up con varie sedi sparse per il mondo da Ferrara a Gerusalemme, da Bolzano a San Paolo).

Conosco questa manifestazione dai suoi esordi, e mi ha fatto molto piacere essere stato coinvolto. Sono un agnostico come poteva esserlo Protagora, credo, che aveva ben presente i limiti dell'uomo quando si imbarca in discorsi che riguardano il non-umano, cioè gli dei. Sono un esemplare di non-credente che dialoga volentieri con chi invece credente è, indipendentemente dalla fede professata. Ho visto abbastanza missionari in giro per il mondo, abbastanza maomettani e monaci buddisti (compreso mr. Tenzin Gyatso qui sopra. E...sì, in effetti, sembro un po' Forrest Gump) da essere ormai vaccinato contro la tentazione di generalizzare qualsivoglia giudizio negativo possa aver formulato nei confronti di un papa, un vescovo, un mullah, una gerarchia eclesiastica. Almeno fino a quando potrò continuare la mia vita priva di fedi ma irresistibilmente attratta dal misticismo senza essere importunato da un talebano o un tribunale dell'Inquisizione. Comunque, ero alla presentazione dell'evento, ieri, e il presidente della nostra giuria ha detto bene una cosa che ho sempre saputo ma che non ho mai formulato in questi termini. "Il cinema non è solo emozione superficiale, quella che passa e non lascia il segno. Il cinema può far scaturire un'emozione che è anche conoscenza, che è anche comprensione".

Comprendere attraverso l'emozione. Sì, è quello che mi succede ascoltando la musica. Ascoltando ad esempio, come stamattina, un vetusto pezzo dei primi anni '80 come "Sunday bloody sunday". Posso aver letto dei libri su quella domenica di sangue del 1972 a Derry, Irlanda del Nord, quando i paracadustisti inglesi spararono contro i cattolici radunatisi per una manifestazione di protesta, uccidendone 13 (alcuni colpiti alle spalle, mentre scappavano). E certo, avere letto, avere studiato, mi avrà senz'altro aiutato a conoscere, a capire, a razionalizzare. Ma quando sento quella canzone, quegli accordi di chitarra che l'introducono, quella batteria che simula il tempo di una marcetta militare, è un altro tipo di conoscenza che passa per i miei centri nervosi, è un altro tipo di comprensione (e di commozione, e di sdegno) che mi infiamma la pelle. Una volta forse temevo questo genere di cose. Studente zelante, seguace di Max Weber e del metodo dell'avalutatività, pensavo che la conoscenza dovesse essere depurata non solo dai giudizi di valore ma anche dall'eccessiva emozione. Perché l'emozione scalda, confonde, impedisce di analizzare a mente fredda, di pesare le variabili, le concause, i fattori e le loro interazioni. A teatro, mi convinceva Brecht, soprattutto. Il distacco con cui lo spettatore deve guardare al contenuto dell'opera. Marx e la scienza contrapposti all'anarchismo e alla passione.

Oggi la penso un po' diversamente. Penso che si può conoscere anche col corpo. E col cuore. Che i brividi, il riso, le lacrime, non vanno espulsi con leggerezza dai percorsi cognitivi. Del resto, nei laboratori di A.I. si insegna l'umorismo ai computer. Noi non siamo computer; quindi abbiamo qualche vantaggio.

Vigili sceriffi

Un altro cittadino - incidentalmente (ma forse non tanto) di origini africane - malmenato e ammanettato per una sciocchezza, una macchina parcheggiata in divieto di sosta. Responsabili, ancora una volta i vigili, ovvero queste polizie locali a cui dovrebbe essere delegata la sicurezza delle nostre città.
Ora, l'Italia per fortuna non è il Texas. L'ultima cosa di cui abbiamo bisogno è di gente impreparata che si mette a menare le mani a sproposito.
Forse non avrei nemmeno notato il problema se un amico - al di sopra di ogni sospetto - non me l'avesse fatto notare. Lui ha fatto il carabiniere, è stato anche in posti dove veramente la repressione non è mai troppa (uso volutamente una parola che non apparterebbe al mio vocabolario) e sa distinguere un intervento anche "pesante" ma giustificato da uno assolutamente gratuito.
E questi ultimi fatti qui, da Parma a Milano, di sicuro giustificati non sono. A chi affidiamo la nostra sicurezza? A chi mettiamo in mano pistole e manette? E soprattutto: a chi rispondono questi individui quando abusano del loro potere?
Non sono fra quelli che ritengono che la malavita vada fronteggiata con le petunie, e nella sostanza approvo Maroni quando parla di guerra civile a proposito della mafia (e questa è la prima volta nella mia vita in cui sono d'accordo con un leghista). Ma quando poi si leggono certe notizie cascano le braccia.
SOS AGAINST RACISM
e parafrasando il vecchio Camerini "vigile urbano, per favore, non pestare più, non ammanettare più..."

Quelli che amiamo non muoiono


"Quelli che ami non muoiono" intitola Mario Fortunato il suo ultimo libro, edito da Bombiani (citando Brodskij). Ed è così.

C'è un bell'articolo oggi su XL di Repubblica, dedicato a Joe Strummer.
Joe Strummer, cantante e chitarista dei Clash (non uso la parola "leader", penso non sia intonata al gruppo) è morto nel dicembre 2002. I Clash rappresentano, nella storia del rock e in generale della cultura (controcultura? si usa ancora questa parola?) contemporanea, il gruppo punk per eccellenza, assieme ai Sex Pistols. Se penso a come erano conosciuti, amati, osannati all'inizio degli anni '80, la loro parabola discendente ha dell'incredibile.

Recentemente ho visto "The future is unwritten", del regista Julien Temple. Una testimonianza completa e a tratti commovente dell'artista e dell'uomo: figlio di un diplomatico - il che cozzava un po' con l'immagine del "clash city rocker" ribelle e scavava un solco con l'altra primadonna del punk targato 1976, Johnny Rotten-Lydon, appartenente invece al verace proletariato londinese di origine irlandese - Strummer aveva viaggiato molto e aveva studiato in un college assieme al fratello (che morì suicida giovanissimo), prima di tuffarsi nel mondo rutilante della Londra alternativa. Il successo dei Clash fu molto veloce, come per altri gruppi dell'epoca, che diedero un calcio in pancia all'accademia del rock, Led Zep , Genesis, Jethro Tull e compagnia, restituendo alla musica l'urgenza originaria (quella che fa imbracciare le chitarre a tanti ragazzi in ogni parte del mondo anche se sanno suonare solo 3 accordi). Ma la loro carriera terminò presto; già nel settembre dell'83 la formazione storica aveva cessato di esistere, con l'allontanamento dalla band di Mick Jones. Il gruppo come tale morì 2 anni dopo.

Dei Clash restano dischi storici: l'album di esordio, innanzitutto, quintessenza del vero punk-rock, dove già il rock "bianco" incontrava il reggae e il dub "neri", prefigurando i nuovi orizzonti della musica pop, meticci e multietnici. E poi "London Calling", vera enciclopedia musicale, e "Sandinista", di cui all'epoca si scrisse: "Ha costretto i giornalisti musicali a rispolverare i libri di storia per scoprire chi era Sandino e a interessarsi alle vicende del Nicaragua (travagliato paese dell'America centrale all'epoca lacerato da una guerriglia finanziata dagli Usa, con le modalità che poi lo scandalo Oliver North renderà note: vendita sottobanco di armi all'Iran di Khomeini, ovvero a uno dei paesi del cosiddetto "asse del male", per finanziare appunto la guerriglia Contra in Nicaragua ndr).

E poi, come dimenticare i loro ultimi successi, in particolare il gioioso, liberatorio, "Rock the Kasbah", con quel video in cui un rabbino e uno sceicco se ne vanno a braccetto per il deserto scolandosi una bottiglia di wisky? Tutti avremmo voluto vivere in un mondo così, anziché in quello della guerra fredda , dello scudo spaziale e Ronald Reagan.

Ma siccome a me affascinano sempre le vicende "ultime" dei personaggi famosi, quelle che scivolano oltre i riflettori (non so, come avrà passato il suo tempo Napoleone a Sant'Elena, per esempio?), della testimonianza pubblicata oggi sul supplemento di Repubblica, di un discografico della Polygram che curò il tentativo di rilancio di Joe Strummer nel mondo musicale, alla fine degli anni '90, mi colpiscono soprattutto alcuni dettagli. Perché è da questo, è dai dettagli, che vedi di che pasta è fatta una persona.

Cito:

"...l'artista inglese Damien Hirst, suo grande fan e amico, gli aveva detto: «Tu devi tornare assolutamente a fare il tuo lavoro. Ma per farlo devi reintrodurti, conoscere gente, far capire chi eri, la tua storia...».Qualche settimana dopo è venuto a Milano per le interviste (...). La prima sera andammo a cena. Ci trovammo in un bar assolutamente anonimo vicino a Corso Buenos Aires a Milano. Non c'erano limousine a disposizione, come all'epoca era consuetudine per gli artisti, lui non l'aveva voluta. Ma c'era un mio amico con una golf turbodiesel scassata che si offrì di accompagnarci a bere l'aperitivo e poi a cena. Strummer ci disse che voleva andare a mangiare in un ristorante siciliano e noi lo portammo al Merluzzo Felice, vicino a Piazzale Corvetto. Aveva sempre con sé il suo ghettoblaster e le sue lattine di bevande energetiche: ne comprava a decine in un negozio africano vicino alla stazione centrale e ce ne offriva in continuazione. Erano imbevibili, piene di caffeina. Arrivati al Merluzzo Felice ricordo che aveva tirato fuori un taccuino su cui prendeva appunti riguardo le cose che dicevamo. Mi faceva domande sulla situazione politica in Italia, era molto interessato a tutto quello che succedeva. Gli raccontai che anni prima mio fratello che non aveva ancora la macchina, si fece 40 chilometri in bicicletta per riuscire ad andare a vedere "Rude Boy", il rockumentary sui Clash del 1980. Lui mi chiese di telefonare a mio fratello e di passarglielo per poterlo in qualche modo ringraziare. Nel ristorante c'era un chitarrista - tipo Apicella, per intenderci - che suonava canzoni siciliane. A un certo punto della serata, Strummer prese la sua chitarra e si mise a suonare London Calling. La cameriera, all'inizio dubbiosa, chiese chi era davvero quel tipo che suonava. Quando noi gli dicemmo che era Joe Strummer lei scoppiò a piangere per l'emozione. Il giorno dopo un mio collega mi disse che i Negrita stavano girando un nuovo video e volevano che chiedessi a Strummer di rimanere per un cameo. Lui, prima di decidere, telefonò alla moglie e ai figli (che chiamava e di cui parlava in continuazione) e alla fine disse che gli sarebbe piaciuto davvero ma che doveva tornare a Londra per stare con la famiglia."

E' un po' il Joe Strummer che veniva fuori anche nel film. Un uomo che aveva assaporato la fama, il successo, le copertine dei giornali, la New York di Andy Warhol, e che si era anche abituato (forse un po' mestamente, ma senza disperazione alcolica o atteggiamenti da star decaduta) alla vita del padre di famiglia, alle passeggiate attorno a casa sua (beh, una tenuta, ovviamente...), alle feste tardo-hippy che periodicamente organizzava con gli amici, all'aperto, attorno a grandi falò.

Parafrasando Allen Ginsberg, lasciatemi dire "...ah, caro Joe, corto di capello, vecchio sincero maestro di coraggio...".

U2, October e la lezione di P.



Nel 1981 gli U2 erano quattro giovani irlandesi approdati al loro secondo album, intitolato 'October'. Non ancora delle star planetarie del rock. Per Bono il Palazzo di Vetro, il papa e i capi di stato erano lontani; il fallimento, invece, sempre possibile, come per tanti altri gruppi della stagione post-punk. 'October' era un album di rock appassionato, quasi mistico, pieno di rimandi alla Bibbia. E a volte stranamente etereo. Le voci, gli armonici di the Edge, i colpi secchi della batteria risuonavano in una vasta cavità ipogea. Tanto spazio fra uno strumento e l'altro. Echi e vento.

Era ottobre e avevamo deciso di andare a trovare P.
P. era diventato da poco il parroco del paese di B., la sua chiesa stava acquattata nel cuore del centro storico, in fondo al corso principale. Dietro il campanile, le montagne. Di là dalle montagne, l’estero.

P. era stato mandato lassù, a una manciatab di chilometri dal confine, dopo un paio d'anni trascorsi nella nostra città, dove avevamo frequentato la sua parrocchia. Originario di Roma, aveva portato la sua voglia di fare, il suo anticonformismo. Gli avevamo voluto bene.
Venne ad aprirci lui in persona. Aveva sempre i capelli lunghi, quell’aria eccitata, vagamente ansiosa. Ci fece accomodare in un soggiorno triste come un ospizio. Ci accorgemmo subito che non voleva parlare del passato.
A B. aveva cercato di riproporre gli stessi schemi utilizzati con successo con noi. Una volta aveva prestato una sala dell’oratorio agli Hare Krishna. Aveva avviato un cineforum, in cui dava spazio persino a Fassbinder. Cose così, cose che in città venivano accettate, ma che in paese avevano sollevato un vespaio di critiche. Noi l'incalzavamo. Volevamo il P. di sempre, quello che per un po' ci aveva fatto da guida. Lui di rimando chiedeva che musica stessimo ascoltando. 'Vi piacciono i Duran Duran?'
Ad un certo punto s'è spazientito. 'Il P. che conoscevate non esiste più. E se per caso lo incontraste, fatemi un favore: uccidetelo.”
Lo disse col sorriso sulle labbra ma fu una botta lo stesso.

Pensavamo di pranzare assieme. Ma aveva da fare. Gente da vedere, una vecchia sul letto di morte, non so...
Ci diede appuntamento più tardi, alla fiera del bestiame. Intanto, potevamo girare il paese, o arrampicarci sul colle dietro la chiesa, dove le gote si imporporano.

Arrivammo al crepuscolo, un po' intorpiditi dalle canne. Si era alzato il vento, la luce risaliva verso le cime dei monti, accarezzando i boschi, i masi al centro dei pascoli.
C'era la folla delle grandi occasioni. Contadini da tutte le valli e qualche politico locale, a cui gli uomini rendevano omaggio togliendosi il cappello. Bambini che suonavano trombette di plastica. Wurstel e zucchero filato, stivali di gomma e brache di cuoio. Le vacche muggivano dietro ai recinti.
Sentimmo la sua voce alle nostre spalle. Ci voltammo. Non c’era nessuno.
Poi di nuovo. Chiamava i nostri nomi, a turno. O faceva semplicemente “pss…”. La voce era la sua. Ma il resto?
Girammo a vuoto per una decina di minuti, inseguendo un fantasma.
Ogni tanto si faceva vedere. Agitava una mano, poi spariva con un salto dietro uno stand, un recinto, un capannello di persone con il boccale in mano. Aveva la stessa giacca di lana del mattino. Gli stessi capelli arruffati. Ad un certo punto riuscii persino ad incrociare il suo sguardo. Sembrava serio, sembrava il contrario del suo comportamento.

P. appare e scompare. C'è e non c'è. Profilo incerto, luce riflessa, ombra che corre via.
Ben presto, ormai, solo uno dei tanti rumori di fondo. Incomprensibile, anche se sta sillabando il mio nome.

Lasciammo il terreno di gioco, avviandoci verso il parcheggio. Stavamo lasciando P. o era lui a liberarsi una volta per sempre di noi? Pensavo che la sua lezione l'avevo ben capita. Anche Bowie aveva chiuso così con Ziggy Stardust, il suo alter-ego di maggior successo.
"Non tornerò mai, dov'ero già. Non tornerò mai a prima, mai..."

Pochi mesi dopo ho saputo che si era spretato. Aveva conosciuto una donna, presto lasciò anche B.
Mi ricordo il viaggio di ritorno, ascoltando l’ottobre degli U2, accordi di pianoforte nel buio del sedile posteriore, schiacciato fra i miei amici, corpi e fiati caldi a compensare la perdita, pareti di roccia e bosco da ambo le parti, solitudini e radio accese nelle case. Going on, and on...

October
And the trees are stripped bare
Of all they wear
What do I care
October
And kingdoms rise
And kingdoms fall
But you go on.
And on.

Ottobre e gli alberi sono stati denudati
di tutte le loro vesti.
Cosa mi importa?
Ottobre
ed i regni sorgono
ed i regni cadono.
Ma tu vai avanti.

E avanti.

Non siamo Singapore

Sempre a proposito di legalità, illegalità, democrazia, nuovo autoritarismo ecc. (di cui scrivevo diffusamente sul post precedente)

certo fa un certo effetto, in un paese in cui si leggono notizie come questa:

"Scuole, parcheggi, strade, case e opere pubbliche costruite con materiale di scarto industriale, rifiuti tossici e sostanze cancerogene. E' quanto emerge dall'operazione della polizia denominata 'Black Mountains' che questa mattina ha portato al sequestro di ben 18 aree disseminate lungo tutto il territorio crotonese fino a Cutro e Isola Capo Rizzuto, aree ad alta densità mafiosa nell'entroterra (...)" ("La Repubblica")

leggere anche che

"(...) il rischio è divenire una versione ingrandita di Singapore, supertecnologici e ipersicuri laddove tutto è prescritto e controllato e sanzionato" (Filippo Facci, "Il Riformista").

No, mi pare che l'Italia non corre il rischio di diventare come Singapore.

Fine della democrazia?

Sui giornali di oggi si confrontano opinioni diametralmente opposte. "La Repubblica" pubblica ad esempio un articolo del direttore di "Famiglia cristiana", don Antonio Sciortino, nel quale si legge che "in Italia la gente ha una concezione sempre più leggera della democrazia rappresentativa. Sembra che basti solo assolvere al dovere del voto. E i politici (...) ritengono che i cittadini abbiano firmato loro una delega in bianco". Poco più avanti don Sciortino cita la tesi della rivista francese "Esprit", per la quale ci staremmo avviando verso la fine del ciclo democratico. "La scomparsa delle ideologie non ha assolutamente semplificato il quadro politico. Ha prodotto maggiore difficoltà nella comprensione e nell'elaborazione del pensiero politico, che sembra debba inseguire solo i desideri della gente." Corollario di questa posizione è che nei desideri della gente - i desideri non mediati, i desideri "di pancia" - si esprima il populismo di fondo che alberga da sempre negli italiani (ricordo la prima lezione che imparai alla facoltà di Scienze politiche quando vi approdai da giovane matricola "di sicura fede democratica e antifascista", convinta che fosse diritto dei cittadini esprimersi sempre e comunque su tutto: "Se facessimo un referendum sulla pena di morte oggi in Italia, i sì vincerebbero senz'altro", sentenziò il mio professore di diritto costituzionale. E aveva ragione).

Di tenore diverso un articolo di Filippo Facci sul "Riformista". Riprendendo un intervento di Michele Ainis, Facci sostiene innanzitutto che è finito un ciclo. "Fra gli anni '60 e gli anni '80 l'Italia è stata il paese più libero e felice del mondo: ma era una cambiale in scadenza (...). Ciò che è finito, più che liberalismi e libertarismi estinti in ogni dove, è quel suk latino dove ogni accomodamento e mediazione italiana poteva infine trovare spazio." Per Facci, dunque, l'attuale ondata populista in fondo è soltanto l'applicazione di norme già esistenti e, se mai, fino a oggi disattese: contro i clandestini, contro i "fannulloni", contro chi devasta il patrimonio pubblico, contro chi guida ubriaco ecc. Facci riconosce che alcune misure, come il decreto sulle lucciole, sono "buffonate", e non risolvono minimamente il problema. Ma ritiene, se non ho capito male, che un "giro di vite" fosse necessario e che la minaccia più grave alla libertà sia oggi rappresentata non dall'autoritarismo quanto proprio da un eccesso di libertarismo, di richieste riguardanti la libertà e l'autonomia di individui, piccoli gruppi, "minoranze". Richieste che disgregano la società e alle quali la società risponde rinunciando a un po' di libertà in cambio di maggiore sicurezza (Freud).

A me pare che entrambe le tesi siano a loro modo suggestive. Certamente il governo Berlusconi sta interpretando una domanda di semplificazione che gli giunge da un corpo sociale a cui il pensiero complesso è sempre più estraneo. Se i problemi (poniamo, quello dell'immigrazione) sono difficili da affrontare, pieni di sfaccettature, di risvolti umani (e disumani, come le morti degli immigrati nel canale di Sicilia o il trattamento loro riservato dalle autorità libiche), la risposta al contrario dev'essere semplice, brutale, risolutiva. Don Sciortino pone inoltre il problema della democrazia dal basso, della democrazia come l'articolarsi del dibattito politico e dell'agire politico nelle comunità: è un problema che si avverte anche in territori dove la partecipazione - mediata dai corpi intermedi, come le associazioni, le cooperative, le parrocchie ecc. - è sempre stata molto forte, come ad esempio in Trentino. La convinzione di fondo è che il libero confronto, anche quando è aspro, acceso, porti a un bene superiore per tutti. Che le posizioni estremiste e più pericolose, come il razzismo, si stemperino nel percorso partecipativo, nel dialogo. Questa fede nella "dialettica" forse è molto cristiana ma per me è molto socratica (e molto nobile).

Del resto, non ha tutti i torti anche Facci quando lascia intendere che certe misure non sono né di destra né di sinistra: tutti i cittadini vogliono, almeno a parole, una giustizia efficiente e che punisca i colpevoli (specie quelli che sono protagonisti del fatti di cronaca nera), un'amministrazione pubblica più efficiente (fisco a parte) e così via. E aggiungiamo: a volte purtroppo la dialettica in Italia non porta a un bel nulla se non a un eccesso di retorica. Il nostro è (anche) il paese dell'Azzeccagarbugli.

Due osservazioni, però: la prima è che si fa fatica a prendere sul serio la voglia di rigore di un popolo che da sempre pratica disinvoltamente l'evasione fiscale, l'arte della raccomandazione, la violazione sistematica delle regole del codice della strada, l'abusivismo edilizio ecc. Un popolo insomma che con la corruttella va a braccetto, anche se poi finge di scandalizzarsi.
La seconda è che mi sembra fin troppo facile scaricare le contraddizioni del presente su chi rivendica il rispetto dei diritti individuali (o di alcune minoranze). Ci sono a tutt'oggi questioni importanti riguardanti la parità fra uomini e donne, la tutela della paternità e della maternità, la famiglia (in tutte le sue varianti), la scuola, la sessualità, l'eutanasia, la libertà della ricerca scientifica ecc. che rimangono irrisolte, vuoi per mancanza di volontà politica (a destra come a sinistra), vuoi perché, come dice anche Enrico Rusconi, "l'Italia è il meno laico dei paesi europei". Insomma, non vorrei che si dipingesse ad arte un'Italia "relativista" e "laicista" quando invece essa è tutt'altro: e cioè, ancora, per molti versi, il paese perbenista degli anni '6o e seguenti, dove politici divorziati, risposati o con codazzo di amanti e "amiche" (o "amici") sfilano al Family day e ricevono le benedizioni papali, dove i medici si dichiarano antiabortisti in pubblico e praticano gli aborti in privato (nelle loro cliniche private), dove la droga è vietata dappertutto tranne che nei salotti buoni e così via. Anche questo è il suk latino.