Sloi, la fabbrica degli invisibili


Ieri sono stato alla prima proiezione pubblica del film "Sloi, la fabbrica degli invisibili", di Katia Bernardi e Luca Bergamaschi. Racconta la storia di questa fabbrica nata durante il fascismo, a ridosso della Seconda guerra mondiale, per la produzione di piombo tetraetile (un additivo della benzina super), gestita anche dopo la fine della guerra da un ex-fascista, amico di Starace, e chiusa finalmente nel 1978, dopo avere avvelenato centinaia - forse migliaia, non ci sono a tutt'oggi statistiche attendibili - di operai oltre al terreno sulla quale sorgeva, ancora da bonificare.
Un pezzo della storia industriale non solo del Trentino ma di tutto il nostro Paese, uno squarcio su un pezzo di realtà alpina lontana dalla retorica della natura incontaminata e degli Schuetzen, delle mucche al pascolo e dell'eccellenza delle "piccole patrie". Trento e Bolzano furono, per precisa scelta politica, insediamenti industriali importanti, collocati strategicamente lungo l'asse del Brennero e a ridosso del mondo tedesco (a Bolzano furono anche al servizio di un processo di italianizzazione forzata del territorio). Portarono lavoro in una regione dalla quale si emigrava, questo sì: ma a volte ad un prezzo altissimo.
Del resto, Stava ce lo ha già insegnato che le genti di montagna non hanno necessariamente degli speciali "sensori" per captare i rischi ambientali, per quanti sforzi facciano, per quante antenne drizzino; anche perché non vivono isolate dal contesto globale. E dopotutto, prima o poi si dovrà pur quantificare l'avvelenamento dei suoli ( e delle persone) generato dall'agricoltura intensiva...
Ma il film racconta anche la formazione e poi il lento disfacimento di una cultura operaia, il dissolversi della way of life fordista (fatta di spirito di corpo, di club e gite aziendali, insomma del paternalismo cone antidoto alla lotta di classe) sotto la spinta della crescente domanda di mercato, racconta l'assenza della politica (soprattutto democristiana, in questo caso) pur se messa di fronte all'evidenza di una realtà produttiva fortemente nociva, racconta la natura del profitto per ciò che è, puro istinto predatorio. Racconta anche gli aspetti oscuri ma non incomprensibili, il fatto che ci fosse consapevolezza del rischio, anche nei lavoratori, e di come quel rischio venisse monetizzato (pare comunque che il turn over fosse altissimo). Racconta infine le tragedie private delle famiglie, gli intossicati rinchiusi in manicomio, e questo in una terra di matrice cattolica, in una terra che fra le prime ha adottato il cooperativismo. Nella Trento del '68, della protesta studentesca.
Oggi i capannoni della Sloi danno asilo agli immigrati che arrivano in città e non sanno dove andare. Sono uno spettrale set cinematografico, temo non ancora un monito.

Questa la scheda del film.

SLOI, LA FABBRICA DEGLI INVISIBILI
di Katia Bernardi e Luca Bergamaschi


Sloi. La fabbrica degli invisibili è prodotto dal Gruppo culturale Uct in collaborazione con la Provincia Autonoma di Trento, la Fondazione Museo Storico del Trentino, la Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto, Format e Consiglio Regionale del Trentino Alto Adige e realizzato dalla Krmovie di Trento.
Il film documentario, intende ripercorrere le tappe della storia della fabbrica Sloi di Trento, dalla sua nascita negli anni del Fascismo fino alla sua drammatica chiusura, avvenuta nel 1978 in seguito all’esplosione di un incendio che avrebbe potuto contaminare l’intera città. La Sloi nasce come fabbrica di guerra nel 1940 per la produzione di piombo tetraetile, il liquido da miscelare come antidetonante alla benzina, necessario prima all’aviazione di tutto l’Asse di Ferro, poi negli anni del boom economico. La Sloi è una grande opportunità per una città che si sta trasformando da rurale a industriale: crea lavoro e benessere. Ma il piombo tetraetile è una sostanza altamente nociva, che provoca sintomi simili a quelli dell’alcolismo, i quali innescano un processo fatale che dalla follia conduce alla morte. La Sloi, con le sue migliaia di intossicati e decine di morti è stata il simbolo di un sistema economico che, ancora oggi, in infiniti luoghi del mondo, baratta la vita con il denaro.

Il documentario della durata di 52 minuti intende mettere in luce, attraverso le testimonianze dirette di alcuni degli ex operai della Sloi e di alcuni tra i protagonisti coinvolti nella storia della fabbrica, gli aspetti di una storia che non è dipinta di bianchi o di neri, ma di sfumature di grigio dove vita, sofferenza e morte si incrociano in un luogo unico e allo stesso tempo emblematico dell’eterno compromesso umano tra potere e accettazione.

Le riprese hanno avuto luogo all’interno dell’area dismessa della fabbrica e all’interno dell’ex ospedale psichiatrico di Pergine Valsugana.
Il documentario contiene anche una parte evocativa interpretata dall’attore Klaus Saccardo.
La troupe creativa e tecnica del documentario si è in parte creata grazie al workshop Raccontare l'avventura della scorsa edizione del TrentoFilmfestival.

Lentamente muore chi lavora



Oggi Primo maggio, si parla di lavoro, speriamo che il nostro premier non si senta in dovere di farsi vivo anche al Concerto, ora che ci ha preso gusto a uscire dal seminato, oggi Primo maggio, festa del lavoro, una vecchia canzone di Claudio Lolli nella testa, per esempio, in cui pubblico e privato si mescolavano (in una stagione ormai lontana in cui si rifletteva anche di questo)

Primo maggio di festa oggi nel Vietnam
e forse in tutto il mondo,
primo maggio di morte oggi a casa mia
ma forse mi confondo...


Si potrebbe parlare di Thyssenkrupp, di morti da lavoro, si potrebbe parlare della Sloi di Trento, bubbone chimico nel cuore della città fino al 1978, che uccise e fece impazzire tanti lavoratori, e in cui si sfiorò una nuova Seveso...
Ma io che son figlio di operai so bene che queste cose un conto è se le vivi sulla tua pelle un conto è se te le raccontano; e quindi eviterò la tentazione dell'operetta morale. Non che di lavoro non si muoia anche adesso, ma inutile negarlo, per molti di noi, noi lavoratori di computer, scrivanie, giornali, intelletto, è un altro tipo di morte, non acciaio fuso che ti cola addosso, non volare da un traliccio, non il piombo tetraetile che si deposita nelle parti molli, non la pressa che schiaccia e nemmeno uscire di strada con l'autotreno. E' un altro morire e anche un altro vivere, sempre alla ricerca di un compromesso, certo, questo sì, di una mediazione, come il compromesso faticosamente cercato, da sempre, dalle città con le loro fabbriche inquinanti, le fabbriche che portano macchie blu, fumi e cancro ma anche lavoro, benessere, sviluppo, salari.
Noi oggi si muore un po' di noia un po' di ambizioni frustrate, di troppa cultura macinata all'università e poi scontratasi con un mondo che non sa che farsene, si muore a volte persino di intelligenza, di voglia di fare, ma si muore lentamente, e fa meno male, e provoca meno dolore alle famiglie, anzi, a volte anche gioia, la gioia della busta paga e della malattia pagata (quando la pagano).
Così si muore e un po' si vive cercando il compromesso fra il cambiamento climatico ormai provato e la necessità di rilanciare la nostra industria dell'automobile, fra il pacifismo e le commesse di autoblindo o nuovi cacciabombardieri che danno respiro alla nostra siderurgia, si muore anche di troppe ore passate a fare i lavori inutili o quasi creati dall'informatica, di timbrature e mobbing, di stages e precariato, un modo più gentile di uccidere rispetto a quello che adoperavano i padroni delle ferriere ai tempi loro, nevvero.
Si muore e un po' si vive e un po' si muore ma si vive, si vive, si vive di slides, files, stringhe, siringhe, e un po' si muore di innovazione, competizione, qualità totale, e un po' si muore di welfare, fondi d'investimento, private equities, parole inglesi, e si vive o si muore o si muore o si muore e mi confondo, si muore di password e si vive di jpg, si muore via mail e si vive online, si muore di troppo monitoraggio e poco companatico, si muore di pixel e si vive come cartoons, e si muore virtualmente e si vive freneticamente, e si vive sui portali e si muore anche nei carnevali, e mi confondo, si vive e mi confondo, si vive scaricando, chattando, moderando, transitando, si muore scollegando, impallando, si muore disconnessi, si muore comunque e sempre come dei fessi.
Poi tanto si rinasce un po' ogni mattina, per timbrare cartellini, affrontare frotte di studenti affamati di notorietà granfratellesca, oziosità burocratiche, capi, vicecapi, sottoposti, orari da conciliare, autobus e metropolitane e giornali che stridono, gomme, ucccelli, bit, paracarri, assorbenti, oroscopi, ferieopèp0ibnklfvi
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Il fantasma della ragazza nel pozzo

Campi, staccionate. Una linea di terra nera dietro ai vetri, in cima alla collina un palo o spaventapasseri. Acqua ovunque, nel tinello, acqua che scroscia e sta ferma nei solchi. Il vento di primavera porta i pollini, quello d'autunno odore di legna combusta.
Vite di sudore e fatica.
"Facevo la spola fra il fondovalle e il villaggio, al passo facevo correre i cavalli perché dicevano ci fosse il bandito. Facevo sempre correre i cavalli fra un'osteria e l'altra."
Piccole comunità in Nebraska, Massachussets, Langhe, Tirolo.
Siamo le bocche cucite, siamo i segreti così gelosamente conservati.

Sono il fantasma della ragazza nel pozzo
uccisa dall'uomo che possedeva la mia famiglia.
Sono passati molti anni da quando sono precipitata
ancora nessuno mi ha trovato.


WILLARD GRANT CONSPIRACY


From the CD Regard The End

I'm the ghost of the girl in the well
Killed by a man who owned my family
It's been many years since I fell
Still no one has found me

I was fourteen years old when I died
The earth had just turned and the field were alive
So alive

Mister called out to me and I ran
I didn't want to be under him
Anymore

I'm the ghost of the girl in the well
I was trying to hide when my fingers slipped
In the darkness I cried and I cried
All my tears
Taken by the water

I'm the ghost of the girl in the well
Killed by a man who owned my family

Antony and the Johnsons - breve saggio



(BBC session, 2005)



(...a Julian Schnabel documentary, 2008)

Sentivo il cuore che mi batteva. Sentivo il battito del cuore di ognuno: sentivo il rumore umano che facevamo tutti, lì seduti, senza muoverci, nemmeno quando la stanza diventò tutta buia.

Raymond Carver, Di che cosa parliamo quando parliamo d'amore

Concerto del 1° maggio

Vasco Rossi, Giorgia, Caparezza, Marina Rei, Pfm, Edoardo Bennato e Paola Turci: se questi sono i nomi dei musicisti che si esibiranno al prossimo festival del 1° maggio a Roma significa che una stagione (felice) si è chiusa.

Nostalgia dei '90



Ho letto questo post gustoso assai, "la tua ragazza ha dei cd di merda" e a un certo punto (sono tardo, lo so) ho capito che in sostanza parlava della nostalgia degli anni '90. Per chi come me è nato attorno al 1965 è normale avere nostalgia degli '80, che la generazione precedente (quella dei sessantottini) aveva bollato come anni schifosi, anche musicalmente (Duran Duran, riflusso ecc.). Per molti di noi invece gli anni '80 erano stati anni di musica indimenticabile: i Cure, gli Smiths, i primi U2, David Sylvian...
Ora evidentemente tocca a quelli che sono nati 10 anni dopo. A loro volta cominciano a rivangare gli anni '90, che sono poi stati i loro anni di formazione.
Essendo io perso completo per la musica, non potevo non darci un'occhiatina.

Dunque, vediamo una personalissima graduatoria. Innanzitutto i due pilastri.
Jeff Buckley, Grace
Youssou N'Dour, The guide
Il primo, il miglior disco rock del decennio. Il secondo, uno dei migliori esempi di quella world music virata al rock che è emersa proprio in quegli anni, musica di contaminazione, di culture che si mescolano...(un altro buon esempio, più "colto", è Talking Tumbuctu di Ry Cooder e Ali Farka Toure)

Gli italiani:
CSI, Tabula rasa elettrificata
Elio e le storie tese, Rum, kasusu...(inzomma, il mitico disco con il pippero, gli uomini col borsello, supergiovane, la barza del fantasma formaggino)

Poi in ordine sparso: Lou Reed in una mia classifica non può mancare, 2 dischi imperdibili nei '90, il primo uscito proprio all'inizio del decennio, Songs for Drella, realizzato assieme a John Cale, l'omaggio definitivo al pigmalione Andy Warhol, il secondo Magic and Loss.
David Bowie: Heartling (disco influenzato dal trip hop, il Duca bianco ha candidamente confessato di avere copiato quei suoni, comunque notevole, l'ultimo lavoro notevole di Bowie secondo me).

Il rap e l'acid jazz hanno prodotto cose fantastiche, due su tutte: Urban Species, Listen, e Arrested development, 3 years, 5 month... (con questo disco il rap s'era tirato fuori dall'infantilismo del gangsta rap, che purtroppo però ha continuato a dominare sovrano).

Album dal vivo:
Peter Gabriel, Secrets world life. La moda dei live albums negli anni '90 ha cominciato a declinare.

Altri album imperdibili:
ovviamente il primo dei Radiohead e poi ok computer, Nevermind dei Nirvana, Post orgasmic chill di Skunk Anansie, Zooropa degli U2, forse un po' sottovalutato, Sweet oblivion degli Screaming trees, Tropicalia 2 di Caetano Veloso e Gilberto Gil (il ritorno in grande stile della bossa nova.
Infine, in ordine sparso, Suede (ah, che gruppo, il glam rock non muore mai del tutto!), Chemical Bros., Bjork, Terence Trent (direttamente dagli '80, già sul punto di scomparire), Khaled, Papa Wemba, Smashing Pumpkins, Oasis, Eminem...tutta gente che non ho seguito abbastanza ma che un segno l'ha lasciato.

Cosa rimane fuori? Tutta la house/dance. Lo ammetto. Non conosco. Non è il mio genere. Però a suo modo è stata forse la vera novità di quegli anni.

Teledurruti, l'unico modo di parlare di Berlusconi

Confesso che non riesco a leggere gli articoli, i libri,le dotte analisi, i pistolotti e le barze su/contro Berlusconi. Sarà l'età. Berlusconi ci domina direttamente dal 1993 (se non sbaglio, vado a memoria, non ho neanche voglia di controllare quando vinse le elezioni e Fede ebbe il suo primo orgasmo in diretta, mi ricordo che quella sera ero in comunità) e indirettamente da molto prima grazie alle tv e ai suoi amici piduisti. Dedicare troppe attenzioni a quest'uomo significherebbe sacrificare troppo tempo prezioso della propria vita a una questione deprimente (ma, in fondo, sopportabile, è questa la scoperta, sopportabile, come una malformazione fisica con cui impari a fare i conti).
Io ho smesso presto di farlo. So che può sembrare qualunquista, e che probabilmente questo è un lusso che possiamo permetterci noi delle province autonome (che abbiamo crucci incomprensibili al resto degli italiani, tipo le nuove competenze dell'A.S.I. - Autonomia Speciale Insaziabile, ma che ad esempio ce ne impippiamo della nuova riforma della scuola e del 5 in condotta perchè continuiamo a fare quello che ci pare).
Perciò non me ne frega neanche niente della partecipazione di Berlusconi alle cerimonie del 25 aprile, e se abbia usato o no la parola "comunisti" ecc. Berlusconi è il perfetto esempio dell'Italia che non ha nulla a che vedere con i partigiani e con le loro memorie. Lui al 25 aprile sarebbe come dire Claudia Koll nella parte di Maria Goretti, come Giovanni Lindo Ferretti cattointegralista e amico di Ferrara, cose inimmaginabili...
Si è messo il fazzoletto partigiano? Capirai, anche il papa si mette le kefiah, ormai...
Ha detto che bloccherà la legge che equipara partigiani a repubblichini? Eh, vabbé, non avevamo bisogno di questo per sapere che c'era stata una differenza abissale fra gli uni e gli altri, ovvero: i primi stavano dalla parte giusta e gli altri da quella delle leggi razziali, del colonialismo, della guerra, del culto della morte proprio del fascismo (a onor del vero nemmeno questo appartiene a Berlusconi. Pugnal fra i denti e bombe a mano? Ma va là...).
Di Berlusconi mi interessa ormai solo il lato estetico, che trovo imbarazzante: cioé, mi imbarazza far parte di un popolo che apprezza ciò che apprezza Berlusconi (tipo, la musica di Apicella), ride per le barzellette di cui ride Berlusconi (tipo quella sui desaparecidos), vuole quello che ha Berlusconi (tipo, le sue ville in Sardegna) ecc.
Di lui salvo solo una cosa: la sua avversione per l'aglio (eh, vabbé, so che è una cosa da fighetti, ma è più forte di me...)

Occuparsi di Berlusconi è come guardare il film "Irreversibile", quello con Monica Bellucci, che comincia dalla fine. In pratica, il peggio è già successo, no? Ci ha governati, e questo è un fatto che non si potrà mai cambiare: è come uno stupro, se sei stata stuprata non ci puoi fare nulla, è successo ed è successo ed è successo. Fine. Puoi solo dimenticare, se ci riesci. Ma occuparsi di Berlusconi è anche come guardare uno di quei terrificanti film di fantascienza che parlano di viaggi nel tempo in un tempo ancora più di merda di quello attuale, tipo "L'esercito delle 12 scimmie": perché Berlusconi ci governerà, e questo è un vaticinio destinato ad avverarsi puntualmente, sì sì, anzi, si avvera ad ogni secondo ad ogni granello di sabbia che scorre da una parte all'altra della clessidra (come si chiamano le parti della clessidra?).
Fine della storia. Bisogna pensare ad altro. A cose più serie tipo i talebani alla conquista dell'atomica pachistana, i pirati somali, Obama in Turchia, il cd dei Bastard...

Faccio solo un'eccezione ed è per Teledurruti, che mi ha fatto conoscere Carlo. Strepitosa televisione anarchica di Fulvio Abbate. Su Berlusconi e il 25 aprile, quest'uomo ha detto la parola definitiva. Guardate Teledurruti. Sostenete Teledurruti.




E ora un po' di gratificazione sonora.

I want you



Un esempio di poesia futurista per i tempi che sta(va)no cambiando... (ma anche un pretesto per segnalare l'uscita del nuovo disco di Bob Dylan, un disco d'amore, di cui parleremo prossimamente perché non mi piace recensire ciò che non ho letto/ascoltato, come fanno a volte i giornalisti...)

Il becchino colpevole sospira
lo spremiaranci solitario piange
i sassofoni d'argento mi dicono che farei bene a rifiutarti
Le campane incrinate ed i corni stinti
mi soffiano in faccia con disprezzo
Ma non sarà così
Non sono nato per perderti
Ti voglio, ti voglio
ti voglio da morire,
amore, ti voglio

Il politicante ubriaco salta
sulla strada dove madri si lamentano
ed i salvatori dal sonno facile
ti stanno aspettando
Ed io aspetto che facciano cessare
questo mio bere dalla mia tazza incrinata

e che mi chiedano
di spalancarti i cancelli
Ti voglio, ti voglio
ti voglio da morire,
dolcezza, ti voglio

Adesso tutti i miei padri sono caduti
il vero amore, non l'hanno mai conosciuto
Ma tutte le loro figlie mi scaraventano a terra
perchè non me ne curo

Bene, ritorno dalla Regina di Picche
e parlo con la mia cameriera
Lei sa che non ho paura di guardarla
E' buona con me
e non c'è nulla che non veda
Lei sa bene dove mi piacerebbe essere
Ma non importa
Ti voglio, ti voglio,
ti voglio da morire
dolcezza, ti voglio

Adesso il tuo figlio ballerino con il suo vestito cinese
mi ha parlato, io gli ho preso il flauto
No, non sono stato molto cortese,
non è vero?
Ma l'ho fatto perchè mi ha mentito
e perchè ti ha preso in giro
e perchè il tempo era dalla sua parte
E perchè io...
Ti voglio, ti voglio,
ti voglio da morire,
amore, ti voglio

Bob Dylan, 1966

Odifreddi: la religione è infantile

Piergiorgio Odifreddi, ieri a Trento per l'apertura del Filmfestival della montagna.
Brillante, divertente nell'incontro organizzato nel pomeriggio dai laici del Trentino (la laicità, qui, non è mica uno scherzo).
Odifreddi ha sostenuto che la fase religiosa è una fase tutto sommato infantile; il bambino cerca una spiegazione ai grandi dilemmi esistenziali (chi siamo, chi ha creato il mondo ecc.) e la trova nella religione, nel grande disegno divino, nel dio-padre ecc.
A questa seguirebbe una fase adolescenziale, romantica, in cui magari i dogmi della religione non bastano più e il loro posto viene preso dai grandi tormenti e dalle macerazioni esistenziali sul "senso della vita", nonché dalla lettura di Sartre e Dostoevskij.
Ma infine arriva o dovrebbe arrivare una fase adulta, in cui l'uomo si accontenta delle spiegazioni razionali che riesce a darsi (attraverso la scienza), e smette di arrovellarsi sulle domande a cui non riesce a dare risposta.
Personalmente mi sono sentito un pio' chiamato in causa perché io sono precisamente uno di quelli che hanno letto La nausea a 13 anni, solo che non credo di avere mai capito esattamente in cosa consista la "maturità".
Con la ragione si potrebbe anche essere d'accordo con Odifreddi. In effetti il suo ragionamento è abbastanza in linea con l'agnosticismo di Protagora, che riguardo agli dei dichiarava prudentemente: meglio non pronunciarsi. Il punto è che il modello di persona matura o adulta che un certo tipo di razionalisti sembrano avere in mente non è poi così attraente. Voglio dire: quando smetti di interrogarti sulle grandi questioni (e di leggere la grande letteratura) cosa resta? Odifreddi ha la matematica, è un intellettuale. Ma le persone comuni? La nuova macchina, l'i-pod, una bella mangiata, le barzellette, le puttane? E' davvero tutto qui? (ovviamente lo so benissimo che non è tutto qui per Odifreddi e tanti altri, ma il ragionamento va un po' estremizzato...)

E l'arte, ad esempio? E l'etica? E l'estetica? Non sono tutte cose prodotte - almeno in buona parte - dalle "grandi domande"? Non appartengono forse all'età lirica, quella dell'immaturità (per citare Kundera)? Persino il disincanto degli esistenzialisti è "lirico", non ha molto a che vedere con quel - ragionevole - accontentarsi delle risposte che riusciamo a darci di cui parla Odifreddi.
Anche senza credere in un dio creatore o in un dio che muore e risorge o in un giudizio universale o in una vita dopo la morte si può avere non solo un'intensa vita interiore, che non si accontenta dello scorrere lieve della vita, ma persino un'inclinazione al "mistero". Se l'ateismo si limita alla scienza è troppo poco, non fosse altro perché il linguaggio della scienza è estremanente complicato e specialistico. Certo, l'ironia è un'altra preziosa alleata. Ma è sempre poco. E' vero, la chiesa si serve di una simbologia elaborata, di riti suggestivi che possono sembrare assolutamente irragionevoli e persino "pagani" (infatti nel caso delle religioni monoteistiche sono quasi sempre la rielaborazione di qualcosa di preesistente). Ma l'uomo ha bisogno di miti e riti, perché sono questi (perlomeno anche questi) gli strumenti di cui dispone per dare un senso al mondo, per leggerlo, per interpretarlo, per narrarlo. Sartre, Warhol, Jim Morrison (per non dire delle ideologie, della politica) questo tipo di bisogni incarnano (o hanno incarnato). Freud o Darwin non sarebbero bastati.
Poi ogni epoca ha i miti e i riti che si merita. Se i miti e i riti "laici" oggi sono il Suv, il chirurgo plastico, il Grande Fratello o i Family days vuol dire che viviamo tempi molto degradati e in questo degrado ci siamo detro tutti, credenti e non credenti. Curioso infatti che Odifreddi incolpi la televisione di dare man forte alla religione, mentre i credenti fanno un ragionamento uguale e contrario, incolpando la televisione di propugnare una società completamente secolarizzata e appiattita sui peggiori disvalori (individualismo, primato dell'apparire sull'essere ecc.)

In una intervista a un quotidiano locale Odifreddi ha poi ripreso un suo vecchio cavallo di battaglia, dicendo che la democrazia rappresentativa è un sistema di governo superato e molto imperfetto, specie per gestire cose complesse come le guerre o le grandi crisi economiche. Questo perché - spiega il matematico, chiedendo aiuto a Darwin - il meccanismo della selezione, che porta alcuni politici ad essere eletti, non premia necessariamente i migliori, anzi, a volte i peggiori.
E fin qui, di nuovo, non ci piove. Il dubbio è semmai che la soluzione di cui parla Odifreddi sia la più efficace. Che sarebbe "dar voce alla gente", o qualcosa del genere. Non sarebbe più onesto essere sinceramente elitari, a questo punto? Lo sosteneva ieri Ludik riguardo a X Factor: perché lasciare che sia il televoto a decidere? In fondo la gente è la stessa che elegge il politico di turno per i suoi soldi o per i sogni falsi che smercia, che ascolta musica terribile, che si droga di tecnologia da mane a sera...
Qui però casca l'asino, perché tutti noi amiamo la libertà e non vorremmo, al posto della democrazia, un governo aristocratico. E comunque, di quale aristocrazia parleremmo? Quella degli spiriti eletti, dei migliori, o quella dei più ricchi? (in questo caso saremmo sempre lì, a Berlusconi) Quella dei più laici o quella degli unti dal signore?
La possiamo girare come vogliamo ma il motto: "La democrazia è il peggior sistema di governo, a parte tutti gli altri" rimane insuperabile.

In Berlin, by the wall



A Berlino, accanto al muro
eri alta un metro e settantacinque
era molto bello
lume di candela e Dubonnet con ghiaccio

Eravamo in un piccolo cafè
si sentivano le chitarre suonare
era molto bello
Oh, tesoro era il paradiso


Mi sono alzano come al solito sui tocchi delle campane. Mio padre era davanti alla tv. Mi indicò lo schermo. "Guarda", disse. C'erano i berlinesi che scavalcavano il Muro, che lo prendevano a picconate, che stappavano bottiglie di vino spumante. Venti anni fa.
Rimasi freddo, ostentai persino indifferenza. Questo dimostra quanto si possa essere stupidi, a volte. Credo fossi irritato per tre cose: perché la Storia non si era premurata di avvertirmi, prima; perché non l'avessero fatto almeno i miei professori alla facoltà di Scienze politiche (che scienza è una scienza che non riesce a prevedere almeno un evento come questo, con largo anticipo?); perché pensavo che il difficile sarebbe venuto dopo, e presto quegli entusiasmi si sarebbero smorzati.
C'è chi lo pensa anche oggi. C'è chi pensa anche adesso che fosse meglio col Muro in piedi. Andreotti, qualche anno prima della caduta, disse che il Muro doveva rimanere lì. Anche questo erano i democristiani. Lo spaventava la Germania unita. Francamente faccio fatica ad immaginare un popolo meno aggressivo dei tedeschi, ma sarà che non li ho visti in azione.
Il Muro è stato un potente simbolo, evaporato molto in fretta. Ispirò quello che viene considerato il disco più depressivo della storia del rock, "Berlin" di Lou Reed. Ispirò una canzone che ancora adesso viene usata nelle pubblicità, "Heroes", incisa nei celebri Hansa Studios. Bowie e Iggy Pop vissero lì, la new wave italiana cercò a Berlino le sue suggestioni, con Garbo, con Faust'o. Berlino era la nuova frontiera, già post-ideologica, già proiettata negli anni '80, nell'era di Gorbaciov, aperta da "The Wall" dei Pink Floyd, non a caso. Berlino era Christiane F., i ragazzi drogati dello Zoo (il film infatti è anche un grande omaggio alla musica del Bowie berlinese, decadente ed elettronico, a sua volta fortemente ispirato dai Kraftwerk, dalla nouvelle vague tedesca). Poi Berlino è stata quella di Wenders, estetizzante e neoromantica (anche se io i suoi angeli non li ho mai sopportati).

Aprile è il mese più crudele




T. S.ELIOT, LA TERRA DESOLATA

Aprile è il mese più crudele, generando
Lillà da terra morta, confondendo
Memoria e desiderio, eccitando spente radici
Con pioggia della primavera.
L'inverno ci mantenne al caldo, coprendo la terra di neve smemorata,
Nutrendo con secchi tuberi una vita misera.
L'estate ci sorprese, giungendo sullo Starnbergersee
Con uno scroscio di pioggia: noi ci fermammo sotto il colonnato,
E proseguimmo nel sole, nel Hofgarten,
E bevemmo caffè, e parlammo un'ora intera.
Bin gar keine Russin, stamm' aus Litauen, echt deutsch.
E quando eravamo bambini e stavamo presso l'arciduca,
Mio cugino, mi condusse in slitta,
E ne fui atterrita. Mi disse, Marie,
Marie, tieniti forte. E ci lanciammo giù.

Fra le montagne, là ci si sente liberi.
Per la gran parte della notte leggo, d'inverno vado a sud.

Twitter? Ma va là...


Val Sarentino, aprile 2009 - sarchiando il terreno (foto mp)