John Turturro legge Allen Ginsberg



Riscopriamo. Ripensiamo. Riscriviamo. Scriviamo.

Passa una nuvola

(pillole...)

Passa una nuvola davanti alla luna piena, poi torna luce diffusa, alberi e asfalto.
Motivi per essere felici ce ne sono a bizzeffe, sopporta la lingua questa parola desueta? Espressioni del passato dei nostri padri ricompaiono nelle nostre bocche contemporanee, emozioni del passato dei padri senza internet e con poca tv nel presente dei figli, l'emozione di un sorriso, una carezza, l'ombra che una pianta stentata proietta per terra e fra le righe, bianche o gialle, la ricchezza dell'intimità. Lui pensa che le cose che danno gioia non cambiano mai, che da quella prospettiva il mondo potrebbe non essere cambiato molto, rispetto, diciamo...agli anni '40? Tranne la segnaletica, tranne i materiali e i bidoni per la raccolta differenziata.
C'è una chiesa alle loro spalle, c'è una pieve solitaria cintata da un muro e un cimitero all'esterno; dietro ancora, lo sprofondo, il buio del baratro a precipizio sulla città.

Passa un'altra nuvola davanti alla luna piena, solo un frammento di nuvola, un pennacchio di fumo, lui sta pensando a cose che non c'entrano nulla come elicotteri o cani, ma il cane c'è davvero, eccolo che compare sulla scena, incalzato dal padrone, si fanno piccoli dentro lo spazio angusto ma sono, nonostante tutto, perfettamente visibili.
L'emozione del riso che scoppia nel silenzio, una bolla sospesa a mezz'aria, il piacere puro della compagnia, la commedia. Il lato comico dell'esistenza, fatto di equivoci, figure fisse, sotterfugi, coppie infrattate, né troppo crudele né troppo innocente.
Poco lontano da lì sta iniziando una partita, campo di erba sintetica, i giocatori si riscaldano, piegano il busto, toccano con la punta delle dita la punta delle scarpe, poco lontano, ma non lì. Loro sono al riparo, fra le due righe bianche tracciate sull'asfalto.

C'è una canzone che parla di una notte in Italia, in un parcheggio in cima al mondo, rotola lenta da un orecchio all'altro, emisfero sinistro, emisfero destro, lei non si ricorda mai qual è quello duro, esatto, razionale, qual è quello morbido, onirico, etrusco, soddisfatta della posizione decide di rimandare il momento in cui avvolgerà la sciarpa di seta attorno al collo, nascondendo macchie di morsi.
Passa di nuovo il cane, passa il suo padrone, lasciano la scena, infilano la salita che conduce al paese.

Sua madre le aveva raccontato delle balere improvvisate un po' ovunque nei quartieri alla fine della guerra, anche in frazioni come questa, quattro case e una scuoletta, la messa e il ballo, le occasioni per incontrarsi, per scambiarsi sguardi minacciosi, ardenti, "temimi", "ti voglio", stai alla larga", "deciditi". Lei usa un'espressione licenziosa, sopporta la lingua dei computer questo aggettivo? Lui si sente autorizzato a rilanciare, i vetri si sono appannati, sul loro fiato lei disegna una nuvola, lui la sgrida, tenzone risolta in un bacio.

Passa un'altra nuvola davanti alla luna piena, uomo e cane sono già arrivati al campo da calcio, l'arbitro dà il fischio d'avvio, undici contro undici sull'erba sintetica finanziata dal Comune prima delle ultime elezioni.
Nelle balere i giovani si pavoneggiavano, sigaretta fra le labbra, volteggiare di gonne, i padri delle figlie scrutavano torvi, ex-soldati ed ex-partigiani, qualche mitra non consegnato nascosto in cantina, qualche caricatore per ogni evenienza, fervore di ricostruzione nell'aria, il vino spillato dalle botti, le sezioni di partito, immagini forti e semplici sui manifesti elettorali che si scollano dai muri.
Lui scende e s'infila la camicia dentro i pantaloni. La città giù in fondo, nella valle, dove la montagna precipita, attraversata da vene e arterie e capillari di luci, che s'inerpicano su per l'altro versante, verso altri paesi tessere di ambienti urbani seminate fra i campi di patate, separate da boschetti, poi più su ancora solo i pini, la roccia.

Torna dentro e accende il motore, fari sulle vecchie pietre. Lei ha la sciarpa attorno al collo e sorride. Passa un'altra nuvola davanti alla luna, è solo un profugo, il cielo è aperto e luminoso, e domani venerdì.

Mozambico: una banca per la solidarietà



Uno degli ultimi doc, relativo a un progetto realizzato dai trentini in Mozambico, nel distretto di Caia. A Caia e dintorni c'è ormai una sorta di mini-colonia trentina. Qualcuno/a si è sposato lì, qualcun altro/a ha aperto una piccola attività... E poi ci sono i cooperanti. Certo, beata la terra che non ha bisogno di aiuti. Del resto, il mondo non è fatto di realtà chiuse, di pianeti, di monadi isolate; tutto comunica con tutto e ciò a maggior ragione nell'era della globalizzazione. Vale per l'Italia come per l'Africa, trascinata a forza nell'arena mondiale cinque secoli fa nel peggiore dei modi, con la tratta degli schiavi. Che oggi in Africa arrivino buone prassi come quella del microcredito male non può fare, mi sembra. Le casse rurali (le cooperative in genere) sono state uno dei più potenti motori dello sviluppo del Trentino, terra da cui fino ai primi anni '60 ancora si emigrava. Adesso, una piccola cassa rurale, quella di Aldeno e Cadine, prova ad esportare una struttura specializzata in credito rurale in Mozambico (in accordo con le autorità finanziarie locali). Lo fa in un contesto economico basato ancora in buona parte sul baratto; lo fa per piccole somme, dopo cinque anni di attività nel settore con gruppi di risparmiatori locali seguiti passo passo da un "consulente" (passo passo significa verificare che la somma prestata venga sempre utilizata per l'investimento programmato, potendo generare un ritorno monetario e quindi garantire la restituzione del prestito).
Con queste premesse, l'impressione è che l'iniziativa possa avere successo, senza peraltro risultare troppo "invasiva".
Cosa significa successo? Che un gruppo di pescatori possa comprare una nuova rete da pesca. Che un allevatore possa comprare una mucca per sostituire quella che gli è morta. Che una donna intraprendente sia messa nelle condizioni di avviare un'attività commerciale (un chioschetto). Cose così. Nulla a che vedere con la grande cooperazione allo sviluppo, con appetiti smodati.

ELLIOTT MURPHY, 3 aprile, live in Zambana!



Non è mai diventato Springsteen, anche se Springsteen l'invita spesso sul palco per qualche jam session. Ma ha l'aria di essere felice così. A suonare in posti improbabili come Zambana, dove l'ho visto la prima volta, e dove si esibirà nuovamente il 3 aprile.

Ne ho scritto anche in "Music Box":

Elliot Murphy a Zambana, il paese semisepolto dalle frane, uno che ha conosciuto tutti i più grandi, ma è sempre rimasto una figura secondaria, suonò per quasi tre ore, prima i pezzi suoi, e poi quelli degli altri, da Presley a Dylan agli Stones, facendo ballare anche le cimici nascoste nei muri, una specie di juke box vivente con il cappello da cow boy, ironico sulla sua sorte bizzarra (“una zingara me l’aveva detto che dopo 30 anni di carriera finalmente sarei arrivato a suonare a Zambana!”), insomma fu grande, grandissimo, e ogni volta che torna qui dalle parti delle Dolomiti la gente va a sentirlo suonare e l’applaude.

Gayezze 2: under my umbrella



Per me questa versione è mille volte meglio di quella di Rihanna. E il video è spassoso assai...
E intanto all'orizzonte si profila la primavera.

Gaiezze/ i promessi sposi in 10 minuti

Evviva


Evviva per coloro che non hanno mai inventato niente
per coloro che non hanno mai esplorato niente
per coloro che non hanno mai donato niente.

Aimé Césarie

Succhiare l'ombra, succhiare l'anima

Sono nel cortile interno di un palazzo, potrebbe essere sede di uffici, pubblici o privati. E' inverno. Entrambi tirano lunghe boccate alle loro sigarette. Dalle bocche escono fumo e fiato.
(...) a: poi a volte penso: ma non stavo meglio prima?
s: a chi lo dici.
a: mi godevo ogni minuto. andavo ad arrampicare, mi sembrava di essere...
s: sì sì.
a: mi sembrava di essere un dio, quando arrivavo su. poi tornavo a casa, tutto contento, dalla famiglia, dai bambini...
s: a me lo dici. Sono andato a correre tutti i giorni per un anno...adesso non riesco più a fare niente, non mi importa più.
a: eh, appunto.
s: perché hai bisogno, di quest'altra cosa, la vuoi, ti sei convinto che ne hai bisogno, non puoi stare senza...
a: la tua anima, ne ha bisogno. il tuo cuore.

s. sorride come se avesse aspettato questa affermazione fin dall'inizio. è il più giovane dei due, ma si atteggia a quello più maturo. non sappiamo se lo è davvero o meno. in generale, noi che guardiamo la scena da fuori non riponiamo una grande fiducia nel concetto di maturità.

s: e no, è il contrario. è che ti sei accorto che sei vuoto, che hai un vuoto, qui, prima non lo sapevi, andavi a arrampicare, tornavi a casa, stavi bene, avevi fatto la tua giornata. adesso senti che hai questo vuoto, e vuoi riempirlo, senti che non hai l'anima, vuoi l'anima di un'altra persona, vuoi la sua ombra, vuoi succhiargliela, per poi...ah, adesso ho tappato il buco, qui, ah, adesso non sono più vuoto...

Sono mesi che a. parla di queste cose, con tutti, sta collezionando pareri. ogni volta gli sembra di avere raccolto un pezzetto di verità, è raro imbattersi due volte nello stesso pensiero, pensa.
pensa anche che le parole di s. lo accompagneranno almeno fino a dopodomani. che in ogni modo, come dice s., riempiranno il suo vuoto.

a: nessuno me lo aveva mai detto, in questa maniera.
s: c'è una teoria, che dice che non tutti hanno un'anima. solo il 20 per cento circa delle persone.
a. sì? non è molto.
s: no, infatti. ecco che arrivano.

s. butta la sigaretta per terra, la schiaccia con il piede. Poi solleva la macchina fotografica, porta l'occhio al mirino.

Il tempo lento



Hai guardato l'orologio 5 minuti fa e ti sembra che siano passate ore. E' un'esperienza che abbiamo vissuto tutti. A scuola, aspettando la campanella della fine dell'ora; sul lavoro, mentre scalpiti per uscire, per vedere chi devi vedere, per fare quello che devi fare; all'angolo della strada o davanti ad una stazione, in attesa della persona amata; lasciando girare un programma sul pc, secondi che sembrano ore; vegliando qualcuno che fra poco non ci sarà più. Aspettando.
A volte mi chiedo come facevano i nostri emigranti, quando partivano, quando solcavano i mari, sapendo che anni e oceani li avrebbero tenuti distanti dai proprio luoghi, dai propri cari. Avevano più palle di noi, sicuro. E chi rimaneva, chi aspettava le loro lettere, dal fondo spazzato dai venti di un altro continente, dalle città fumiganti, dal centro della terra in cui scendevano con i loro picconi?
Il tempo lento dei cargo, il tempo lento dei treni locali, il tempo lento di chi non ne può più, di chi deve uscire, di chi deve andare. O tornare.

Einsturzende Neubauten. Ai loro esordi, scassavano i palchi con il martello pneumatico, prendevano a martellate i residui di una civiltà industriale che stava morendo, soppiantana da quella elettronica. Ma hanno scritto anche canzoni dolcissime. Come questa.

River man



Si sedeva al centro del palco e sussurrava le sue canzoni guardando per terra, mentre il pubblico beveva, parlava ad alta voce e faceva rumore ignorando la sua musica.
Essere nato in Birmania non gli era servito.
"Un cane dagli occhi neri bussa alla mia porta, un cane dagli occhi neri mi chiede di più, un cane dagli occhi neri che conosceva il mio nome... sto invecchiando e voglio tornare a casa, sto invecchiando e non ne voglio più sapere."
E' morto a 26 nella casa della madre, vicino Birmingham. Probabile suicidio.
Ha lasciato 3 album, intrisi di poesia.

L'ho ascoltanto stamattina andando al lavoro. Ore 5.45, luna velata da nubi, strade ancora vuote. Ma ero felice, la sua non è solo musica triste, è molto, molto di più.

The passenger



Era cresciuto in una casa-roulotte a Detroit. I compagni di scuola lo prendevano per il culo. Non era leccato come certi cantanti finti di adesso, non posava, non aveva studiato, era un'iguana naturale. Ed era vero.

Anchor



Pensare ad un punto abbastanza lontano della tua vita, essere certi che lì non era ancora iniziato niente. Ancorarsi a quel punto. Una stanza d'albergo, ad esempio. Potrebbe essere Lima. Per funzionare deve situarsi in prossimità. In prossimità dell'evento, non anni e anni prima. Così vicino che potresti immaginare, di lì in poi, una vicenda diversa, un diverso modo di procedere. Qualcosa che abbia ostacolato il corso della storia così come l'hai vissuta realmente, ad esempio, una deviazione: potresti non avere scritto certe cose, potresti non avere detto di sì al tuo capo, potresti non essere tornato, è successo a persone che hai conosciuto bene, è successo cosa? Non si sa, sono venute giù come cometa, nell'Atlantico. Sarebbe potuto succedere a te ed invece è successo a persone che conoscevi, tu sei tornato, hai scritto, sei andato in montagna, hai accettato inviti, hai formulato inviti. Ti sei comportato bene, tutto sommato. Davvero vorresti fosse andata diversamente? E davvero pensavi non ci fosse un prezzo da pagare?
Quel pomeriggio passavano davanti alla tua finestra col parapendio. Era una giornata di sole, oltre il vetro, succede di rado da quelle parti. Dietro il parallelepipedo, dietro la prima fila di grattacieli, l'intera metropoli, su su fino alle baraccopoli cadenti aggrappate ai pendii riarsi, solcate da sentieri di polvere.
Stavi certamente pensando a qualcosa ma non a quella cosa, eri ancora ignaro del dipanarsi degli eventi, eccoti lì. Fermo alla finestra, moderatamente felice. Ti stupisci che non succeda nulla, nulla di veramente doloroso, ma neanche nulla che ti riempia davvero di gioia e aspettativa e estasi. Adesso sei ancorato (questa parola ne richiama un'altra - anchor - , un sito costruito in linguaggio html, i templates erano ancora così primitivi, tra le tante cose che hai imparato, e disimparato, c'è anche l'html).
E' estate, ma presto cederà il passo all'autunno. E' estate, la stanza del Marriott è climatizzata. Hai addosso l'abbronzatura del mare, qualche settimana prima hai bevuto birra fuori da una tavola calda, gestita da tre ragazzi egiziani, fino a sentire l'alcol diffondersi e rilassarti, hai visto passare una persona dall'altra parte della strada ma hai fatto finta di non riconoscerla, è il ricordo più intenso delle ultime settimane. Sei al Marriott, un privilegio. Non hai ancora ripreso a fumare. Non hai ancora assunto l'aria distratta che ti rimproverano. Non sei ancora stato a Londra. Sei integro, ma già sei come Roquetin, sulla spiaggia; guardi il ciotolo che hai tra le mani, chiedendoti se sia duro o molle. Predestinazioni? Zero.