Mozambico: una banca per la solidarietà
Uno degli ultimi doc, relativo a un progetto realizzato dai trentini in Mozambico, nel distretto di Caia. A Caia e dintorni c'è ormai una sorta di mini-colonia trentina. Qualcuno/a si è sposato lì, qualcun altro/a ha aperto una piccola attività... E poi ci sono i cooperanti. Certo, beata la terra che non ha bisogno di aiuti. Del resto, il mondo non è fatto di realtà chiuse, di pianeti, di monadi isolate; tutto comunica con tutto e ciò a maggior ragione nell'era della globalizzazione. Vale per l'Italia come per l'Africa, trascinata a forza nell'arena mondiale cinque secoli fa nel peggiore dei modi, con la tratta degli schiavi. Che oggi in Africa arrivino buone prassi come quella del microcredito male non può fare, mi sembra. Le casse rurali (le cooperative in genere) sono state uno dei più potenti motori dello sviluppo del Trentino, terra da cui fino ai primi anni '60 ancora si emigrava. Adesso, una piccola cassa rurale, quella di Aldeno e Cadine, prova ad esportare una struttura specializzata in credito rurale in Mozambico (in accordo con le autorità finanziarie locali). Lo fa in un contesto economico basato ancora in buona parte sul baratto; lo fa per piccole somme, dopo cinque anni di attività nel settore con gruppi di risparmiatori locali seguiti passo passo da un "consulente" (passo passo significa verificare che la somma prestata venga sempre utilizata per l'investimento programmato, potendo generare un ritorno monetario e quindi garantire la restituzione del prestito).
Con queste premesse, l'impressione è che l'iniziativa possa avere successo, senza peraltro risultare troppo "invasiva".
Cosa significa successo? Che un gruppo di pescatori possa comprare una nuova rete da pesca. Che un allevatore possa comprare una mucca per sostituire quella che gli è morta. Che una donna intraprendente sia messa nelle condizioni di avviare un'attività commerciale (un chioschetto). Cose così. Nulla a che vedere con la grande cooperazione allo sviluppo, con appetiti smodati.
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ELLIOTT MURPHY, 3 aprile, live in Zambana!
Non è mai diventato Springsteen, anche se Springsteen l'invita spesso sul palco per qualche jam session. Ma ha l'aria di essere felice così. A suonare in posti improbabili come Zambana, dove l'ho visto la prima volta, e dove si esibirà nuovamente il 3 aprile.
Ne ho scritto anche in "Music Box":
Elliot Murphy a Zambana, il paese semisepolto dalle frane, uno che ha conosciuto tutti i più grandi, ma è sempre rimasto una figura secondaria, suonò per quasi tre ore, prima i pezzi suoi, e poi quelli degli altri, da Presley a Dylan agli Stones, facendo ballare anche le cimici nascoste nei muri, una specie di juke box vivente con il cappello da cow boy, ironico sulla sua sorte bizzarra (“una zingara me l’aveva detto che dopo 30 anni di carriera finalmente sarei arrivato a suonare a Zambana!”), insomma fu grande, grandissimo, e ogni volta che torna qui dalle parti delle Dolomiti la gente va a sentirlo suonare e l’applaude.
Gayezze 2: under my umbrella
Per me questa versione è mille volte meglio di quella di Rihanna. E il video è spassoso assai...
E intanto all'orizzonte si profila la primavera.
Evviva
Evviva per coloro che non hanno mai inventato niente
per coloro che non hanno mai esplorato niente
per coloro che non hanno mai donato niente.
Aimé Césarie
Succhiare l'ombra, succhiare l'anima
Sono nel cortile interno di un palazzo, potrebbe essere sede di uffici, pubblici o privati. E' inverno. Entrambi tirano lunghe boccate alle loro sigarette. Dalle bocche escono fumo e fiato.
(...) a: poi a volte penso: ma non stavo meglio prima?
s: a chi lo dici.
a: mi godevo ogni minuto. andavo ad arrampicare, mi sembrava di essere...
s: sì sì.
a: mi sembrava di essere un dio, quando arrivavo su. poi tornavo a casa, tutto contento, dalla famiglia, dai bambini...
s: a me lo dici. Sono andato a correre tutti i giorni per un anno...adesso non riesco più a fare niente, non mi importa più.
a: eh, appunto.
s: perché hai bisogno, di quest'altra cosa, la vuoi, ti sei convinto che ne hai bisogno, non puoi stare senza...
a: la tua anima, ne ha bisogno. il tuo cuore.
s. sorride come se avesse aspettato questa affermazione fin dall'inizio. è il più giovane dei due, ma si atteggia a quello più maturo. non sappiamo se lo è davvero o meno. in generale, noi che guardiamo la scena da fuori non riponiamo una grande fiducia nel concetto di maturità.
s: e no, è il contrario. è che ti sei accorto che sei vuoto, che hai un vuoto, qui, prima non lo sapevi, andavi a arrampicare, tornavi a casa, stavi bene, avevi fatto la tua giornata. adesso senti che hai questo vuoto, e vuoi riempirlo, senti che non hai l'anima, vuoi l'anima di un'altra persona, vuoi la sua ombra, vuoi succhiargliela, per poi...ah, adesso ho tappato il buco, qui, ah, adesso non sono più vuoto...
Sono mesi che a. parla di queste cose, con tutti, sta collezionando pareri. ogni volta gli sembra di avere raccolto un pezzetto di verità, è raro imbattersi due volte nello stesso pensiero, pensa.
pensa anche che le parole di s. lo accompagneranno almeno fino a dopodomani. che in ogni modo, come dice s., riempiranno il suo vuoto.
a: nessuno me lo aveva mai detto, in questa maniera.
s: c'è una teoria, che dice che non tutti hanno un'anima. solo il 20 per cento circa delle persone.
a. sì? non è molto.
s: no, infatti. ecco che arrivano.
s. butta la sigaretta per terra, la schiaccia con il piede. Poi solleva la macchina fotografica, porta l'occhio al mirino.
(...) a: poi a volte penso: ma non stavo meglio prima?
s: a chi lo dici.
a: mi godevo ogni minuto. andavo ad arrampicare, mi sembrava di essere...
s: sì sì.
a: mi sembrava di essere un dio, quando arrivavo su. poi tornavo a casa, tutto contento, dalla famiglia, dai bambini...
s: a me lo dici. Sono andato a correre tutti i giorni per un anno...adesso non riesco più a fare niente, non mi importa più.
a: eh, appunto.
s: perché hai bisogno, di quest'altra cosa, la vuoi, ti sei convinto che ne hai bisogno, non puoi stare senza...
a: la tua anima, ne ha bisogno. il tuo cuore.
s. sorride come se avesse aspettato questa affermazione fin dall'inizio. è il più giovane dei due, ma si atteggia a quello più maturo. non sappiamo se lo è davvero o meno. in generale, noi che guardiamo la scena da fuori non riponiamo una grande fiducia nel concetto di maturità.
s: e no, è il contrario. è che ti sei accorto che sei vuoto, che hai un vuoto, qui, prima non lo sapevi, andavi a arrampicare, tornavi a casa, stavi bene, avevi fatto la tua giornata. adesso senti che hai questo vuoto, e vuoi riempirlo, senti che non hai l'anima, vuoi l'anima di un'altra persona, vuoi la sua ombra, vuoi succhiargliela, per poi...ah, adesso ho tappato il buco, qui, ah, adesso non sono più vuoto...
Sono mesi che a. parla di queste cose, con tutti, sta collezionando pareri. ogni volta gli sembra di avere raccolto un pezzetto di verità, è raro imbattersi due volte nello stesso pensiero, pensa.
pensa anche che le parole di s. lo accompagneranno almeno fino a dopodomani. che in ogni modo, come dice s., riempiranno il suo vuoto.
a: nessuno me lo aveva mai detto, in questa maniera.
s: c'è una teoria, che dice che non tutti hanno un'anima. solo il 20 per cento circa delle persone.
a. sì? non è molto.
s: no, infatti. ecco che arrivano.
s. butta la sigaretta per terra, la schiaccia con il piede. Poi solleva la macchina fotografica, porta l'occhio al mirino.
Il tempo lento
Hai guardato l'orologio 5 minuti fa e ti sembra che siano passate ore. E' un'esperienza che abbiamo vissuto tutti. A scuola, aspettando la campanella della fine dell'ora; sul lavoro, mentre scalpiti per uscire, per vedere chi devi vedere, per fare quello che devi fare; all'angolo della strada o davanti ad una stazione, in attesa della persona amata; lasciando girare un programma sul pc, secondi che sembrano ore; vegliando qualcuno che fra poco non ci sarà più. Aspettando.
A volte mi chiedo come facevano i nostri emigranti, quando partivano, quando solcavano i mari, sapendo che anni e oceani li avrebbero tenuti distanti dai proprio luoghi, dai propri cari. Avevano più palle di noi, sicuro. E chi rimaneva, chi aspettava le loro lettere, dal fondo spazzato dai venti di un altro continente, dalle città fumiganti, dal centro della terra in cui scendevano con i loro picconi?
Il tempo lento dei cargo, il tempo lento dei treni locali, il tempo lento di chi non ne può più, di chi deve uscire, di chi deve andare. O tornare.
Einsturzende Neubauten. Ai loro esordi, scassavano i palchi con il martello pneumatico, prendevano a martellate i residui di una civiltà industriale che stava morendo, soppiantana da quella elettronica. Ma hanno scritto anche canzoni dolcissime. Come questa.
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River man
Si sedeva al centro del palco e sussurrava le sue canzoni guardando per terra, mentre il pubblico beveva, parlava ad alta voce e faceva rumore ignorando la sua musica.
Essere nato in Birmania non gli era servito.
"Un cane dagli occhi neri bussa alla mia porta, un cane dagli occhi neri mi chiede di più, un cane dagli occhi neri che conosceva il mio nome... sto invecchiando e voglio tornare a casa, sto invecchiando e non ne voglio più sapere."
E' morto a 26 nella casa della madre, vicino Birmingham. Probabile suicidio.
Ha lasciato 3 album, intrisi di poesia.
L'ho ascoltanto stamattina andando al lavoro. Ore 5.45, luna velata da nubi, strade ancora vuote. Ma ero felice, la sua non è solo musica triste, è molto, molto di più.
The passenger
Era cresciuto in una casa-roulotte a Detroit. I compagni di scuola lo prendevano per il culo. Non era leccato come certi cantanti finti di adesso, non posava, non aveva studiato, era un'iguana naturale. Ed era vero.
Anchor
Pensare ad un punto abbastanza lontano della tua vita, essere certi che lì non era ancora iniziato niente. Ancorarsi a quel punto. Una stanza d'albergo, ad esempio. Potrebbe essere Lima. Per funzionare deve situarsi in prossimità. In prossimità dell'evento, non anni e anni prima. Così vicino che potresti immaginare, di lì in poi, una vicenda diversa, un diverso modo di procedere. Qualcosa che abbia ostacolato il corso della storia così come l'hai vissuta realmente, ad esempio, una deviazione: potresti non avere scritto certe cose, potresti non avere detto di sì al tuo capo, potresti non essere tornato, è successo a persone che hai conosciuto bene, è successo cosa? Non si sa, sono venute giù come cometa, nell'Atlantico. Sarebbe potuto succedere a te ed invece è successo a persone che conoscevi, tu sei tornato, hai scritto, sei andato in montagna, hai accettato inviti, hai formulato inviti. Ti sei comportato bene, tutto sommato. Davvero vorresti fosse andata diversamente? E davvero pensavi non ci fosse un prezzo da pagare?
Quel pomeriggio passavano davanti alla tua finestra col parapendio. Era una giornata di sole, oltre il vetro, succede di rado da quelle parti. Dietro il parallelepipedo, dietro la prima fila di grattacieli, l'intera metropoli, su su fino alle baraccopoli cadenti aggrappate ai pendii riarsi, solcate da sentieri di polvere.
Stavi certamente pensando a qualcosa ma non a quella cosa, eri ancora ignaro del dipanarsi degli eventi, eccoti lì. Fermo alla finestra, moderatamente felice. Ti stupisci che non succeda nulla, nulla di veramente doloroso, ma neanche nulla che ti riempia davvero di gioia e aspettativa e estasi. Adesso sei ancorato (questa parola ne richiama un'altra - anchor - , un sito costruito in linguaggio html, i templates erano ancora così primitivi, tra le tante cose che hai imparato, e disimparato, c'è anche l'html).
E' estate, ma presto cederà il passo all'autunno. E' estate, la stanza del Marriott è climatizzata. Hai addosso l'abbronzatura del mare, qualche settimana prima hai bevuto birra fuori da una tavola calda, gestita da tre ragazzi egiziani, fino a sentire l'alcol diffondersi e rilassarti, hai visto passare una persona dall'altra parte della strada ma hai fatto finta di non riconoscerla, è il ricordo più intenso delle ultime settimane. Sei al Marriott, un privilegio. Non hai ancora ripreso a fumare. Non hai ancora assunto l'aria distratta che ti rimproverano. Non sei ancora stato a Londra. Sei integro, ma già sei come Roquetin, sulla spiaggia; guardi il ciotolo che hai tra le mani, chiedendoti se sia duro o molle. Predestinazioni? Zero.
Tra le due luci
Dio fece i due grandi luminari, il luminare maggiore per governare il giorno e il luminare minore per governare la notte, e le stelle. Dio li ha posti nella distesa dei cieli per dar luce alla terra, e per governare il giorno e la notte e per separare la luce dalle tenebre, e Dio vide che era cosa buona. E fu sera e fu mattina: quarto giorno.
Tutti i turisti erano ripartiti, sui loro pulmann. Nel parcheggio rimaneva ormai solo la nostra auto, e il fuoristrada dei gestori del minimarket.
Mangiavamo fichi, uva, su un tavolo all'aperto, bevendo té al gelsomino.
L. leggeva dei passi della Bibbia. Sull'altra sponda del lago, brillavano le luci della Giordania.
C'erano due messaggi sul mio cellulare, che ancora non volevo leggere, li avrei letti più tardi, prima di dormire, forse. Rimandavo il piacere narcisista di essere pensato lontano.
Nei cessi dell'aeroporto di Beira

Era passato a prendermi all'albergo con solo tre quarti d'ora di ritardo. Lo avevo aspettato nell'atrio, seduto su una sedia, al buio, i bagagli posati lì accanto. C'erano delle persone distese a terra, sopra alle loro capulane, che dormivano. Cameriere, cuochi, insomma, lo staff. Avevo provato ad uscire, ad un certo punto, mentre il sole sorgeva all'orizzonte e iniziavo a distinguere le nuvole dallo sfondo del cielo, ma troppe cose strisciavano sui gradini dell'ingresso, ero tornato subito dentro.
"Una gomma bucata", si è giustificato sorridente, appena sceso dalla jeep.
Siamo partiti lasciando lo Zambesi sulla nostra destra, "anch'esso uno dei grandi fiumi della terra, nonostante tutto", per dirla con Conrad, che però qui in Mozambico non c'è mai venuto. Ci aspettavano cinque ore di buona strada asfaltata - a parte qualche buca - fino a Beira, dove avrei preso l'aereo per tornare in Italia.
Attorno, la campagna, i luoghi delle persone che conoscevo. La casa di Monica e Ibra, appena fuori Caia, di muratura, con il pozzo all'esterno, dove venivano ad attingere l'acqua i bambini che abitavano nelle capanne tutt'attorno, quelli che l'altro giorno ci erano venuti a chiamare per mostrarci l'ippopotamo che giocava nel centro del fiume; la boscaglia nella quale sta rintanato il misterioso Jack White, non il chitarrista rock, un bianco venuto lì anni prima dallo Zimbabwe, a mettere su una segheria, per qualcuno addirittura l'assassino di Olof Palme, il primo ministro svedese ucciso da un killer a Copenghagen nel 1986; più avanti il ristorante all'ingresso del parco del Gorongosa, dove qualche anno fa i cooperanti facevano tappa per sfoderare il cellulare e finalmente mettersi in contatto col resto del mondo, Caia ancora isolata, davvero Africa profonda, zanzare, fuochi, alluvioni, mentre ora hanno persino terminato il ponte, con tutti i suoi lampioni, ora si scavalca il fiume in 5 minuti, prima bisognava prendere il traghetto, i camionisti aspettavano anche due giorni, in coda, sulla riva, a bere birra Manica e a comprare un po' di amore per ammazzare la noia.
Mi ero assopito, nella luce lattiginosa del mattino australe, cullato dall'auto e dalle musiche alla radio. Poi a Gorongosa il paesaggio si vivacizza, la terra si solleva all'improvviso in un grande massiccio, era il regno dei leoni, le varie milizie che ci sono passate durante la guerra civile hanno fatto strage della fauna selvatica, solo ora il parco comincia a ripopolarsi. Così, ho cominciato a fare conversazione con il driver, anche se conversazione, con le mie quattro parole di portoghese, è un termine improprio. Abbiamo parlato di politica, in questi paesi spesso c'è più passione politica che da noi, lui non era né per il Governo (Frelimo) né per l'opposizione (Renamo), parteggiava per una terza forza, che però alle elezioni era stata boicottata, aveva potuto presentare i suoi candidati solo in alcune zone del Paese. Quando scrivevo la tesi io parteggiavo per il Frelimo, c'era ancora la guerra, la mia docente aveva iniziato qui in Mozambico la sua carriera, lavorando con Ruth First, una ricercatrice marxista di origini sudafricane uccisa a Maputo in un attentato dei servizi di Pretoria, un pacco che le era esploso in mano all'università Eduardo Mondlane. Era logico stare con il Frelimo, il Frelimo rappresentava l'orgogliosa lotta di un popolo contro il colonialismo prima e contro il regime dell'apartheid poi. Probabilmente ogni forza politica quando sta troppo a lungo al potere si incancrenisce, il potere, quando non è temperato dalle buone leggi, quando lo si dà per scontato, trascina con sé arroganza e abusi.
Poi abbiamo parlato delle nostre famiglie. Lui aveva un figlio a Beira, Nelson; dopo avermi accompagnato all'aeroporto sarebbe passato a trovarlo. Ha tirato fuori il cellulare, mi ha mostrato la foto: non sapevo cosa dire, mi sembrava chiaramente idrocefalo. Il volto dell'uomo era radioso; si vedeva che non stava più nella pelle, anche se mancavano ancora due ore alla città. In quanto alla madre, se ho capito bene, non avevano più buoni rapporti, forse anche a causa del fatto che lui ora lavora lontano, con i cooperanti.
All'aeroporto ho insistito per offrirgli un caffé, al bar del piano di sopra, eravamo in anticipo nonostante fossimo partiti in ritardo. Non ha voluto altro. E' scappato di corsa da Nelson, lasciandomi con i miei pensieri, sulla terrazza, affacciata sulla pista d'asfalto. Sono andato in bagno, mi sono scattato questa foto. Avevo molte ore di viaggio davanti, da Beira a Johannesburg, da Johannesburg sorvolando tutta l'Africa fino a Monaco, da Monaco a Verona. Ero contento di essere solo. O almeno, così mi sembra adesso, da qui; in quel momento provavo probabilmente solo impazienza, mista all'illusione di essere un viaggiatore, non un professionista che aveva appena terminato di fare il suo lavoro. Sono sceso di sotto, agli imbarchi, mi sono piazzato sul divanetto di pelle color vinaccia, da dove potevo tenere d'occhio il tabellone delle partenze, per buttare giù qualche appunto. Subito un uomo è venuto a sedermisi accanto, Era anziano, vestito in t-shirt e pantaloncini, ciabatte logore ai piedi. Mi ha chiesto chi ero, da dove venivo. Gli ho raccontato del progetto che ero andato a filmare a Caia. "Certo, certo..." ha annuito, pensosamente, passandosi i palmi delle mani sulle ginocchia. Gli ho detto anche che il Mozambico mi piaceva, che rimpiangevo ogni volta di non potermi fermare di più. Ha sorriso: la testa tentennava, come ho visto fare, più vistosamente, in Sri Lanka (ma lì il dondolio equivale ad un cenno di assenso).
"Abbiamo molti problemi. Non abbiamo voglia di lavorare."
Il suo umiliarsi di fronte al "bianco" mi metteva a disagio. Se al suo posto ci fossero stati dei turisti italiani, come una volta in Tanzania, quelle figure grottesche che vengono in Africa dicendo di amarla, di esserne adirittura "ammalati", pur detestando tutto degli africani, la loro indole, la loro gestione del tempo, la loro mancanza di tecnologia, avrei ribattutto seccamente che non era vero, che semmai era diversa la concezione del lavoro, e che comunque nessuno aveva il diritto di parlare così. Ma l'uomo era a casa sua, cosa potevo dirgli? Poi mi ha chiesto qualche spicciolo; ha ringraziato ed è uscito subito, curvo, furtivo.
Forti turbolenze nel tratto fino a Joh'burg, sorvolando miniere a cielo aperto, terra rossa disabitata. E lì, ho scoperto che l'aereo che avrebbe dovuto portarmi a Monaco si era rotto; in compenso Lufthansa ci offriva la cena, in uno dei ristoranti del terminal.
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