The bells
And the actresses relate
to the actor who comes home late
after the plays have gone down
and the crowds have scattered around
Though the city lights and the streets
no ticket could be beat
for the beautiful show of shows
ah, Broadway only knows
The great white Milky Way
it had something to say
when he fell down on his knees
after soaring through the air
With nothing to hold him there
it was really not so cute
to play without a parachute
as he stood upon the ledge
Looking out
he thought he saw a brook
And he hollered, Look, there are the bells
and he sang out, Here come the bells
Here come the bells
here come the bells
here come the bells
Here come the bells
In Zimbabwe
Landscape
Women
Child in Mutoko's hospital.
Water.
Trees
L'intervento è riuscito. Il liquido cerebrale, accumulatosi nel capo del bambino a causa di infezioni contratte durante la gestazione o subito dopo il parto, viene ora drenato con un catetere nella cavità addominale, dove viene riassorbito dal corpo. Lentamente la situazione ritorna alla normalità.
Grazie a Carlo Spagnolli, Michele Conti, Lia Beltrami, alla Provincia autonoma di Trento e a tutti gli amici dell'ospedale Luisa Guidotti di Mutoko.
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Lou Reed a Gardone - here come the bells
Si potrebbe parlare a lungo della location, l'anfiteatro del Vittoriale, la reggia di D'Annunzio, il Garda dietro, le nuvole una striscia che scorre sull'altra riva, mentre la luce si addensa, e poi, ad un certo punto, è andata, c'è solo il palco.
L'attacco dev'essere stato ostico ai più: un vecchio brano dei Velvet, quasi mai eseguito in concerto, che Lou sul disco (il IV, quello dello scioglimento), neanche cantava, lasciando l'onere a Doug Youle, Who loves the sun. Contrasto fra l'incedere scanzonato, i coretti, e il testo: "Chi ama il sole? Chi se ne importa se fa crescere le piante, chi se ne importa di quel che fa se tu mi hai spezzato il cuore. Chi ama il sole? Non tutti..."
Il concerto entra nel vivo con Senselessly cruel, altro titolo misconosciuto da Rock 'n' Roll heart, l'accordo con i promoter, due imprenditori italiani nel ramo dolciario, era che in questo tour proponesse canzoni e sonorità del periodo rock-jazz della seconda metà degli anni '70 (anche se Lou ha interpretato la clausola a modo suo, ovviamente). E qui la band inizia a girare. Lou direttore d'orchestra, suona meno la chitarra rispetto ad altre volte, in compenso lascia spazio ai musicisti, è da secoli che non suona con una band così numerosa, se si esclude il tour di Berlin, che faceva storia a sé, 8 elementi, è da secoli che non sento un sax a un concerto rock, lo strumento sembrava bandito, invece eccolo, a sciorinare il tema di All trough the night. Ma è con Ecstasy che il concerto decolla. Lou è caldo, concentrato, a 69 anni la voce ancora c'è, anche se, certo, è la sua voce, deve piacere, Lou non è Robert Plant o Freddie Mercury. Il violino tesse magie, il contrappunto è della chitarra "rumorista" di Lou, suonata spesso senza plettro, con i polpastrelli. "Ti chiamano Ecstasy, niente ti sta attaccato, né il velcro né lo scotch, neppure le mie braccia, nemmeno se le immergo nella colla."
Ma il vero regalo arriva più tardi, con un riff inconfondibile, di nuovo tratteggiato dal violino. Street Hassle, non era nella scaletta, uno dei brani più ambiziosi, costruito su un tema quasi classico (classico nell'accezione che questa parola può avere per descrivere ad esempio il minimalismo di un Satie), tre movimenti per tre storie esemplari, il tipico approccio amorale di Lou Reed, mutuato da autori come Hubert Selby J., racconto ciò che vedo, non ciò che penso, nessun giudizio. Primo tema: una donna rimorchia un prostituto per le strade di N.Y., e...sha -la-la-la-la, era lussurioso e bellissimo. E quando si preparò ad andare via, nessuno dei due si pentì di nulla. Secondo tema: dialogo fra due tossici, davanti al corpo di una che sembra essere morta di overdose. Decidendo cosa fare di quel corpo.
La musica cala. Lou comanda a bacchetta i musicisti, i pieni e i vuoti, gli assoli quando servono, ma adesso bisogna che le parole si sentano. "Sai, certe persone non hanno scelta, non riescono mai a trovare una voce con cui parlare. Così, accade che seguano la prima cosa che gli permette di continuare ad esistere. E questo si chiama: cattiva fortuna". E baaad luck è un lungo ringhio soffiato in faccia al pubblico - subito prima di attaccare il terzo movimento, il monologo di un innamorato (che potrebbe essere poi lo stesso gigolo' del primo movimento o il tossico del secondo) - con l'orgoglio di chi sa di avere corso dei rischi, per avere infranto dei tabù, per avere portato certe tematiche nella musica popolare, certe storie da strada, certi umori oscuri, come quelli che popolano il set semi-acustico dedicato ai primi Velvet Undeground, Venus in furs (il fantasma di Sacher-Masoch che aleggia sulle acque), Sunday morning, divenuta popolare con 30 anni di ritardo grazie a una pubblicità, ma attenzione, non è un piacevole risveglio, "sunday morning, and i'm falling...", Femme fatale (e qui il fantasma che si materializa è quello indimenticabile di Nico).
Più avanti arriva anche l'elettricità proto-punk di Waves of fear, con un solo di chitarra che non fa rimpiangere Robert Quine, Sweet jane, potente, sempre splendida, con una intro simile a quella di Rock 'n' Roll Animal, il blues di I want to boogie whit you. E forse è questo che vuole, Lou Reed, oggi, essere come uno dei grandi vecchi del blues, che hanno continuato a suonare e a portare sul palco dei giovani talenti fin che avevano fiato in corpo, anche quando erano costretti a suonare seduti (ma non lui, non ancora).
Nel bis, prima un altro brano del repertorio più pop e scanzonato, Charley's girl. Poi, il capolavoro della serata: The bells, dall'album omonimo, uno dei meno popolari, quasi invenduto negli Usa. Pensato per la tromba free-jazz di Don Cherry, sul palco del Vittoriale il pezzo ha un incedere maestoso e possente, mettendo a nudo, come in un'operazione chirurgica, tutte le sue potenzialità melodrammatiche. E' il violino, una volta di più, ad essere protagonista. Il violino e la voce di Lou, disperata, rauca, rabbiosa. Ed è come qualcosa che monta nota su nota, qualcosa che cresce, come un'onda, ed infatti nel brano che conteneva originariamente questo ritornello, Ocean, sono le onde, le onde che arrivano da laggiù, dove si sono formate, "e non fare il bagno stanotte, amore mio, il mare è impazzito, amore mio...", ma in The Bells le onde sono diventate le campane, ed è un attore a sentirle, "l'attore che torna a casa tardi, dopo che lo spettacolo è finito", ed è caduto in ginocchio in piena Broadway, dopo essersi librato nell'aria, e mentre stava lì, sull'orlo del precipizio, le lacrime che spingono dietro agli occhi, all'improvviso ha gridato: "Look! There are the bells! Here come the bells! Here come the bells!" E vorresti non finisse più, e più, e non c'è altro da dire se non il commiato finale, di nuovo una ballata triste del repertorio velvettiano, Tony - Thunder - Smith che batte il tempo col tamburello, "Sometimes i feel so happy, sometimes i feel so sad, sometimes i feel so happy, but mostly, you just make me mad... Linger on, you pale blue eyes, linger on, your pale blue eyes", perché forse è tutto così, e così, le cose o ti spremono il cuore o non sono.
"I love you", così raro, come saluto, in chiusura dei suoi concerti. Torna la percezione dell'arena, del posto dove siamo, tornano le luci e il chiacchiericcio del pubblico, torna la circolarità del tempo, tornano queste prospettive singolari, audaci e dall'oscuro significato.
L'attacco dev'essere stato ostico ai più: un vecchio brano dei Velvet, quasi mai eseguito in concerto, che Lou sul disco (il IV, quello dello scioglimento), neanche cantava, lasciando l'onere a Doug Youle, Who loves the sun. Contrasto fra l'incedere scanzonato, i coretti, e il testo: "Chi ama il sole? Chi se ne importa se fa crescere le piante, chi se ne importa di quel che fa se tu mi hai spezzato il cuore. Chi ama il sole? Non tutti..."
Il concerto entra nel vivo con Senselessly cruel, altro titolo misconosciuto da Rock 'n' Roll heart, l'accordo con i promoter, due imprenditori italiani nel ramo dolciario, era che in questo tour proponesse canzoni e sonorità del periodo rock-jazz della seconda metà degli anni '70 (anche se Lou ha interpretato la clausola a modo suo, ovviamente). E qui la band inizia a girare. Lou direttore d'orchestra, suona meno la chitarra rispetto ad altre volte, in compenso lascia spazio ai musicisti, è da secoli che non suona con una band così numerosa, se si esclude il tour di Berlin, che faceva storia a sé, 8 elementi, è da secoli che non sento un sax a un concerto rock, lo strumento sembrava bandito, invece eccolo, a sciorinare il tema di All trough the night. Ma è con Ecstasy che il concerto decolla. Lou è caldo, concentrato, a 69 anni la voce ancora c'è, anche se, certo, è la sua voce, deve piacere, Lou non è Robert Plant o Freddie Mercury. Il violino tesse magie, il contrappunto è della chitarra "rumorista" di Lou, suonata spesso senza plettro, con i polpastrelli. "Ti chiamano Ecstasy, niente ti sta attaccato, né il velcro né lo scotch, neppure le mie braccia, nemmeno se le immergo nella colla."
Ma il vero regalo arriva più tardi, con un riff inconfondibile, di nuovo tratteggiato dal violino. Street Hassle, non era nella scaletta, uno dei brani più ambiziosi, costruito su un tema quasi classico (classico nell'accezione che questa parola può avere per descrivere ad esempio il minimalismo di un Satie), tre movimenti per tre storie esemplari, il tipico approccio amorale di Lou Reed, mutuato da autori come Hubert Selby J., racconto ciò che vedo, non ciò che penso, nessun giudizio. Primo tema: una donna rimorchia un prostituto per le strade di N.Y., e...sha -la-la-la-la, era lussurioso e bellissimo. E quando si preparò ad andare via, nessuno dei due si pentì di nulla. Secondo tema: dialogo fra due tossici, davanti al corpo di una che sembra essere morta di overdose. Decidendo cosa fare di quel corpo.
La musica cala. Lou comanda a bacchetta i musicisti, i pieni e i vuoti, gli assoli quando servono, ma adesso bisogna che le parole si sentano. "Sai, certe persone non hanno scelta, non riescono mai a trovare una voce con cui parlare. Così, accade che seguano la prima cosa che gli permette di continuare ad esistere. E questo si chiama: cattiva fortuna". E baaad luck è un lungo ringhio soffiato in faccia al pubblico - subito prima di attaccare il terzo movimento, il monologo di un innamorato (che potrebbe essere poi lo stesso gigolo' del primo movimento o il tossico del secondo) - con l'orgoglio di chi sa di avere corso dei rischi, per avere infranto dei tabù, per avere portato certe tematiche nella musica popolare, certe storie da strada, certi umori oscuri, come quelli che popolano il set semi-acustico dedicato ai primi Velvet Undeground, Venus in furs (il fantasma di Sacher-Masoch che aleggia sulle acque), Sunday morning, divenuta popolare con 30 anni di ritardo grazie a una pubblicità, ma attenzione, non è un piacevole risveglio, "sunday morning, and i'm falling...", Femme fatale (e qui il fantasma che si materializa è quello indimenticabile di Nico).
Più avanti arriva anche l'elettricità proto-punk di Waves of fear, con un solo di chitarra che non fa rimpiangere Robert Quine, Sweet jane, potente, sempre splendida, con una intro simile a quella di Rock 'n' Roll Animal, il blues di I want to boogie whit you. E forse è questo che vuole, Lou Reed, oggi, essere come uno dei grandi vecchi del blues, che hanno continuato a suonare e a portare sul palco dei giovani talenti fin che avevano fiato in corpo, anche quando erano costretti a suonare seduti (ma non lui, non ancora).
Nel bis, prima un altro brano del repertorio più pop e scanzonato, Charley's girl. Poi, il capolavoro della serata: The bells, dall'album omonimo, uno dei meno popolari, quasi invenduto negli Usa. Pensato per la tromba free-jazz di Don Cherry, sul palco del Vittoriale il pezzo ha un incedere maestoso e possente, mettendo a nudo, come in un'operazione chirurgica, tutte le sue potenzialità melodrammatiche. E' il violino, una volta di più, ad essere protagonista. Il violino e la voce di Lou, disperata, rauca, rabbiosa. Ed è come qualcosa che monta nota su nota, qualcosa che cresce, come un'onda, ed infatti nel brano che conteneva originariamente questo ritornello, Ocean, sono le onde, le onde che arrivano da laggiù, dove si sono formate, "e non fare il bagno stanotte, amore mio, il mare è impazzito, amore mio...", ma in The Bells le onde sono diventate le campane, ed è un attore a sentirle, "l'attore che torna a casa tardi, dopo che lo spettacolo è finito", ed è caduto in ginocchio in piena Broadway, dopo essersi librato nell'aria, e mentre stava lì, sull'orlo del precipizio, le lacrime che spingono dietro agli occhi, all'improvviso ha gridato: "Look! There are the bells! Here come the bells! Here come the bells!" E vorresti non finisse più, e più, e non c'è altro da dire se non il commiato finale, di nuovo una ballata triste del repertorio velvettiano, Tony - Thunder - Smith che batte il tempo col tamburello, "Sometimes i feel so happy, sometimes i feel so sad, sometimes i feel so happy, but mostly, you just make me mad... Linger on, you pale blue eyes, linger on, your pale blue eyes", perché forse è tutto così, e così, le cose o ti spremono il cuore o non sono.
"I love you", così raro, come saluto, in chiusura dei suoi concerti. Torna la percezione dell'arena, del posto dove siamo, tornano le luci e il chiacchiericcio del pubblico, torna la circolarità del tempo, tornano queste prospettive singolari, audaci e dall'oscuro significato.
Genova per chi
Non sono andato a Genova 10 anni fa, ma per poco. Ero appena stato in Congo con Beati i costruttori di pace, stavo riscoprendo il gusto della "partecipazione", condividevo molte delle idee no-global e penso che a 10 anni di distanza si siano rivelate in gran parte giuste, esatte. Quello che molti chiedevano allora ai potenti, un'economia diversa, la Tobin Tax ecc. forse avrebbe salvato il mondo dalla crisi attuale.
Oggi anche Obama mette in piedi think thank sull'economia etica. Oggi quei discorsi li fanno i Nobel al Festival dell'Economia di Trento. Ci avessero pensato allora, anziché prendere a mazzate i manifestanti.
Ma non sono andato a Genova. Dovevo scendere il secondo giorno. Dopo la morte di Carlo Giuliani mi son detto: "Troppa violenza". E devo anche dire che non provavo una viscerale simpatia per i maestri di allora, da Gino Strada (che presentai in una serata pubblica a Trento, affollatissima come per una star della tv) ad Agnoletto. Secondo me, dopo quella prima disastrosa giornata, i leader del movimento avrebbero dovuto fare qualcosa. Era chiaro che tutta la faccenda era un funesto trappolone. A volte una ritirata strategica consente di riorganizzare le forze ed evita perdite inutili.
Ovviamente, questo non discolpa i macellai della Bolzaneto.
In questi dieci anni si è visto di tutto. La globalizzazione è stata indicata come la panacea di tutti i mali, gli economisti invitavano a guardare all'Irlanda come a un modello, poi è arrivato il 2009. Presto (questa espressione in una prospettiva storica può voler dire fra 30 o 50 anni) grazie alla globalizzazione l'Europa diverrà periferia dell'Asia, ma la cosa non mi turba particolarmente, non mi spaventa l'idea che saremo più poveri. Certo, quando vedi gli aeroporti africani pieni di cinesi ti rendi conto che qualcosa nel mondo è cambiato.
Le guerre non hanno risolto nulla. Però penso sempre che lo slogan ginostradiano "contro la guerra senza se e senza ma" sia di una banalità estrema. Io sono a favore dei se e dei ma. L'Iraq è stata una vergognosa porcheria; pazzesco pensare oggi che a qualcuno, in Italia, Tony Blair sia potuto apparire come un modello.
Ma il principio del diritto di ingerenza nelle faccende interne degli stati per tutelare i diritti umani è sacrosanto e mi pare sia stato scritto col sangue già a Sarajevo e a Srebrenica. Disgraziatamente è difficile farlo valere, sia con la forza del diritto (le leggi non sono nulla se non puoi farle applicare coercitivamente), sia con la forza delle armi (lo stiamo vedendo in Libia) sia con le sanzioni (a voltre funzionano, vedasi l'ultima fase del regime di apartheid in Sud Africa, ma chi applicherebbe sanzioni alla Cina per la sua politica in Tibet?).
Il movimento dei movimenti è rifluito. Oggi la protesta è più corpuscolare e la valle di Susa non è Seattle (e neanche Porto Alegre). Penso che rispetto ai movimenti precedenti (68 e 77, essenzialmente) i no-global siano mancati sul piano estetico. Può sembrare cosa da poco, non lo è. I movimenti degli anni 60 e 70 hanno avuto la loro musica, il loro look, i loro feticci. La loro way of life, insomma. I no-global molto meno. Certo, la rete, la grande novità (ai tempi della Pantera era stato il fax). Però la rete è tecnologia, quindi è neutra.
E a parte l'informatica, poco altro di realmente originale. Manu Chao, il cibo a chilometri zero, certe lotte simboliche che mi lasciano perplesso (come quella contro gli inceneritori, che sono meno dannosi delle discariche), la pubblicistica militante che si ritrova negli scaffali delle librerie più fornite (invoglia pochissimo)...
In compenso, una certa sensibilità si è diffusa ad ogni livello, anche nelle istituzioni. Ciò che si è perso nella spinta movimentista lo si è forse guadagnato sul versante delle politiche pubbliche. Dalla valorizzazione delle culture locali (anche se spesso scivola nel folclore)alle politiche ambientali (riciclaggio, risparmio energetico ecc.).
E se persino uno dei massimi romanzieri americani, Jonathan Franzen, cita il Club di Roma (che è roba degli anni '70 ma anticipa ciò che nei 2000 è divenuto patrimonio collettivo) vuol dire che certe idee sono ormai sedimentate.
Basta questo ad arrestare "l'orrore economico", per citare uno dei testi-base del movimento? Sembrerebbe di no, in effetti. La risposta alla attuale crisi finanziaria è stata ovunque unanime: più sviluppo. Nessuno ha pensato di sfruttare questa circostanza per ragionare di sviluppo diverso. La salvezza viene affidata alle tecnologie (green, ecosostenibili ecc.). Il che dà l'esatta misura di quanto poco conti oggi il pensiero umanistico.
Ieri mia moglie ha detto che i film della Coppola sono belli e moderni perchè fotografano esattamente l'epoca che stiamo vivendo, un'epoca "vuota", senza grandi passioni. Mi è venuto in mente ancora Baumann. Mi è anche venuto in mente, però, che il concetto di vuoto in certe culture, ha un'accezione positiva, non negativa.
Oggi anche Obama mette in piedi think thank sull'economia etica. Oggi quei discorsi li fanno i Nobel al Festival dell'Economia di Trento. Ci avessero pensato allora, anziché prendere a mazzate i manifestanti.
Ma non sono andato a Genova. Dovevo scendere il secondo giorno. Dopo la morte di Carlo Giuliani mi son detto: "Troppa violenza". E devo anche dire che non provavo una viscerale simpatia per i maestri di allora, da Gino Strada (che presentai in una serata pubblica a Trento, affollatissima come per una star della tv) ad Agnoletto. Secondo me, dopo quella prima disastrosa giornata, i leader del movimento avrebbero dovuto fare qualcosa. Era chiaro che tutta la faccenda era un funesto trappolone. A volte una ritirata strategica consente di riorganizzare le forze ed evita perdite inutili.
Ovviamente, questo non discolpa i macellai della Bolzaneto.
In questi dieci anni si è visto di tutto. La globalizzazione è stata indicata come la panacea di tutti i mali, gli economisti invitavano a guardare all'Irlanda come a un modello, poi è arrivato il 2009. Presto (questa espressione in una prospettiva storica può voler dire fra 30 o 50 anni) grazie alla globalizzazione l'Europa diverrà periferia dell'Asia, ma la cosa non mi turba particolarmente, non mi spaventa l'idea che saremo più poveri. Certo, quando vedi gli aeroporti africani pieni di cinesi ti rendi conto che qualcosa nel mondo è cambiato.
Le guerre non hanno risolto nulla. Però penso sempre che lo slogan ginostradiano "contro la guerra senza se e senza ma" sia di una banalità estrema. Io sono a favore dei se e dei ma. L'Iraq è stata una vergognosa porcheria; pazzesco pensare oggi che a qualcuno, in Italia, Tony Blair sia potuto apparire come un modello.
Ma il principio del diritto di ingerenza nelle faccende interne degli stati per tutelare i diritti umani è sacrosanto e mi pare sia stato scritto col sangue già a Sarajevo e a Srebrenica. Disgraziatamente è difficile farlo valere, sia con la forza del diritto (le leggi non sono nulla se non puoi farle applicare coercitivamente), sia con la forza delle armi (lo stiamo vedendo in Libia) sia con le sanzioni (a voltre funzionano, vedasi l'ultima fase del regime di apartheid in Sud Africa, ma chi applicherebbe sanzioni alla Cina per la sua politica in Tibet?).
Il movimento dei movimenti è rifluito. Oggi la protesta è più corpuscolare e la valle di Susa non è Seattle (e neanche Porto Alegre). Penso che rispetto ai movimenti precedenti (68 e 77, essenzialmente) i no-global siano mancati sul piano estetico. Può sembrare cosa da poco, non lo è. I movimenti degli anni 60 e 70 hanno avuto la loro musica, il loro look, i loro feticci. La loro way of life, insomma. I no-global molto meno. Certo, la rete, la grande novità (ai tempi della Pantera era stato il fax). Però la rete è tecnologia, quindi è neutra.
E a parte l'informatica, poco altro di realmente originale. Manu Chao, il cibo a chilometri zero, certe lotte simboliche che mi lasciano perplesso (come quella contro gli inceneritori, che sono meno dannosi delle discariche), la pubblicistica militante che si ritrova negli scaffali delle librerie più fornite (invoglia pochissimo)...
In compenso, una certa sensibilità si è diffusa ad ogni livello, anche nelle istituzioni. Ciò che si è perso nella spinta movimentista lo si è forse guadagnato sul versante delle politiche pubbliche. Dalla valorizzazione delle culture locali (anche se spesso scivola nel folclore)alle politiche ambientali (riciclaggio, risparmio energetico ecc.).
E se persino uno dei massimi romanzieri americani, Jonathan Franzen, cita il Club di Roma (che è roba degli anni '70 ma anticipa ciò che nei 2000 è divenuto patrimonio collettivo) vuol dire che certe idee sono ormai sedimentate.
Basta questo ad arrestare "l'orrore economico", per citare uno dei testi-base del movimento? Sembrerebbe di no, in effetti. La risposta alla attuale crisi finanziaria è stata ovunque unanime: più sviluppo. Nessuno ha pensato di sfruttare questa circostanza per ragionare di sviluppo diverso. La salvezza viene affidata alle tecnologie (green, ecosostenibili ecc.). Il che dà l'esatta misura di quanto poco conti oggi il pensiero umanistico.
Ieri mia moglie ha detto che i film della Coppola sono belli e moderni perchè fotografano esattamente l'epoca che stiamo vivendo, un'epoca "vuota", senza grandi passioni. Mi è venuto in mente ancora Baumann. Mi è anche venuto in mente, però, che il concetto di vuoto in certe culture, ha un'accezione positiva, non negativa.
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Lover, you should've come over
Nel prato arrivarono delle ragazze, con il suo poster. Cercavano di conquistare la prima fila, evidentemente per stare, per un paio d'ore, ad un passo da lui. Realizzammo all'improvviso che era un bel tipo, non solo uno straordinario cantante venuto dal nulla. Il nuovo Jim Morrison, o qualcosa del genere. Connesso con le stazioni che solo qualcuno può captare.
Cielo enorme sopra la pianura.
C'era anche un uomo con suo figlio, sembrava più entusiasta di lui di essere lì, scalpitava nell'attesa. Mi chiedevo se sarebbe stato così anche per me.
"Grace" era passato nel firmamento della musica come una cometa splendente, il più bel disco degli anni '90.
Se gli angeli fossero esistiti, avrebbero avuto la sua voce.
Cucire, suturare
C'è chi si adopera per questo. Sanare, suturare, cucire. Lenire il dolore degli altri e a volte anche il proprio, naturalmente.
I più ammirevoli sono quelli che lo fanno senza clamore. Anche se non ho mai pensato che l'esposizione del dolore e delle sue conseguenze (comprese quelle positive, la cura, in ogni sua forma) siano cose di per sé riprovevoli.
Pavese diceva che al dolore non si sfugge, che una volta sperimentato tornerà e tornerà, che non puoi "farci il callo". Si riferiva al dolore esistenziale.
In quanto all'esperienza della sofferenza fisica, del male in natura, della malattia, i dottori di solito l'affrontano come i giornalisti affrontano le notizie peggiori. Con una sorta di distacco, di fatalismo. Necessario all'esercizio della professione. Allora forse a questo tipo di dolore ci si abitua, ci si abitua per forza.
(Parliamo, certo, del dolore altrui, che puoi condividere fino a un certo punto).
Abbiamo visto tante serie tv sugli ospedali, sappiamo che lì dentro si può anche ridere.
La volontà di dio. Il ciclo della morte e della rinascita. Il conforto che viene da un paesaggio, un colpo di vento, l'agitarsi di una tenda, il passaggio di una nuvola nel rettangolo della finestra. Il conforto del cibo e degli antidolorifici.
In Africa la gente vive gomito a gomito con la sofferenza e la morte, tutti i giorni, eppure la vita sembra scorrere più lieve, più che qui, con meno clamore. Forse è solo apparenza, so per esperienza che spesso la gente malata si nasconde, non ama farsi vedere ridotta in quel modo. Gli stessi parenti a volte non resistono, fuggono.
Alcuni nel prendersi cura degli altri si sentono importanti.
Alcuni riescono a conservare quel sorriso, e tutto intorno si illumina, si rasserena, anche in un ospedale in mezzo alla savana, con le galline e le mucche, fuori, con la luce che va e viene.
E poi, le mamme felici, dopo che ai bambini è stata tolta l'acqua dal capo. L'orgoglio dei dottori, quella sorta di spavalderia, persino. Come ci si deve sentire, a fare un lavoro davvero utile.
E poi ancora, arriva un altro tramonto.
Foto: In Zimbabwe (L'uovo fritto)
Love reign o'er me
Ci sono tante specie d'amore. L'amore coniugale, l'amore carnale, l'amore filiale, l'amore occasionale, l'amore per il proprio lavoro, l'amore per l'umanità, l'amore che proviamo occasionalmente per un volto sconosciuto all'angolo della strada, l'amore per se stessi e l'amore per il prossimo, l'amore per il proprio paese e l'amore per della gente che vive all'altro capo del pianeta e non conosceremo mai veramente, l'amore per dio, per chi ci crede, e l'amore per uno scrittore che in una delle sue pagine ci ha toccato il cuore, l'amore per gli animali e l'amore per le pietre, l'amore per il proprio passato e l'amore con cui ci rivolgiamo fiduciosamente al futuro, l'amore per chi è malato o sofferente, il più difficile, a volte, l'amore per chi è fortunato e bello e ci acceca, l'amore con il quale perdoniamo noi stessi e quello grazie al quale perdoniamo gli altri, l'amore per l'armonia e il complicato amore che a volte nutriamo per la disarmonia. Nessuna è migliore di altre ma tutte sono importanti.
Love reign o'er me. Come vorrei essere perfetto, almeno in questo.
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Guns of Brixton by Arcade Fire
Non tutte le cover sono inutili e lo spirito del punk può rivivere anche 30 anni dopo, sulle corde dei violini.
Ma quella volta, nel loggione della Brixton academy, l'amico al mio fianco e lo sconosciuto dall'altra parte già partiti, io deliziosamente presente a me stesso, sobrio, ottimista, i muscoli allenati, i polmoni sgombri, desideravo solo essere lì dentro, mentre le luci si abbassavano e il palco ronzava, in attesa, desideravo essere lì e non altrove. O forse ci sembra così dopo, forse anche quella volta aspettavo una mail, forse anche quella volta volevo tornare.
E poi, fuori, un pub di quartiere, un pub per famiglie, per gente scompagnata, lavoratori e loosers, dove bere e stare bene ed essere coraggiosi, e basta, godendosi l'amicizia e l'aspettativa, la sensazione che qualcosa debba cambiare, ma non subito, perché è bello vivere in questo modo i momenti che precedono i cambiamenti, come guardandoli da una terrazza, da un balcone, un bicchiere in mano, e soprattutto non pensare, non pensare troppo.
(...) to keep it in your mind and not fergit
that it is not he or she or them or it
that you belong to.
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Nuvole
Vanno
vengono
ogni tanto si fermano
e quando si fermano
sono nere come il corvo
sembra che ti guardano con malocchio
Certe volte sono bianche
e corrono
e prendono la forma dell’airone
o della pecora
o di qualche altra bestia
ma questo lo vedono meglio i bambini
che giocano a corrergli dietro per tanti metri
Certe volte ti avvisano con rumore
prima di arrivare
e la terra si trema
e gli animali si stanno zitti
certe volte ti avvisano con rumore
Vanno
vengono
ritornano
e magari si fermano tanti giorni
che non vedi più il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere più
il posto dove stai
Vanno
vengono
per una vera
mille sono finte
e si mettono li tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia.
F. De André
(foto dell'Uovo fritto)
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Jann Halexander, lo sconosciuto
La folie d'Erik Satie (Jann Halexander) di ama124
Non so nulla di questo Jann Halexander, ho scoperto il pezzo cercando Erik Satie. Pare non se ne sappia molto. Di origini africane (Libreville, Gabon), ha iniziato la sua carriera di cantante autoproducendosi e vendendo i cd in internet. Pare che a lungo si sia dubitato della sua reale esistenza, e questo pone un dilemma filosofico: è importante l'opera in sé o, accanto ad essa, è importante l'autore, e con lui l'ambiente, il periodo ecc. Io ho sempre pensato l'opera. Che l'autore scompaia dietro ad essa, se necessario (ma il periodo? Quello conta. Conta sapere se quella cosa è stata scritta da Joyce, da un predecessore di Joyce o da un suo imitatore 50 anni dopo. Cambia tutto).
La marcia della (pop) culture contemporanea è andata nella direzione di glorificare il personaggio. Per certi versi parrebbe sia necessario essere prima qualcuno, poi eventualmente saper fare qualcosa. Certo, una cosa non esclude l'altra, l'incontro fra il saper essere (qualcuno) e il saper fare (qualcosa) produce i miti, le superstar (altro termine inventato da Warhol, che oggi suona così fuorimoda...).
La canzone è splendida. Ti toglie un po' di pelle di dosso.
Ci sarebbero molte cose di cui scrivere, oggi. Del Dalai Lama che decide di ritirarsi a meditare, esempio più unico che raro di politico che volontariamente cede il posto, sceglie di dedicarsi tout court alla vita spirituale. Della trascuratezza delle recensioni dei quotidiani, anche dei grandi quotidiani come "La Repubblica" (cose di cui mi accorgo solo io, che tristezza leggere, di un nuovo horror low cost, che a differenza di altri film del genere come Blair witch project questo punta sugli ingredienti del passato, paura sì, ma senza spargimenti di sangue, e tu a differenza del recensore Blair witch project lo hai visto due volte e sai benissimo che non si sparge una goccia di sangue, in quel film, ma tant'è, serve sapere di cosa si parla per parlarne?). Dell'orrore autoritario, che si annida anche nelle istituzioni apparentemente più innocenti, come la scuola, dell'inconsistenza dei professori, dei présidi, del pensiero che all'improvviso sfreccia da un lobo temporale all'altro: la nostra non è una società così mobile, dopotutto. Te lo fanno credere, perché a una scrivania ci puoi arrivare anche se sei figlio di operai, ma non sposerai una donna ricca, non diventerai ricco, a meno che tu non sia tremendamente ambizioso, a meno che tu non voglia essere davvero come loro.
Dei limiti naturali. Ed è forse la prima volta che ci penso così acutamente. Le persone possono avere dei limiti. Congeniti, non imposti dalla Macchina. Le persone possono avere dei difetti di fabbricazione. Non lo diceva Céline, degli scrittori? Non diceva che nascono con questa tara, di essere incapaci di godersi la vita così com'è, senza le manipolazioni a cui la sottopone il linguaggio?
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Lou Reed a Gardone
Torna in Europa Lou Reed, per un tour che, a luglio, toccherà numerose città italiane.
A quasi 70 anni - è nato nel 1942 a Long Island, da una famiglia della piccola borghesia ebraica - il cantante non smette di stupire. E' di questi giorni la notizia di un nuovo progetto discografico nientemeno che con i Metallica, che è anche la colonna sonora del nuovo spettacolo di Bob Wilson, "Lulu", ispirato al romanzo "Il vaso di Pandora" di Frank Wedekind, che ci riconduce immediatamente all'Europa dei primi del '900, ad una celebre e sinistra incarnazione dell'archetipo della femme fatale. Nel frattempo, si appresta a suonare nuovamente dal vivo con una band di ben 8 elementi, che lo porterà, il 22 luglio, all'anfiteatro del Vittoriale, a Gardone riviera, in quella che fu la casa di D'Annunzio (dove già aveva suonato nel 2003). Un'occasione unica per vedere in azione quello che viene considerato unanimemente uno dei musicisti più influenti della storia del rock, cosa ampiamente dimostrata dalle collaborazioni a cui di frequente si presta, negli ultimi anni, con gruppi anagraficamente molto più giovani, dai Killers ai Gorillaz (senza dimenticare Antony, che ha contribuito non poco a lanciare). Non solo: in questo "The sweet tooth tour" Lou Reed, accogliendo la richiesta degli organizzatori, dovrebbe recuperare sonorità e atmosfere del periodo rock-jazz di fine anni '70, con brani che non esegue da anni dal vivo come The bells, Leave me alone (che ha suonato recentemente con Yoko Ono), Charley's Girl.
Lou Reed non smette di stupire, dicevamo. E mentre quest'anno fra i titoli dei temi per la maturità è comparso persino Andy Warhol, con la sua celebre, profetica frase "tutti in futuro portanno essere famosi per 15 minuti" (e il futuro è arrivato, è il Grande Fratello, è youtube) non si può non andare con la mente alla Factory di Warhol, appunto, la fucina della pop art dove i Velvet Undeground presero corpo, alla metà degli anni '60. A guidarli, il duo Lou Reed-John Cale: da un lato un rocker fuoriuscito dalla Syracuse university e dai corsi tenuti dallo scrittor e e poeta Delmore Schwarz, già sottoposto dalla famiglia ad una cura a base di elettroshock per curare le sue "stranezze" (all'epoca si usava così), affascinato da tutto ciò che, agli occhi della società dell'epoca, appariva come la quintessenza del male, droghe e deviazioni sessuali comprese; dall'altro un musicista gallese di estrazione classico/contemporanea, trapiantato negli Usa assieme alla sua viola elettrica per suonare con l'orchestra di La Monte Young. Andy Warhol comprese subito il potenziale artistico del gruppo al quale aveva prestato una parte del suo loft come sala-prove, molto al di sopra di quello di una qualunque rock band; attorno a canzoni come Heroin, Venus in furs (ispirata ovviamente al romanzo di Sacher-Masoch), All tomorrow's parties (cantata da Nico, l'algida cantante tedesca che già aveva recitato ne "La dolce vita" di Fellini), imbastì qualcosa di mai visto fino a quel momento su un palco, l' "Exploding plastic inevitable show", primo esempio di spettacolo totale dove la musica si mescolava ai giochi di luce, alle proiezioni, alle performance ideate dagli altri personaggi del "circo" della Factory, condite di fruste e cuoio. Troppo avanti, per l'epoca, troppo trasgressivo, troppo anomalo musicalmente, troppo lontano dall'ottimismo hippy che spirava dalla West Coast, dal "pace, amore, musica" di Woodstock. Dopo quattro album, i Velvet, senza clamore - e da tempo orfani sia di Cale che di Nico - si sciolsero. Anche la carriera di Lou Reed sembrava finita; ma ripartì invece alla grande, anzi, esplose, grazie all'inaspettata sponsorizzazione di David Bowie, che produsse, a Londra, in pieno periodo glam-rock, il secondo album solista del newyorkese, quel Transformer che contiene alcuni dei suoi hit più celebri, fra cui Walk on the wild side, omaggio notturno, di fascino struggente, ai personaggi della Factory, in particolare ai suoi travestiti. Da allora è stata una carriera di alti e bassi, ma con pochi, pochissimi momenti davvero inutili, e tante sorprese, dal concept Berlin, una storia di amore e morte nella città del Muro che non sfigurerebbe accanto ad opere letterarie di autori molto amati da Lou come Hubert Selby jr. o Edgar Allan Poe, allo sperimentalismo di Metal machine music, quattro facciate di feedback chitarristici che vennero ritirate dal mercato dalla Rca dopo poche settimane, talmente lontane erano da tutto ciò che si può etichettare come "commerciale" (gli acquirenti riportavano il disco nei negozi dicendo che era difettato). Passando naturalmente per l'elettricità proto-punk di Rock 'n' Roll animal e l'elegia di Songs for Drella, commosso ma non retorico omaggio post-mortem a, di nuovo, Andy Warhol.
A quasi 70 anni Lou Reed, sposato da tempo con un'altra grande artista, Laurie Anderson, è tutt'altro che defunto, nonostante le sue lunghe frequentazioni del "lato selvaggio" dell'esistenza. Vestito come sempre di nero, il volto devastato dalle rughe, la chitarra in braccio, continua a fare - come peraltro ha sempre fatto nel corso della sua carriera - ciò che più gli piace. Lontano dai trend e dalle classifiche ma ancora al centro della scena artistica, ancora vitale, ancora pronto a stupire, ora con la musica, ora con le sue altre passioni, come la fotografia e recentemente, il cinema (il documentario Red Shirley, nel quale racconta l'incredibile vita della cugina Shirley Novick, nata in Polonia, emigrata a New York negli anni ’30, scomparsa alle veneranda età di 102 anni).
Questa la formazione ufficiale del tour (ideato e organizzato, per la parte italiana, da due appassionati fan di Cremona, titolari di un'azienda dolciaria):
Lou Reed – Voce, chitarra
Sarth Calhoun – processing, fingerboard continuum
Kevin Hearn - Tastiere
Ulrich Kreiger – Sassofono
Tony Smith - Batteria
Rob Wasserman – Basso
a cui si sono aggiunti all'ultimo momento Toni Diodore alla chitarra e il chitarrista/violinista di origini armene Aram Bajakian.
Romeo had Jiuliette
"Between Thought and Expression Lies a Lifetime"
But not for us.
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