Jeffrey Eugenides: La trama del matrimonio

"Non c'è felicità nell'amore, tranne che alla fine di un romanzo inglese". Questa una delle sentenze che corredano il nuovo romanzo di Jeffrey Eugenides, "La trama del matrimonio". Abbiamo anche una citazione dai Talking Heads (il libro è ambientato all'inizio degli '80), e molti, moltissimi rimandi ad altra letteratura, nonché ad uno dei temi che andavano per la maggiore in quegli anni, ovvero lo strutturalismo, con il suo corollario di Barthes, Derrida, Eco ecc.
Dopo "Le vergini suicide" (da cui la Coppola trasse il suo fortunato film) e dopo "Middlesex", bel romanzo, premiato, in cui lo scrittore esplora anche le sue origini greche, con qualche incomprensibile ingenuità (una narrazione in prima persona nella quale, ad un certo punto, vengono descritte in terza azioni e intenzioni di un personaggio che il narratore evidentemente non può vedere e nella cui mente non può ragionevolmente entrare), eccoci di nuovo alle prese con una delle tante incarnazioni del Grande romanzo americano. Io mi sono tuffato in queste pagine, come già prima in quelle di Franzen (che con De Lillo forma il trittico degli autori contemporanei che seguo di più), perché, stranamente, pur essendo affascinato da tutto ciò che è altro, altri paesi, altre culture (Africa, in primo luogo) nella narrazione cerco, come la protagonista di Eugenides, ciò che mi è più familiare. Cerco romanzi che parlino di me, in cui trovare delle conferme, o una migliore messa a fuoco di ciò che devo avere già sentito o provato o sperimentato in prima persona, almeno una volta. E trovo tutto questo non negli italiani ma negli americani, nei loro affreschi generazionali, nella loro straordinaria capacità di mettere a fuoco intere epoche attraverso storie avvincenti. Qui si parla di amore - amore ai tempi dell'università, quindi potremmo essere dalle parti del romanzo di formazione - e l'amore, da sempre, è il tema.
Il libro suggerisce, attraverso uno dei suoi personaggi, che il romanzo è nato proprio per raccontare matrimoni, e che dopo la messa in crisi di questa istituzione ha iniziato ad incontrare delle difficoltà. Tuttavia, qui non siamo in presenza della storia di un matrimonio ma di un amore a tre, nato in un college. Lei, ragazza di buona famiglia (ma non la classica famiglia borghese, una famiglia "scialla", diremmo oggi), innamorata dei libri, lui, ragazzo triste con sindrome maniaco-depressiva, l'altro lui, ragazzo triste con tendenze mistiche.
La trama la potete trovare descritta un po' dappertutto sul web, è una bella trama, semplice, diretta, vi divertirà. Vorrei però soffermarmi su alcuni dettagli, nei quali mi sono, per così dire, rispecchiato, e che credo siano paradigmatici di una generazione.
Innanzitutto, come ho già detto, è un romanzo pieno di libri e di autori. I protagonisti ne sono innamorati, come lo eravamo in molti, perdutamente, negli anni '80; uno di loro decide persino di partire per l'India con uno zaino pieno di volumi (e mica robetta, da Sant'Agostino a "L'imitazione di Cristo"). Sono ancora così importanti i libri? Lo sono, almeno all'università? Credo di no. Qui eravamo prima della rivoluzione informatica, semplicemente. E prima del dilagare del video. Un romanzo del genere ambientato ai giorni nostri dovrebbe essere pieno di password, chat, Blackberry, e-book, sms, citazioni estrapolate da Wiki, e poi di youtube, youporn, videoarte, installazioni ecc. Eppure...sì, c'è stata un'epoca in cui avere o non avere certi libri in una libreria faceva, almeno agli occhi di qualcuno, la differenza. Un'epoca in cui si potevano passare intere serate in osteria a discutere delle cose di cui i libri parlavano. Un'epoca in cui i libri potevano servire persino a sedurre, a fare innamorare. O a consolare. Anche quelli concepiti per tutt'altro scopo, come il famoso "Frammenti..." di Barthes.
E poi, lo strutturalismo, la linguistica, la semiotica, la decostruzione del testo. Ho orecchiato queste tematiche grazie agli studi di linguistica di mia moglie, ma essendo uno storicista, le guardavo con sospetto. Tuttavia, effettivamente, il dibattito lì girava. Arrivava persino nelle aule scolastiche, dove gli insegnanti invitavano sì a leggere il giornale, ma per analizzare strategie e stili, non per dibattere i contenuti. E oggi? Suppongo che da un lato tutti siamo diventati più smaliziati, pratichiamo a priori una decostruzione inconscia di tutto ciò che l'universo mediatico ci propone, prima di entrare nel merito e, semmai, concedere la nostra fiducia. Al tempo stesso, credo che nessun lettore di romanzi abbia più alcuna voglia (ma ce l'ha mai avuta?) di decostruire un testo, o di sostituire il lettore con il narratore, il che in fondo dimostra quanto fossero autoreferenziali certe teorie, quanto servissero a spingere le carriere accademiche, a scapito delle esistenze/esigenze reali di chi compra un romanzo (o lo prende a prestito in biblioteca).
Comunque sia, Eugenides è uno scrittore della vecchia guardia (pur essendo giovane). Racconta una storia, lo fa con dovizia di particolari, chiede al lettore capacità di immedesimazione. Scrive libri che invogliano ad andare avanti per vedere cosa succede nella pagina successiva. Libri per persone a cui piace passare il tempo in compagnia di storie di personaggi inventati raccontate con abilità (periodicamente leggo sui giornali dichiarazioni di tizi un po' snob che trovano questa passione una perdita di tempo, e invitano, semmai, ad appassionarsi alle storie vere, cioè alle biografie e ai reality. Li trovo sempre un po' malsani).

Eugenides racconta di situazioni e stati d'animo per i quali siamo passati tutti: le feste, i viaggi all'estero, il ricovero dell'amico in un reparto psichiatrico, il sesso fatto bene o malissimo, l'infatuazione per la ragazza/il ragazzo che ti tiene sulla corda ma vuole esserti solo amico/a, gli ambienti degli istituti di ricerca... Ma come ogni buon narratore illumina la materia da una angolazione particolare (che è poi quella che ha conosciuto in prima persona, essendo il college del libro quello stesso nel quale ha studiato). Così, tutto sembra non solo vero, ma più vero.
Come in Franzen, va detto, anche in Eugenides c'è molto divertimento fra le righe; poi c'è sofferenza, ovviamente, la sofferenza amorosa, quella più importante, nell'economia di una vita "normale", cioè una vita non devastata da traumi infantili irrecuperabili o eventi bellici (e fin quando non sopraggiungono le malattie, ovviamente).
La chiave, perciò, è il realismo, come direbbe Lou Reed, anche se qui non c'è il suo realismo truce, siamo pur sempre negli anni '80. E forse è proprio grazie al realismo che si riesce a leggere le pagine degli americani con tanto piacere (De Lillo fa un po' eccezione: lì le cose si complicano, e lì no, in effetti non si ride mai. In compenso, c'è un registro narrativo forse più alto, più sperimentale, perlomeno in "Underworld").
Nel suo romanzo Eugenides semina molte chicche. La parte di cui lo scrittore dichiara di essere - forse giustamente - più orgoglioso, è quella che racconta la progressione della malattia mentale, della psicosi maniaco-depressiva; in queste pagine Eugenides sembra voler rivaleggiare con il Franzen de "Le correzioni", che entrò con sbalorditiva sicurezza nella testa di un malato di alzheimer (Franzen, per la cronaca, è rimasto imbattuto). Ma ci sono anche altre cosette. Lo smarrimento dell'americano a Parigi, l'imbarazzante integralismo proprio di una certa stagione della vita (in questo caso, incarnato da una giovane femminista, che trova censurabile leggere Hemingway), e, ad un certo punto, anche Peter Handke, e la cosa mi ha fatto un po' sorridere perché per iniziare "La trama del matrimonio" ho messo momentaneamente da parte proprio un libro di Handke. Handke, nella fattispecie "Infelicità senza desideri", come il simbolo dello scrittore concettuale amato dagli strutturalisti, del quale si indagano le strategie narrative, gli oscuri moventi criptoletterari.
Beh, Handke è agli antipodi da questo genere di narrativa. Ho passato, recentemente, ore serene (se non felici) con "Lento ritorno a casa". Una serenità data forse dal potere ipnotico (soporifero?) di certe pagine, di certe infinite descrizioni di paesaggi, di nuovo americani. Nell'era post-strutturalista, si possono leggere cose così lontane tra loro senza avvertire alcuna contraddizione. Nel supermercato della cultura contemporanea, Handke può anche stare vicino a Eugenides.

Ma: e l'amore, alla fine, come ne esce? Non sono ancora arrivato in fondo alle 478 pagine del romanzo (edito in Italia da Mondadori, nella traduzione di Katia Bagnoli) ma la mia impressione è che verrà confermata l'affermazione di Amy Winehouse: un gioco in perdita.

P.s. mi accorgo ora che in questa recensione ho parlato forse più di me che del romanzo. Allora, questa è una recensione decostruzionista.

In the city


Cose che ho dimenticato. Ad esempio, che non sia scontato che le persone ti rispondano in italiano o in tedesco. Una volta le distinguevi, dalle facce, o dai vestiti, adesso è sempre più difficile, alla fin fine un po' di mescolanza è arrivata anche qui.
Faccio colazione in un bar del centro. A gestirlo è una signora cinese. Parla con scioltezza entrambe le lingue, il tedesco forse anche meglio dell'italiano. C'è quella clientela aristocratica che non ritrovo altrove, che mi fa sentire bene. Una donna sfoglia il giornale seduta ad un tavolino all'aperto, nonostante alle 9 faccia ancora freddo, i raggi del sole non sono ancora penetrati nella strada stretta fra due alte file di case. Dentro, una coppia, vestita con informale eleganza. C'è una certa differenza d'età fra i due, potrebbero essere padre e figlia (un padre che si conserva molto bene), o semplicemente una moglie con marito più anziano, ma fresco, magro e curato. Un'altra donna, sola, alla mia destra. Tutti con la loro copia del quotidiano, preferenza per il Corriere. Cappotti beige per gli uomini, cappelli e molto rosso per le donne, screziato di nero. Sì, è già Mitteleuropa. Un tocco retrò ma senza affettazione, più a sud sembrerebbe già una posa, non qui.
L'informalità regna sovrana. Mendicanti e vetrine che espongono abiti costosi, tutto si sfiora e si compenetra senza stridore, senza il digrignar di denti. Un understatement più che britannico, si direbbe. Del resto, si sa che in queste terre il conflitto è la cosa più temuta, noi che siamo cresciti a forza di Hegel e Marx abbiamo introiettato la dialettica, il conflitto, per noi, dovrebbe portare ad una sintesi più avanzata, a partire da quello di classe. Non qui. Il soffio del mondo tedesco, la Heimat, la conciliazione degli opposti, il cooperativismo, la sozialpartnerschaft. Il senso della comunità prima di tutto, la coesione il valore più sentito e più apprezzato. Il tutto in silenzio, senza bisogno di tante parole, si fa ma non si dice, un atteggiamento già un poco protestante, anche se il cattolicesimo è ovunque.
Eppure, e al tempo stesso, una città molto meridionale. Lo capisco solo ora, avendo preso prudentemente le distanze. Si può capire bene solo tirandosi fuori, quel tanto, si deve essere cosa distinta dall'oggetto osservato, per penetrare, per vedere.
Tanti italiani del sud, tanti italiani-italiani, così diversi dai trentini, il loro modo di parlare, il loro modo di camminare. Un'identità che il tempo e l'emigrazione non hanno scalfitto per nulla.
Nei quartieri nuovi, dove ho casa (ma nuovi per modo di dire, solo non-medioevali), lo stradino aspira le foglie con il suo tubo fracassone. I pensionati sono nei bar o nei supermercati, solcano marciapiedi in cerca di qualcosa, una maniera per passare il tempo, per fare arrivare l'ora di pranzo, penso a mio padre. Un uomo aiuta una macchina ad uscire da un cortile, in retromarcia, su una strada trafficata, gli fa segno di andare deciso, ci pensa lui a governare il traffico. Giovani tamarri scrutano telefonini, e altri vecchi, piegati dall'età, sbilenchi, ma ben vestiti, attraversano sulle strisce pedonali.
Tutto il mattino scintillante è con me, annunciato dalle campane, che mi hanno trascinato fuori dal sonno già alle 7. Mani brandiscono sigarette, molte le donne, una cosa confortante, pensi che non succederà a te, no, in questa moltitudine, non sarai tu quello colto da un cancro.
Ragazzi su una panchina con zainetti ai piedi, altrove si direbbe che hanno marinato, qui che hanno fatto blaun. E pensare che alla loro età, l'età di mia figlia, adesso, spesso ho disertato i banchi del ginnasio per inerpicarmi su per le passeggiate del Guncina, un tornante dopo l'altro, finché la città si stende ai tuoi piedi, scenario ineguagliabile, guglie di campanili e macchie d'alberi, rumori lontani di autostrada, di macchine e camion diretti al Brennero, le Dolomiti come sfondo, qualcosa che è difficile trovare altrove e infatti anche se viaggiamo per il mondo raramente ci scomponiamo, siamo abituati alla bellezza, siamo abituati a scenari di sogno, a profili frastagliati di montagne come ossi calcinati che all'ora del tramonto si incendiano.
Sotto, nel dedalo delle strade, fra le palazzine e i bar, scorre la vita. Puzze di marmitta e cassonetti, vigili occhiuti, commesse di distratta bellezza.

Sera


Quando tramonta, i pezzi sparsi della giornata come per magia si ricompongono. Tutte le linee combaciano, gli angoli incontrandosi formano croci ma potrebbero essere stelle. Cespugli crescono negli interstizi, si entra o si esce dalle case. Da questa riconciliazione dipende l'andamento della notte, la veglia o il sonno, i sogni o gli incubi. E' il momento delicato della restituzione e del bilancio parziale.

GHANA - pictures

Alcune foto - per una volta abbastanza "classiche" - dall'Africa. Novembre 2011.

Presenza

Street of Accra

Fiume Volta

AFRICA DA NOBEL - MOSTRA FOTOGRAFICA


Una mia foto che è parte della mostra fotografica "Africa da Nobel - volti che fermano i deserti", in questi giorni alle Acli di Trento (via Roma), in seguito, speriamo, anche in bar, alberghi, locali pubblici, insomma luoghi di vita quotidiana, per mostrare un'Africa ricca della sua quotidianità. Un'Africa che non muore di fame, che non si fa la guerra, che studia, mangia, vende, suona, ride, si sposta.
Nella mostra foto anche di Paolo Michelini e Laura Ruaben.
Una particolarità dell'iniziativa è data dall'allestimento volutamente "povero": cornici di cartone corredate di dida (proverbi africani) tracciate con il laser, che possono essere immediatamente coperte con un altro strato di cartone quando si deteriorano. Un modo di usare e riusare le cose molto africano, appunto. L'altra peculiarità è la raccolta fondi per il Corno d'Africa annessa alla mostra, assieme all'associazione "Una scuola per la vita".

Foto: Somalia, scuola sotto l'acacia, 2004.

Antonio Tabucchi meets Fernando Pessoa, ovvero, "il trenino a molla del mio cuore"


Attraversammo la strada e passammo di fronte alla stazione marittima. Io arrivo fino alla fine del molo, disse il mio Convitato, non vuole accompagnarmi? Certo, dissi io, vengo con lei. Di lato alla porta c'era un mendicante, un vecchietto con la fisarmonica a tracolla. Quando ci vide stese la mano e recitò una litania incomprensibile. La carità, per amor di Dio, mormorò alla fine. Il mio Convitato si fermò e si infilò la mano in tasca, prese il portafoglio e ne tirò fuori una banconota antica. E' denaro della mia epoca, disse afflitto, forse lei mi può aiutare. Cercai in tasca e trovai un biglietto da cento escudos. Sono gli ultimi che ho, dissi, sono rimasto a secco, ma sono carini, non le pare? Lui osservò la banconota e sorrise. la tese al Suonatore di Fisarmonica e gli chiese: sa suonare delle vecchie canzoni? So suonare Lisboa Antiga, disse il Suonatore di Fisarmonica con aria avida, conosco tutti i Fados. Magari anche più vecchie, disse il mio Convitato, degli anni Trenta, dovrebbe ricordarsele, non è poi così giovane. Può darsi, disse il Suonatore di Fisarmonica, mi dica lei quel che le piacerebbe sentire. Per esempio Sao tao lindos os teus olhos, disse il mio Convitato. Come no se la conosco, disse il Suonatore di Fisarmonica raggiante, la conosco perfettamente. Il mio Convitato gli diede i cento escudos e disse: allora ci venga dietro, a qualche metro di distanza, e suoni quella musica, ma basso basso perché dobbiamo conversare. Prese un'aria confidenziale e mi disse all'orecchio: una volta ho ballato questa musica con la mia innamorata, ma nessuno lo sa. lei sapeva ballare? esclamai, non lo avrei mai immaginato. Ero un ballerino eccezionale, disse lui, avevo imparato da solo con un libriccino che si chiamava Il ballerino moderno, libriccini così mi sono sempre piaciuti, che insegnavano a fare delle cose, facevo tardi la sera quando tornavo dall'ufficio, ballavo tutto da solo, scrivevo poesie e lettere alla mia fidanzata. L'ha amata molto, osservai. E' stata il trenino a molla del mio cuore, rispose lui. Si fermò, obbligandomi a fermarmi. Anche il Suonatore di Fisarmonica si fermò, ma continuò a suonare. Guardi la luna, disse il mio Convitato, è la stessa che guardavo con la mia innamorata quando andavamo a spasso al Poco do Bispo, non è strano?
Eravamo arrivati in fondo al molo. Bene, disse lui, a questa panchina ci siamo incontrati e a questa panchina ci salutiamo, lei dev'essere stanco, può dire a questo pover'uomo di andarsene. Si sedette e io andai a dire al Suonatore di Fisarmonica che la sua musica non ci serviva più. Il vecchietto ci diede la buonanotte, io mi voltati e solo allora mi accorsi che il mio Convitato era sparito.

La casa di campagna era immersa nel silenzio, si era levata una brezza fresca che accarezzava le foglie del gelso. Buonanotte, dissi, o meglio, addio. A chi, o a che cosa, stavo dicendo addio? Non lo sapevo bene, ma era quel che mi andava di dire ad alta voce. Addio e buonanotte a tutti, ripetei. Reclinai il capo all'indietro e mi misi a guardare la luna.


da Antonio Tabucchi, Requiem, Feltrinelli, 1992, trad. dal portoghese di Sergio vecchio

Linguaggi

Ricordo la prima volta che ho sbattuto contro il linguaggio della musica, cioè un linguaggio non-verbale, o non-alfabetico. Ero un bambino e stavo cercando da giorni di ricordare la colonna sonora di un film, una melodia orchestrale che mi aveva stregato. Finalmente, all'improvviso, come spesso succede, eccola, deliziosa, folgorante, nella mente! Ma a quel punto ero terrorizzato dalla possibilità di dimenticarla di nuovo. Così, pensai di scriverla. Presi un foglio e una penna, iniziai a canticchiarla, e con enorme stupore mi resi conto che anche se già avevo imparato a scrivere da un po' non sapevo come fare. "Lalalalala'..." non funzionava. Non c'era corrispondenza fra parole e musica. Fino a quel momento la parola scritta mi era sembrata la più grande delle magie. Qualcosa che costruiva mondi, di ogni genere. Certo, mio padre era un musicista, l'avevo visto un'infinità di volte suonare l'armonio leggendo lo spartito. Ma chissà perché, non gli chiesi nulla. Forse pensai che non avrebbe avuto tempo, forse mi vergognavo a cantargli quell'aria e aspettare che la mettesse in note. Forse semplicemente ero irrritato per la scoperta di un campo che sembrava sottrarsi al potere della parola. Così mi inventai una specie di grafico. Quando la musica saliva saliva la riga sul foglio, e viceversa. Sembrava l'andamento di una borsa schizofrenica.
A quanto ricordo, per un po' funzionò.

Allen Ginsberg - A supermarket in California



Un'altra versione della mia poesia preferita di Allen Ginsberg. Non so se la voce sia davvero la sua. In ogni caso, interpreta egregiamente il testo.

Un supermarket in California

Come ti penso stasera, Walt Whitman, perché camminavo per piccole strade sotto gli alberi col mal di testa guardando consapevole la luna piena.

Nella mia fatica affamata, e per comprare immagini, entrai nel supermarket di frutta al neon, sognando le tue enumerazioni!

Che pesche e che penombre! Intere famiglie a far provviste la sera! Corridoi pieni di mariti! Mogli negli avocados, bambini nei pomodori! E tu, Garcia Lorca, che cosa stavi facendo giù fra i meloni?

Ti ho visto, Walt Whitman, senza figli, vecchio mangione solitario, a frugare fra le carni nel frigorifero e occhieggiare i garzoni del droghiere.

Ti ho udito fare domande a ciascuno: Chi ha ucciso le cotolette di porco? Quanto costano le banane? Sei tu il mio Angelo?

Ho girato fra le pile di scatolame luccicanti seguendoti, e seguito nell'immaginazione dal poliziotto del mercato.

Abbiamo camminato insieme lungo i passaggi aperti nella nostra fantasia solitaria assaggiando carciofi, possedendo ogni leccornia congelata, e senza mai passare davanti al cassiere.

Dove andiamo, Walt Whitman? Le porte chiudono tra un'ora. Dove punta stasera la tua barba?

(Sfioro il tuo libro e sogno la nostra odissea al supermarket e mi sento assurdo.)

Passeggeremo tutta notte per strade solitarie? Gli alberi aggiungono ombra all'ombra, luci spente nelle case, ci sentiremo soli.

Cammineremo sognando la perduta America dell'amore lungo automobili azzurre nei viali, verso casa nel nostro cottage silenzioso?

Ah, caro padre, grigio di barba, vecchio solitario maestro di coraggio, che America avesti quando Caronte smise di spingere il suo ferry e tu scendesti su una riva fumosa a guardare la barca scomparire sulle acque nere del Lete?

Berkley, 1955

[Allen Ginsberg, Jukebox all'idrogeno, a cura di Fernanda Pivano, Mondadori, Milano, 1965; Oscar Mondadori, 1969]

Peter Handke - se un scrittore sta dalla parte "sbagliata"

Ho appena ripreso in mano, dopo anni, e un po' per caso, Peter Handke, più che altro perché, dopo la sbornia di trame di Franzen, Murakami e altri del genere, avevo voglia di qualcosa di più sperimentale, di poco (o flebilmente) letterario, una prosa che sembra fatta apposta per contraddire i tempi nostri, tempi di libri che inseguono la tv (pur se lo stesso Handke ha scritto per il cinema, ma era il cinema di Wenders...).

Ed ecco che rispunta la vecchia polemica su Handke filoserbo, che in verità, negli anni '90, avevo seguito un po' distrattamente.
La notizia la riprendo dal Corriere della Sera:

BERLINO - Forse se in Germania non fosse scoppiato due mesi fa un gigantesco caso sul «Quadriga», assegnato al primo ministro russo Vladimir Putin e poi ritirato dalla giuria dopo una sollevazione del mondo politico e culturale, questo premio a Peter Handke sarebbe passato inosservato. «Noi ci mettiamo i soldi e poi finiamo sotto accusa», si devono essere però detti nel quartier generale della Kolbus, una grande azienda che produce macchinari per rilegare i libri e che è lo sponsor del «Candide», un riconoscimento franco-tedesco che viene conferito, nel nome di Voltaire, a Minden, in Nord-Vestfalia. Lo scrittore austriaco è ormai noto infatti non tanto per i suoi romanzi (qualcuno sicuramente bello, come Prima del calcio di rigore ) quanto per le posizioni filoserbe prese durante e dopo il conflitto nella ex Jugoslavia e per essere andato addirittura ai funerali di Slobodan Milosevic, sul cui feretro ha deposto nel 2006 una rosa rossa. La Kolbus ha deciso di non mettere più a disposizione i 15 mila euro del Candide Preis, mettendo in grave imbarazzo la giuria, che però non ha voluto soprassedere sulla sua scelta. C' è anche chi, come uno dei suoi membri, Franziska Augstein, aveva proposto di attingere i fondi da altre dotazioni private. Ma ormai era troppo tardi. Peter Handke è stato informato, accetterà il riconoscimento che gli è stato attribuito ma non andrà a ritirarlo il 30 ottobre, giorno in cui era prevista la cerimonia di consegna.

A parte la sciatteria dell'articolo, a cui siamo abituati ("...alcuni sicuramente belli come Prima del calcio di rigore". E Infelicità senza desideri no?), la questione che si ripropone è interessante, pur se già vista. Se lo scrittore sta dalla parte sbagliata che si fa? Se lo scrittore sta con i collaborazionisti, i nazisti? E se invece (del solito Céline) è un nazionalista fanatico come Mishima? E se invece fa una cosa ancora più subdola e schifosa, fa del revisionismo, perchè, sì, Srebrenica è stata una carneficina, ma prima i musulmani avevano già messo in pratica la pulizia etnica nei villaggi serbi circostanti? Se dice cose così che si fa?
A me pare non ci siano dubbi: se stiamo parlando di un riconoscimento letterario, quello va allo scrittore, non all'uomo che esprime le sue idee politiche. Se l'opera è valida, è valida, punto. Le idee politiche vanno valutate (e se necessario criticate, confutate ecc.) in altra sede.
Se dovessimo seguire un altro criterio, parecchia letteratura dell'800-900 sarebbe censurabile. E non parlo solo di autori esplicitamente filofascisti o filocomunisti. Conrad è stato visto da molti come un romanziere impregnato di mentalità colonialista (anche se per me è tutto il contrario). E persino autori "socialmente impegnati" (come Moravia, che da persona intelligente avrebbe rifiutato questa qualifica), hanno scritto pagine sull'Africa che oggi è un po' imbarazzante leggere, che alle orecchie del lettore "politicamente corretto" suonano quantomeno sconvenienti. "Il negro, insomma, va sempre ai suoi affari; cioè si muove principalmente per motivi economici, mercantili, di sussistenza (...). Perché gli africani, pur nel loro modo bislacco, fantasioso, irrazionale e danzante sono una delle razze più traffichine che ci siano al mondo. Anche se poi i loro traffici non sono spesso che scambio in natura e vendita e acquisto spicciolo di pochissimi prodotti di fabbricazione familiare". (Moravia, A quale tribù appartieni?)
D'accordo, sono parole affettuose, non c'è nulla di paragonabile all'apologia della Serbia di Milosevic. Sfido comunque qualcuno a leggerle oggi in pubblico (anche se poi gli africani veri probabilmente ci riderebbero sopra).

Handke era uno che in Jugoslavia ci andava spesso, prima della guerra (la madre era di origini slovene), e a cui la Jugoslavia piaceva probabilmente così com'era, un crogiolo di popoli. Ovviamente non piaceva solo a lui; ma la nostalgia per ciò che è stato o meglio per ciò che sarebbe potuto essere non può offuscare la capacità di giudizio, specie quando sul terreno ci sono migliaia di morti. Il "tutti colpevoli-nessun colpevole" di Handke non commuove e non convince.
E tuttavia, Handke è un vero scrittore. Difficile, probabilmente oggi noioso (dico oggi perchè negli anni '70 non era strano leggere cose come Lento ritorno a casa e trovarle pure belle.) Ma, insomma, uno scrittore con una sua cifra stilistica, una sua riconoscibilità, una sua poetica. Nessuna stronzata (compresa la rosa sulla bara di Milosevic) può offuscare questo fatto.

Peter Handke - citazioni - frammenti - frantumaglia


Siccome mi sento momentaneamente vuoto di parole, prendo a prestito quelle di uno scrittore che da noi (noi vicino al confine austriaco) una volta era molto letto. Sono tratte da "Alla finestra sulla rupe, di mattina", (Garzanti, 1997), un libro di frammenti, di annotazioni, qualcosa di meno (o di più) di un diario. Il periodo è 1983-1987.

Il verbo adatto alla gioia: cominciare.

Per me è finita non appena non ho più tempo.

Un'espressione greca antica per l'unione degli amanti: "E avvenne la cosa più grande".

Spesso, nelle periferie della città, l'esperienza della purificazione e poi della purezza.

Forza d'animo significa poter andare insieme (per esempio con le erbe oscillanti).

Si premette un foglio bagnato sulla fronte e il foglio si asciugò subito, tanto era calda la fronte.

"Non essere ingenuo!" ha detto ieri l'ubriaco a se stesso.

Com'era bello vedere per una volta uno che aveva paura per qualcuno.

Considerare anche se stesso come quel prossimo del quale ti devi preoccupare.

Serata meravigliosa ieri nel cosiddetto "caseificio" di St. Moritz, nell'Engadina - da solo. Ero totalmente presente e sapevo: questo sono io: nell'essere presente sono completo.

Le mostrò la sua vera faccia, e cioè pianse.

Probabilmente rimangono giovani solo i ribelli (notte, vento).

Non suggerire niente, ma "contagiare" benevolmente la gente.

Soltanto fuori casa riesco a riflettere su ciò che ho fatto in casa.

Rembrandt disse a Spinoza: "Mi sembra di essere tuo figlio". E Rembrandt disse a Spinoza: "Sei un prepotente".

Lirico epico: chi avverte l'impulso a raccontare, ma senza avere una storia.

Estremo insulto: "No, tu no!".

Su quasi tutto ciò di cui la ragione parla o si esprime, il cuore, ovvero "il petto", non dice né sì né no: non dice proprio niente. Ed è per questo appunto che la ragione parla "solo per parlare", senza effetto e irrealmente.

A volte basta mostrarsi per aiutare: per essere di aiuto. "Mostrarsi". Mostrati!

Lei diceva che io sarei affetto di "mania per la vita", e intendeva dire che vorrei sempre sentirmi raccontare soltanto esperienze, anziché farmi informare sulle solite difficoltà e sui soliti ostacoli.

Ogni casa dovrebbe avere una stanza per profughi.

Condannato alla velocità; graziato alla lentezza.

Nel crepuscolo, il contorno di un uccello sedeva davanti alla finestra come una favola che non volesse essere disturbata.

Libertà: poter (anche dover) lasciare tutto al caso.

La gioia del camminare; la linea diventa freccia.

Di molti che camminano lo si vede; camminano solo casualmente.

E' la gioia ad aprire una strada in me, o è l'idea di una strada che mi apre alla gioia?

Amore: far qualcosa di amorevole; l'amore inoperoso non esiste.

"Un'ombra di umorismo": e quest'ombra mi basta.

I greci, nei loro drammi, avevano tutto il tempo per parlare; nulla era sbrigato in fretta.

Contemplazione all'aeroporto (Monaco di Baviera): donne, e fra di loro una lettrice di lettera che piange e che pure è di tutte l'imperatrice, con le palpebre consapevoli del momento di una statua greca. Siamo una povera razza eletta, noi esseri umani. la donna che leggeva piangendo: diventa orgogliosa, si incaponisce. E qui sono stato nel cuore delle cose.

Dopo avere attraversato il paradiso abbiamo tirato un sospiro di sollievo: il pericolo era passato.

Non ti amo più e non ti dico più dove sono stato oggi.

L'amore è doloroso e non porta a nulla, ed è questa la sua meraviglia.

"Non ho una chiave per aprirti". - "E allora forzami con un chiodo".

"Tendenza al rispetto" è, secondo Goethe, "una virtù ereditaria".

Per l'accoppiamento non dovrebbe valere: lui (o lei) si "fece" lei (o lui); bensì lui (oppure lei) creò lei (lui), essi si crearono a vicenda, essi si fanno a vicenda.

Niente di più bello di un corpo fiorito per il desiderio, in attesa, paziente, sicuro.

Epos: raccontami il tuo segreto - perché rimanga conservato (se il tuo segreto rimane in te, non sarà conservato).

L'Eufrate e il Tigri che "fluiscono dal paradiso" (Il Parsifal di W.v. Eschenbach): sono le lacrime.

Una specie di libertà: ritardare spensieratamente

Di giorno fra me qui e te lì
è passata la gatta chiazzata.
Di notte poi
- o corpi chiari! -
lo scuro riccio


Depressione (= mortale compostezza o oppressione mortale) non significa che perdo lo spazio, ma lo spazio intermedio; ovvero: vedo bensì ancora questa o quella cosa, ma non la riconosco più.

Il bambino disse al padre: "Ci sono voluti degli anni perché mi accorgessi che hai gli occhi azzurri".

Avvertì di nuovo con le labbra, come una perla, il battito del suo cuore sul collo, e pensò: "Dunque non sono una cattiva persona".

La cameriera ha inavvertitamente pestato la zampa di un gatto ed è contemporaneamente chiamata da un avventore. La cameriera: "Subito, prima lo devo consolare!".

Ieri a mani vuote, nella piana paludosa, davanti alle prime stelle: consapevolezza di libertà.

Foto: mia

Una storia di guerra ordinaria

Accadde in un’altra guerra. Non in questa che c’è adesso.

Argo lavorava in un centro commerciale. Rea, la sua fidanzata, aveva un banchetto della frutta al mercato di Portici, che gestiva assieme alla madre.
Erano innamorati l’uno dell’altra, e si sarebbero sposati entro l’anno.
Quando scoppiò la guerra del 2016, Argo si arruolò in marina e venne imbarcato su un cacciatorpediniere. Non poteva mandare a Rea delle mail, le zone di guerra ora erano schermate, sia per evitare la fuoriuscita di informazioni pericolose sia per i contratti che l’esercito aveva firmato con i network delle telecomunicazioni.
Si era tornati alle vecchie lettere, scritte a mano, ma le lettere impiegavano molto tempo ad arrivare, qualche volta non arrivavano addirittura perché qualcuno le aveva bloccate (ed era strano essere vissuti per anni in una società completamente aperta e dover fare ora i conti con la censura, parola di cui molti ignoravano persino il significato).
Comunque la prima lettera che Argo ricevette da Rea, diceva pressappoco così (per quanto io possa ricordare):

caro Argo
amore mio. Ogni giorno che passa per me è un tormento, senza di te. Ho tanta voglia di sentirti vicino, vorrei che ci fossimo sposati prima della partenza e sto contando i giorni in attesa del tuo ritorno. Guardo sempre la tv e prego che non trasmettano brutte notizie, ma poi mi faccio forza perché sono sicura che presto sarai di nuovo a casa e questa guerra ci sembrerà solo un brutto ricordo. Alla tv dicono che presto avremo vinto, io spero tanto che sia così, il nostro pensiero, mio e dei miei genitori, è sempre con te e con mio fratello che ci scrive dal fronte siriano. Per quello che mi hai scritto l’ultima volta non devi tormentarti con queste sciocchezze, anche se so che sono il frutto del tuo amore, e pensare solo a riguardarti e a stare attento. Anche per me è doloroso non averti vicino, ma nel mio cuore ci sei solo tu, e perciò ti prego non dubitare di me, mai.

L'accenno al matrimonio rimandato non sono sicuro che ci fosse; forse era stato Argo a parlarmene, ed è possibile che mi confonda. Forse era un pensiero di Argo, non di Rea. Penso che se fossero già stati sposati lui si sarebbe sentito un po’ meglio, perlomeno.
Comunque, l’essenziale è che Argo era geloso. Irragionevolmente geloso. La vita militare non gli pesava molto in sé, del resto sapeva di avere avuto fortuna con la destinazione perché lì la guerra non si sentiva come altrove. Ma il pensiero della fidanzata non lo lasciava un istante. Si consumava nel suo ricordo, soffriva come un cane. E il peggio era che non riusciva a sfogarsi con nessuno, perfino io facevo fatica a sopportarlo. Molti di noi erano innamorati, molti avevano lasciato, oltre alle mogli, anche i figli, o i genitori malati, ma rodersi in quella maniera era troppo, rendeva quella vita di attesa e di pericolo insopportabile. Così Argo se ne stava chiuso nel suo silenzio per la maggior parte del tempo, schivato da tutti, e nei periodi di calma si dava da fare più del dovuto. Chi non lo conosceva bene pensava che fosse uno di quei fanatici a cui la guerra piace, ma io so che non è così.
Poi un giorno ricevette una lettera particolare. La flotta a quel tempo era in procinto di smobilitare, la nuova destinazione sarebbe stata il Mar Nero. La lettera in questione diceva più o meno questo:

caro Argo
ho saputo che la licenza è stata revocata. Adesso hai bisogno di tutta la forza e la concentrazione possibili per superare questa prova che il Signore ti impone. Io prego sempre per te e so che andrà tutto bene, non mi chiedere come faccio a saperlo, devi avere fiducia così come l'ho avuta io e continuare ad averla. E adesso purtroppo devo dirti una cosa terribile. Mio fratello è morto, l’abbiamo saputo qualche giorno fa e io non avevo neanche la forza di scriverti; poi ho pensato che era tutto uno sbaglio e che presto avrei ricevuto di nuovo sue notizie. È morto senza soffrire, questo siamo riusciti a sapere, con una pallottola al petto, durante un pattugliamento. Io e i miei genitori non abbiamo più pace. Qualche giorno fa è venuto a trovarci un ragazzo che era con lui al campo di addestramento di Fossano. Non sapeva nemmeno che fosse morto, c’è stato malissimo quando glie l’abbiamo detto. Per lui la guerra è finita. Gli è scoppiata vicino una granata e ha perso un braccio. Dice che Carlo gli parlava di me giorno e notte. È molto commovente e piange spesso quando ci viene a trovare, ora sta a Caserta da una zia. Piange spesso anche per mio fratello. Mi fa una gran pena, mi ricorda tanto Carlo e noi vogliamo sempre che ci parli di lui. Povera mamma! E poveri tutti noi, che non riusciamo più a trovare pace e consolazione! Ma io non voglio angustiarti con i miei dolori…

eccetera. Dopo di allora le cose per Argo andarono peggio di prima. La notizia della morte del fratello di Rea non lo aveva colto impreparato, perché la morte è un pensiero al quale in guerra ci si abitua. Tante volte si era immaginato di quando lui, vecchio, con i figli grandi e la moglie una tranquilla e modesta signora piena di grazia si sarebbe recato, in certi sabati pomeriggio, alle tombe dei suoi amici commilitoni. S’immaginava rugoso, pieno di dignità, a sostare in silenzio in un cimitero circondato dal verde, in campagna. S’immaginava un certo tipo di cimitero, come quelli che si vedono nei film americani, diciamo, anche se il cimitero del suo paese era molto differente, c'erano tombe di diversa grandezza, non tutte uguali, e il verde non era così curato.
Più o meno tutti quelli che erano come lui, di indole solitaria, facevano pensieri del genere. Ma ovviamente si tenevano tutto dentro e noi si poteva solo tirare a indovinare.
Adesso me lo figuro, ciò deve avere provato. Allora, ero troppo preoccupato a tenermi a galla io stesso. Io la paura l’esorcizzavo con lo spirito di corpo, l’obbedienza agli ordini e occasionalmente inalando tritanolo. I suoi pensieri da quel giorno devono essere cambiati. Devono avere passato quella soglia oltre la quale la mancanza di ragionevolezza e buon senso diventa pura e semplice patologia. Me ne fece solo intravvedere qualche pezzetto, durante il breve tempo che trascorremmo ancora assieme. Un giovane militare senza un braccio che accarezzava il volto di Rea, che poi le prendeva una mano, e piangeva in silenzio. Un militare con il sorriso uguale a quello del fratello. Rea mossa da pietà, il militare che accarezza il suo corpo nudo.
Dopo la guerra ho visto un film che raccontava la storia di un tizio che ad un certo punto perde un braccio. Lei - l'attrice - diceva che un braccio monco è come una zampina di tartaruga. Non tanto impressionante. Che fare l’amore non è così difficile, ovviamente con un certo grado di affiatamento.
Comunque, questo era più o meno quello che pensava Argo, dalla mattina alla sera. Poi non mi fece leggere più nessuna lettera, e io ero, si può dire, il suo amico più intimo. Forse le stracciava senza leggerle, per paura di trovarci dentro la conferma di quello che, lì in mezzo al mare, poteva solamente immaginare.
L’ultima volta che andò sull’argomento disse che ai genitori di Rea quella situazione non doveva dispiacere nemmeno troppo, perché anche con un braccio solo un uomo al mercato è sempre utile, e poi lui lo capiva che loro fossero in cerca di un sostituto del figlio morto.

Una notte, a una giornata di navigazione dall’ultimo porto dove avevamo fatto scalo, i terroristi riuscirono a passare attraverso lo schermo dei nostri radar e satelliti, si lanciarono contro la nave con due motoscafi pieni di esplosivo. Tutti si precipitarono alle scialuppe. C’è chi dice di aver visto Argo urtato da un marinaio gigantesco, perdere l’equilibrio e cadere in mare, forse battendo la testa sulla fiancata, e andando subito a fondo perché non indossava il giubbotto salvagente. Ma secondo altri la colpa della caduta è dovuta ad una seconda esplosione, in sala macchine, che fece inclinare la nave. Per quanto mi riguarda, a me è sembrato di vederlo a poppa, impietrito in mezzo alla confusione. Però non c’era tempo da perdere, corsi con tutti gli altri, e riuscii a salvarmi.
Certo la sua condotta si era fatta parecchio strana negli ultimi tempi. Spesso ho avuto la sensazione che volesse morire. Ma se volesse finirla lì così, io non sono in grado di dirlo con certezza.
In quanto alla sua famiglia, non sono mai andato a trovarla. Hanno già un reduce tra i piedi, mi son detto, e tanto basta. Se poi ce l’hanno davvero.

Questo comunque accadde in un’altra guerra. Non in questa in cui ho perduto mio figlio.

Da "La calda notte degli avatar".