"Se solo riuscissi ad essere più sicura di me. Più sicura di me! Mi chiedo: è forse questa la felicità di cui si sussurra con tanta segretezza? Perché quando parlo con qualcuno, all'improvviso, senza ragione, una gelatina fredda, schifosa, m'invade sottopelle, e allora non riesco più a dire nulla, nulla che non sia qualcosa di poco intelligente? Eppure, non c'è motivo di pensare che io sia poco intelligente.
Guardo gli altri, li osservo da lontano, senza che se ne accorgano, li osservo mentre stanno tra loro, mentre si accalorano per futili ragioni, qui come a Mosca, o perfino nella casa di campagna dei miei nonni, dove andavamo a trascorrere le vacanze estive, appena sposati...ci andremo più? I mattoni rossi, le scandole, il gallo sul tetto. Li guardo e non mi sembrano infelici, mi sembrano infelici solo quando un avvenimento inaspettato li colpisce, quando li passa da parte a parte, ma dura un istante, mentre la mia infelicità è un'ombra che non mi lascia mai.
Se solo potessi, se solo riuscissi ad essere più sicura di me. Più sicura di me! Allora sì che la vita sarebbe una passeggiata in primavera, lungo un sentiero che costeggia un ruscello. Se non pensassi, ogni volta, se non pensassi: ecco che faccio la figura della stupida. Ecco che parlo a sproposito, e mio marito mi incoraggia, vuole forse che io sembri stupida? Fa così per ottenere l'amicizia solidale degli altri uomini? Comprensione per una scelta avventata, aver sposato una sempliciotta? Lui, scrittore, lui compagno professore!
Credo che dovrei essere più sicura di me. Che dovrei provare. E se non ci riuscissi? Penso che, per cominciare potrei almeno rilassarmi. Potrei farlo una mezz'ora al giorno. Sarebbe già qualcosa. Un piccolo passo in avanti. Rilassarmi mezz'ora al giorno. Forse dovrei provare con lo yoga".
da Macchine fluide.
Scremature
Bisogna saper scremare le cose interessanti che le persone dicono, le perle di saggezza che hanno coltivato sulla loro visione del mondo, sulle loro esperienze. Ovviamente non si può accettare tutto, non tutto può andar bene per TE. Tuttavia è corroborante quando incontri una persona che non ti trascina nel vortice di una conversazione banale, dal quale vorresti uscire al più presto con una scusa. E' corroborante anche incontrare una persona che ha del TEMPO, il regalo più prezioso che si possa fare agli altri in questi anni feroci di produttività estrema e crisi, in cui tutto sembra fermo come se aspettase impaziente di ripartire eppure tutti hanno mille lavori, mille pensieri, mille tiramenti. Il regalo del tempo ti dà conferma della tua unicità, specie se hai la percezione che è proprio te che sta guardando, mentre le stai di fronte e ti accendi l'ennesima sigaretta, non uno scelto a caso nella sua folla. A volte devi persino sforzarti di lasciare andare il desiderio di solitudine, di lasciargli la mano, almeno per quell'ora, di mandarlo a farsi un giro. Sempre le cose importanti comportanto un minimo di sforzo, ma di questo dirò forse un'altra volta.
Dunque che cosa trattenere, per dopo? Qualcosa che ti tenga la mente impegnata quando guiderai verso casa, ascoltando una cover ben fatta?
Che al fondo del fondo, quando hai tolto tutto, rimani tu. Certo, potrebbe non bastarti, questo avresti avuto voglia di ribattere. Il tuo solito te stesso, e allora? Che c'è di speciale?
Ma a volte è importante ricordare chi si è, metterlo bene a fuoco, senza vanagloria e senza vergogna. Attenzione, mi dice, non ha nulla a che vedere con il coltivare il proprio ego. Non mi riferisco alla gratificazione momentanea di un sorriso, un articolo, un gesto che suscita ammirazione in chi guarda. E' pura, accecante consapevolezza. Il pasto nudo, direbbe Burroughs.
"Non voglio più cercare, non voglio più essere discepola, non voglio imparare più, ne so talmente tante di cose che potrei insegnarle. Voglio raccogliere, voglio che sia la vita a venirmi incontro e da quando l'ho capito, quando mi sono messa in quella disposizione d'animo, ha cominciato ad accadere."
Non so, ferma, ferma. Questo contrasta un po' con l'idea che esprimevo prima: che ogni cosa importante costi uno sforzo. Tuttavia rappresenta un apprezzabile punto di vista. Ognuno di noi, credo, qualche volta nella vita, ne ha avuto conferma, che è quando rilassi i muscoli delle gambe e del collo, quando smetti di dibatterti dentro al recinto della tua logica o dei tuoi desideri, quando ti scrolli definitivamente, schizzando in giro, che qualcosa succede, ed è come un incontro casuale per strada, come il vento che si alza all'improvviso, indipendentemente dalla tua volontà.
Ha parlato anche di malìe, che lei chiama màlie. Cose che stregano, cose che suggestionano, miraggi. Dice che bisogna liberarsene e io ricordo un altro incontro casuale, tanti anni fa, provocato da una scritta su una panchina, allora non c'erano internet o facebook, i messaggi in bottiglia li si affidava ad un muro o al legno di una panchina, appunto. "Mi dicono che bisogna vivere senza sogni e illusioni, ma allora come vivi?"
Un altro punto di vista, diametralmente opposto. Il punto di vista dei 18 anni contro a quello dei 40? Troppo facile, troppo banale, anche se lei ha insistito molto sul dato generazionale (che io perlopiù non considero, non credo sia possibile cambiare radicalmente la propria intima essenza, nel bene e nel male, e mi pare che anche Pavese buonanima la pensasse così...)
Poi, mi chiedo come fare, se si vive immersi dal mattino alla sera in un universo cultural-mediatico popolato da gente con voglie immense, se i tuoi cantanti hanno cantato we want the world and we want it..now!e i tuoi scrittori hanno morso affamati la vita e la morte e tutto quello che ci passa in mezzo.
In definitiva non so chi abbia ragione, se siamo macchine desideranti o se c'è in noi qualcosa di veramente puro, angelico, fermo, maturo, un'acuta visione, una spada che taglia. Probabilmente siamo l'uno per il 99% della nostra esistenza e l'altro per il restante 1%.
Bello però quando per qualche istante qualcuno toglie dai tuoi occhi il velo di Maya: poi sai che tornerà e riprenderai a muoverti attorno come un cane alla catena, scavando e scavando, di nuovo cieco, concupiscente, pieno di brame, di nuovo dentro allo specchio prismatico, però in quel momento sei lì e lo senti, che qualcosa si è sollevato, che sei senza passato né futuro, un monaco zen, un pescatore al largo con la sua barca, che recita un rosario aspettando il sorgere del sole.
Quando l'epifania è finita precipiti nel corso centrale della tua città, invaso dalla folla dei saldi.
Dunque che cosa trattenere, per dopo? Qualcosa che ti tenga la mente impegnata quando guiderai verso casa, ascoltando una cover ben fatta?
Che al fondo del fondo, quando hai tolto tutto, rimani tu. Certo, potrebbe non bastarti, questo avresti avuto voglia di ribattere. Il tuo solito te stesso, e allora? Che c'è di speciale?
Ma a volte è importante ricordare chi si è, metterlo bene a fuoco, senza vanagloria e senza vergogna. Attenzione, mi dice, non ha nulla a che vedere con il coltivare il proprio ego. Non mi riferisco alla gratificazione momentanea di un sorriso, un articolo, un gesto che suscita ammirazione in chi guarda. E' pura, accecante consapevolezza. Il pasto nudo, direbbe Burroughs.
"Non voglio più cercare, non voglio più essere discepola, non voglio imparare più, ne so talmente tante di cose che potrei insegnarle. Voglio raccogliere, voglio che sia la vita a venirmi incontro e da quando l'ho capito, quando mi sono messa in quella disposizione d'animo, ha cominciato ad accadere."
Non so, ferma, ferma. Questo contrasta un po' con l'idea che esprimevo prima: che ogni cosa importante costi uno sforzo. Tuttavia rappresenta un apprezzabile punto di vista. Ognuno di noi, credo, qualche volta nella vita, ne ha avuto conferma, che è quando rilassi i muscoli delle gambe e del collo, quando smetti di dibatterti dentro al recinto della tua logica o dei tuoi desideri, quando ti scrolli definitivamente, schizzando in giro, che qualcosa succede, ed è come un incontro casuale per strada, come il vento che si alza all'improvviso, indipendentemente dalla tua volontà.
Ha parlato anche di malìe, che lei chiama màlie. Cose che stregano, cose che suggestionano, miraggi. Dice che bisogna liberarsene e io ricordo un altro incontro casuale, tanti anni fa, provocato da una scritta su una panchina, allora non c'erano internet o facebook, i messaggi in bottiglia li si affidava ad un muro o al legno di una panchina, appunto. "Mi dicono che bisogna vivere senza sogni e illusioni, ma allora come vivi?"
Un altro punto di vista, diametralmente opposto. Il punto di vista dei 18 anni contro a quello dei 40? Troppo facile, troppo banale, anche se lei ha insistito molto sul dato generazionale (che io perlopiù non considero, non credo sia possibile cambiare radicalmente la propria intima essenza, nel bene e nel male, e mi pare che anche Pavese buonanima la pensasse così...)
Poi, mi chiedo come fare, se si vive immersi dal mattino alla sera in un universo cultural-mediatico popolato da gente con voglie immense, se i tuoi cantanti hanno cantato we want the world and we want it..now!e i tuoi scrittori hanno morso affamati la vita e la morte e tutto quello che ci passa in mezzo.
In definitiva non so chi abbia ragione, se siamo macchine desideranti o se c'è in noi qualcosa di veramente puro, angelico, fermo, maturo, un'acuta visione, una spada che taglia. Probabilmente siamo l'uno per il 99% della nostra esistenza e l'altro per il restante 1%.
Bello però quando per qualche istante qualcuno toglie dai tuoi occhi il velo di Maya: poi sai che tornerà e riprenderai a muoverti attorno come un cane alla catena, scavando e scavando, di nuovo cieco, concupiscente, pieno di brame, di nuovo dentro allo specchio prismatico, però in quel momento sei lì e lo senti, che qualcosa si è sollevato, che sei senza passato né futuro, un monaco zen, un pescatore al largo con la sua barca, che recita un rosario aspettando il sorgere del sole.
Quando l'epifania è finita precipiti nel corso centrale della tua città, invaso dalla folla dei saldi.
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Un po' di foto del 2010
Una costa conosciuta che si allontana
(raccontino)
La guardava cantare e vedeva in lei la sua stessa arroganza, tipica dei timidi, la stessa noncurante ambizione, il talento mescolato ad una naturale insofferenza. Vedeva l'uomo trent'anni prima, i capelli sul viso, a proteggersi e a sfidare, solo che il suo talento all'epoca non si esprimeva nel canto ma nella scrittura.
Si vedeva nell'atto di ritirare un premio con la sinistra infilata nella tasca, si vedeva con la camicia azzurra fuori dai pantaloni. Dare del tu ai professori. Andare in giro da solo per strada mangiando una mela o fumando precocemente.
Certo, c'erano anche le differenze. Nel modo di vestire, di impiegare il tempo, lui ne aveva avuto molto di più, a disposizione, anche per annoiarsi. Nei modelli da imitare. Forse, in un diverso stadio della maturità.
Sapeva però che queste sono cose destinate a evaporare, lasciando sul fondo l'intima essenza, quel nucleo duro e inattaccabile che non si scioglie, le propensioni alla felicità e all'infelicità, i modi di reagire, insomma, ciò che conta, il precipitato, la base, ciò che rimane in cima alla forchetta.
La vedeva guardarsi attorno, infastidita che una compagna avesse stonato. Ridere con la spavalderia dei ragazzi per le formalità del mondo adulto. Cercare con gli occhi la complicità di un'amica.
Guardava quell'apparizione sul palco, quella voce solista che spiccava sulle altre, come si guarda la riva di una costa conosciuta che lentamente si allontana, stupendosi del tempo passato e passato assieme, stupendosi di più ancora per il fatto che lui, lì, non si sentiva cambiato affatto da quando la portava in giro sulla carrozzella, sotto ai cieli siderali di un altro inverno. O forse non è così, è che i cambiamenti lenti, che sgocciolano giorno dopo giorno, sono come l'agonia dell'aragosta in pentola, li si avverte troppo tardi o troppo alla fine.
La guardava cantare e vedeva in lei la sua stessa arroganza, tipica dei timidi, la stessa noncurante ambizione, il talento mescolato ad una naturale insofferenza. Vedeva l'uomo trent'anni prima, i capelli sul viso, a proteggersi e a sfidare, solo che il suo talento all'epoca non si esprimeva nel canto ma nella scrittura.
Si vedeva nell'atto di ritirare un premio con la sinistra infilata nella tasca, si vedeva con la camicia azzurra fuori dai pantaloni. Dare del tu ai professori. Andare in giro da solo per strada mangiando una mela o fumando precocemente.
Certo, c'erano anche le differenze. Nel modo di vestire, di impiegare il tempo, lui ne aveva avuto molto di più, a disposizione, anche per annoiarsi. Nei modelli da imitare. Forse, in un diverso stadio della maturità.
Sapeva però che queste sono cose destinate a evaporare, lasciando sul fondo l'intima essenza, quel nucleo duro e inattaccabile che non si scioglie, le propensioni alla felicità e all'infelicità, i modi di reagire, insomma, ciò che conta, il precipitato, la base, ciò che rimane in cima alla forchetta.
La vedeva guardarsi attorno, infastidita che una compagna avesse stonato. Ridere con la spavalderia dei ragazzi per le formalità del mondo adulto. Cercare con gli occhi la complicità di un'amica.
Guardava quell'apparizione sul palco, quella voce solista che spiccava sulle altre, come si guarda la riva di una costa conosciuta che lentamente si allontana, stupendosi del tempo passato e passato assieme, stupendosi di più ancora per il fatto che lui, lì, non si sentiva cambiato affatto da quando la portava in giro sulla carrozzella, sotto ai cieli siderali di un altro inverno. O forse non è così, è che i cambiamenti lenti, che sgocciolano giorno dopo giorno, sono come l'agonia dell'aragosta in pentola, li si avverte troppo tardi o troppo alla fine.
Amore nel pomeriggio
(raccontino)
L'amore nel pomeriggio era diverso rispetto a quello della notte e diverso anche rispetto a quello della mattina. La luce di marzo entrava nella camera passando attraverso i doppi vetri e le tende, era la luce lattiginosa di marzo, passava attraverso le nuvole, spandeva chiarore diffuso, la luce di marzo li rivelava.
Nella camera entravano anche i suoni. Era la vita della città di fuori, tutt'attorno, si allargava in cerchi concentrici, rifrangendosi sulle pendici delle montagne: due donne che si salutavano in cortile, l'autobus, un colpo di clacson, di giovedì il mercato di strada che smobilita con rumore di cassette, di pali di ferro caricati su camion e furgoni, di motori che fanno manovra in spazi limitati. Se avesse fatto attenzione, se avesse avuto gli stessi poteri di Freccia Nera, avrebbe potuto sentire persino il rombo remoto dei treni della zona industriale, oltre il fiume e il cavalcavia dell'autostrada, il tichettio delle tastiere dei computer negli uffici provinciali, l'allegro vociare dei bambini all'uscita dell'asilo e tutto questo significava qualcosa per lui, e qualcosa di diverso per lei.
Lui avrebbe voluto conoscere i suoi suoni, quelli che lei aveva udito da bambina, per anni, quando si svegliava, quando la mamma la vestiva e poi quando aveva imparato a vestirsi da sola, ma non è la stessa cosa, vivere o farselo raccontare, un pensiero irragionevole; per un istante, prima, aveva desiderato essere lei, aveva desiderato acutamente poter rinascere in lei e rivivere la sua vita in quel corpo, da zero, dall'inizio e attraverso le sue infinite scoperte. Nell'arco della bocca, nella curva del collo, nell'incavo del grembo, fino alla punta dei piedi.
A volte gli sembrava che tutta la città si affacciasse, che non fossero soli. Poi si chinava e non ci pensava più, non pensava più a niente tranne a quello che stava facendo, un gesto come...come portare alla bocca il piatto della vita, sì, magari fossero sue quelle parole, invece era certo di averle lette in un libro, ma le sentiva come sue, del resto a questo servono le parole nei libri, sono parole che rivelano, come un certo tipo di luce.
A volte sentiva passi scendere le scale del condominio, di persona anziana, un piede davanti all'altro, oppure voci di bambini impazienti nel salire, stavano al terzo piano e non c'era ascensore. Poi il tempo accelerava. Tutto era liquido, accecante come un lampo. Li passava entrambi.
Più tardi, le cose sembrano sempre diverse rispetto alle ore della notte, quando l'unica luce ad illuminare la stanza è quella della lampada sul comodino. Oggetti riposti in cima all'armadio, un candelabro, delle coppe, un busto di Cristo...
Sdraiati, pelle a pelle, uno nelle braccia dell'altra, sapeva che quelle cose erano lì da trent'anni, sapeva anche che per lei rappresentavano qualcosa di diverso che per lui o forse lei non le vedeva neanche, teneva gli occhi chiusi e ad un certo punto sentiva che le stava schiacciando il braccio, si sollevava per permetterle di sfilarlo da dietro la schiena ma lei non lo sfilava, solo lo sistemava diversamente, lui le posava una mano sul seno, il cuore batteva nella coppa della sua mano.
Se hanno tempo di restare, se parlano, ridono o stanno in silenzio, lentamente ombre si addensano negli angoli. La sera porta altri rumori e se per caso si addormentano - o anche se rimangono immobili - l'ombra alla fine li nasconde.
L'amore nel pomeriggio era diverso rispetto a quello della notte e diverso anche rispetto a quello della mattina. La luce di marzo entrava nella camera passando attraverso i doppi vetri e le tende, era la luce lattiginosa di marzo, passava attraverso le nuvole, spandeva chiarore diffuso, la luce di marzo li rivelava.
Nella camera entravano anche i suoni. Era la vita della città di fuori, tutt'attorno, si allargava in cerchi concentrici, rifrangendosi sulle pendici delle montagne: due donne che si salutavano in cortile, l'autobus, un colpo di clacson, di giovedì il mercato di strada che smobilita con rumore di cassette, di pali di ferro caricati su camion e furgoni, di motori che fanno manovra in spazi limitati. Se avesse fatto attenzione, se avesse avuto gli stessi poteri di Freccia Nera, avrebbe potuto sentire persino il rombo remoto dei treni della zona industriale, oltre il fiume e il cavalcavia dell'autostrada, il tichettio delle tastiere dei computer negli uffici provinciali, l'allegro vociare dei bambini all'uscita dell'asilo e tutto questo significava qualcosa per lui, e qualcosa di diverso per lei.
Lui avrebbe voluto conoscere i suoi suoni, quelli che lei aveva udito da bambina, per anni, quando si svegliava, quando la mamma la vestiva e poi quando aveva imparato a vestirsi da sola, ma non è la stessa cosa, vivere o farselo raccontare, un pensiero irragionevole; per un istante, prima, aveva desiderato essere lei, aveva desiderato acutamente poter rinascere in lei e rivivere la sua vita in quel corpo, da zero, dall'inizio e attraverso le sue infinite scoperte. Nell'arco della bocca, nella curva del collo, nell'incavo del grembo, fino alla punta dei piedi.
A volte gli sembrava che tutta la città si affacciasse, che non fossero soli. Poi si chinava e non ci pensava più, non pensava più a niente tranne a quello che stava facendo, un gesto come...come portare alla bocca il piatto della vita, sì, magari fossero sue quelle parole, invece era certo di averle lette in un libro, ma le sentiva come sue, del resto a questo servono le parole nei libri, sono parole che rivelano, come un certo tipo di luce.
A volte sentiva passi scendere le scale del condominio, di persona anziana, un piede davanti all'altro, oppure voci di bambini impazienti nel salire, stavano al terzo piano e non c'era ascensore. Poi il tempo accelerava. Tutto era liquido, accecante come un lampo. Li passava entrambi.
Più tardi, le cose sembrano sempre diverse rispetto alle ore della notte, quando l'unica luce ad illuminare la stanza è quella della lampada sul comodino. Oggetti riposti in cima all'armadio, un candelabro, delle coppe, un busto di Cristo...
Sdraiati, pelle a pelle, uno nelle braccia dell'altra, sapeva che quelle cose erano lì da trent'anni, sapeva anche che per lei rappresentavano qualcosa di diverso che per lui o forse lei non le vedeva neanche, teneva gli occhi chiusi e ad un certo punto sentiva che le stava schiacciando il braccio, si sollevava per permetterle di sfilarlo da dietro la schiena ma lei non lo sfilava, solo lo sistemava diversamente, lui le posava una mano sul seno, il cuore batteva nella coppa della sua mano.
Se hanno tempo di restare, se parlano, ridono o stanno in silenzio, lentamente ombre si addensano negli angoli. La sera porta altri rumori e se per caso si addormentano - o anche se rimangono immobili - l'ombra alla fine li nasconde.
La carta e il territorio

Sono un estimatore di Michel Houellebecq e sono andato subito a leggermi il suo ultimo romanzo, interessante fin dal titolo, "La carta e il territorio".
La carta, anzi le carte, sono quelle della Michelin, che proiettano un giovane artista, Jed Martin, nell'olimpo della celebrità. Il romanzo ruota attorno a questo personaggio - tipico, solitario anti-eroe houellebecqiano - seguito, com'è costume dello scrittore francese, praticamente dalla nascita alla morte, forse perché, è cosa nota, non si può dire di nessuno che abbia avuto una vita fortunata fin quando non è spirato.
Il contraltare di Jed Martin non è rappresentato tanto dalla sua amante - bellissima manager russa in carriera che ad un certo punto lo molla perchè il lavoro la richiama in patria (l'amore, per Houellebecq, è sempre scacco e sconfitta, in questo caso una resa senza condizioni alle logiche dell'economia globalizzata) - ma dallo stesso scrittore, ovvero Houellebecq, del quale Jed Martin decide di realizzare un ritratto. Nella parte finale del romanzo Houellebecq viene ritrovato morto - diciamo di più, ucciso in maniera raccapricciante, fatto a striscioline con un attrezzo cururgico e sparso sul pavimento di casa a comporre una sorta di quadro a la' Pollock - il che innesca una digressione "gialla" fino alla scoperta dell'assassino (che non è un estremista islamico, come forse qualcuno si aspetterebbe visti i trascorsi dello scrittore...).
L'epilogo è affidato nuovamente a Jed Martin, che del tutto disilluso sulle possibilità offerte dai rapporti umani in genere, e parimenti del tutto disinteressato agli effetti del successo, si lascia invecchiare in una sorta di splendido isolamento, lasciando dietro di sé, alla sua morte, un'ultima opera, dedicata alla natura che circonda la sua abitazione. C'è spazio anche per un ultimo sguardo gettato dall'artista, ormai molto anziano, sui cambiamenti intervenuti nel frattempo nella società: forse non l'apocalisse che si aspettava, invece un lento slittamento, la colonizzazione delle campagne da parte di persone che di radici piantate nella terra non ne hanno, giovani new age, turisti "verdi" ecc.
C'è chi ha trovato questo romanzo (premio Goncourt in Francia) più debole dei precedenti (perlomeno di alcuni di essi), meno riuscito anche sul piano formale. Personalmente mi semba un'opera felice, che presenta elementi di continuità con il passato ma anche alcune discontinuità. Manca ad esempio la particolarissima "fantascienza" che caratterizzava "Le particelle elementari" e anche l'ultimo "La possibilità di un'isola". Manca il sesso, che condiva abbondantemente le opere del passato, sia come elemento salvifico o perlomeno consolatorio (minato dall'incedere delle età e dunque caduco), sia come metafora dell'incomunicabilità (anche generazionale).
C'è, invece, di nuovo il rapporto padre-figlio, sempre straziante; c'è la vecchiaia in quanto anti-vita, posto che la vita, nel mondo moderno, è tutt'uno con giovinezza, salute, corpo, disponibilità, ambizione, fun (o con le loro rappresentazioni). C'è l'eutanasia, nulla di romantico, nulla a che vedere con un diritto faticosamente conquistato: una pratica discreta, asettica, anch'essa asservita alle logiche del mercato. Ci sono i marchi, i brand. Ci sono, come sempre, interessanti digressioni cultural-filosofiche, qui legate al mondo dell'arte, soprattutto; evidentemente l'autore francese se le può permettere (come se le poteva permettere Kundera), dal momento che i suoi libri comunque vendono e quindi lettori ne hanno. Per fortuna.
Torno su una delle peculiarità dei romanzi di Houellebecq: seguire i personaggi durante tutto l'arco della loro vita. Nel suo penultimo lavoro il protagonista (in realtà un clone) esce dallo spazio chiuso e protetto nel quale alcuni eletti, in un ipotetico futuro, vivono, in assoluta solitudine (anche sessuale), per addentrarsi in un mondo popolato di bruti e arso dagli effetti dei cambiamenti climatici. L'epilogo non era consolatorio: arrivato sulla riva di un mare semiprosciugato, il viandante non trovava nulla, nessuna risposta, nessuna compagnia. Avrebbe probabilmente atteso di disseccarsi lì, sul bagnasciuga chimico.
In questo "La carta e il territorio" la fine è più interlocutoria: la solitudine dell'uomo è sempre dominante, l'impossibilità dell'amore una certezza, il disincanto con cui i diversi personaggi vengono, ognuno a suo modo, a patti, indiscutibile; ma ci rimangono i video girati da Jed Martin, per anni, meticolosamente, nei boschi all'interno della sua tenuta. Il trionfo di un vegetale comunque estraneo alla vita così come noi la conosciamo ma che in qualche modo, testardamente, è (e ricordiamoci che Houellebecq è un estimatore di Lovecraft, altro sguardo lanciato su un universo parallelo caotico ed estraneo).
Ed ecco l'incipit:
“Da qualche settimana si era messo a parlare alla sua caldaia. E la cosa più inquietante – ne aveva preso coscienza due giorni prima – era che adesso si aspettava che la caldaia gli rispondesse. L’apparecchio produceva è vero rumori sempre più vari: gemiti, ronzii, schiocchi, sibili di tonalità e di volume differenti; ci si poteva aspettare che un giorno o l’altro arrivasse al linguaggio articolato. Era, insomma, la sua più vecchia compagna.”
Non sono affatto ironico quando scrivo “Qualche volta aveva l’ipermercato tutto per sé – e gli pareva fosse un’approssimazione abbastanza buona della felicità”. In senso letterale deve essere intesa questa frase. Il luogo del consumo è ambiguo come ogni residuo mitologico. E’ la favola che l’umano continua a desiderare: quella che fa paura, dove c’è il lupo.
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Michel Houellebecq
ALTRI CONFINI
Alcuni scatti da Gerusalemme, Ramallah (West Bank) e Galilea.
Pietre vive, albe, mondi che si sfiorano in una terra che non mi illudo certo di avere compreso in pochi giorni e che forse non comprenderei in dieci secoli. E quando non si è sicuri, quando in gioco c'è così tanto, forse l'unica cosa da fare è sforzarsi di stare accanto a chi, in un modo o nell'altro, cerca di costruire percorsi di pace, o quantomeno i presupposti (magari fragili, e tuttavia tangibili) per un dialogo possibile, di là dalle divisioni secolari, dalle occupazioni, dai razzi e dai lutti.
Quanto al resto, la sera dello Shabbath, una terrazza affacciata sul Muro, il senso di essere in uno di quei posti dove si fa il nodo, dove tutto confluisce, dove le parole pesano sul serio. Un tramonto sul monte delle Beatitudini, quando i turisti se ne sono andati, quando il silenzio è cosa solida e parla. Un kibbutz annegato nell'oscurità della notte, e dal belvedere, a pochi chilometri, il confine libanese, le luci di un villaggio controllato dagli Hezbollah.
"Li osserviamo da qui - ci ha detto la nostra guida - ; in questo periodo stanno costruendo diverse nuove case. Ci fa piacere, perché se costruiscono forse vuol dire che non pensano a fare la guerra a noi".
Non pretendevo di capire cosa fosse giusto o sbagliato, sotto a quel cielo infinito. Sentivo solo una cosa: avrei voluto fermarmi lì. Aggregarmi a quei ragazzi - ebrei, musulmani, drusi, cristiani, o più semplicemente esseri umani, senza etichettature, qualcuno di loro senza neanche fedi da osservare - che sperimentavano il teatro sul confine, provando a vivere assieme, "come in una sorta di Grande fratello al contrario", mi ha detto uno, dove lo scopo non è eliminare gli altri ma resistere, condividere la cucina e il tetto, sopportarsi, diventare, nel vero senso della parola, amici.
Fuori dal cerchio magico c'è la cronaca, con le sue miserie e le sue tragedie.

Alba a Gerusalemme.

Mondi si sfiorano.

Mare di Galilea.

Ramallah.

Gerusalemme est.
Pietre vive, albe, mondi che si sfiorano in una terra che non mi illudo certo di avere compreso in pochi giorni e che forse non comprenderei in dieci secoli. E quando non si è sicuri, quando in gioco c'è così tanto, forse l'unica cosa da fare è sforzarsi di stare accanto a chi, in un modo o nell'altro, cerca di costruire percorsi di pace, o quantomeno i presupposti (magari fragili, e tuttavia tangibili) per un dialogo possibile, di là dalle divisioni secolari, dalle occupazioni, dai razzi e dai lutti.
Quanto al resto, la sera dello Shabbath, una terrazza affacciata sul Muro, il senso di essere in uno di quei posti dove si fa il nodo, dove tutto confluisce, dove le parole pesano sul serio. Un tramonto sul monte delle Beatitudini, quando i turisti se ne sono andati, quando il silenzio è cosa solida e parla. Un kibbutz annegato nell'oscurità della notte, e dal belvedere, a pochi chilometri, il confine libanese, le luci di un villaggio controllato dagli Hezbollah.
"Li osserviamo da qui - ci ha detto la nostra guida - ; in questo periodo stanno costruendo diverse nuove case. Ci fa piacere, perché se costruiscono forse vuol dire che non pensano a fare la guerra a noi".
Non pretendevo di capire cosa fosse giusto o sbagliato, sotto a quel cielo infinito. Sentivo solo una cosa: avrei voluto fermarmi lì. Aggregarmi a quei ragazzi - ebrei, musulmani, drusi, cristiani, o più semplicemente esseri umani, senza etichettature, qualcuno di loro senza neanche fedi da osservare - che sperimentavano il teatro sul confine, provando a vivere assieme, "come in una sorta di Grande fratello al contrario", mi ha detto uno, dove lo scopo non è eliminare gli altri ma resistere, condividere la cucina e il tetto, sopportarsi, diventare, nel vero senso della parola, amici.
Fuori dal cerchio magico c'è la cronaca, con le sue miserie e le sue tragedie.
Alba a Gerusalemme.

Mondi si sfiorano.
Mare di Galilea.
Ramallah.

Gerusalemme est.
Ritorno alla terra
Credo non fregherà a nessuno, ma finalmente ho recuperato la password e di conseguenza la voglia di tornare a scrivere qui.
Immodestamente, cito Bowie. "The return of the thin white duke...".
Immodestamente, cito Bowie. "The return of the thin white duke...".
Dieci anni dopo (Il Grande Fratello)

Dieci anni fa "Il Grande Fratello" fu indubbiamente una novità. L'idea era intrigante, spiare delle persone - non gente dello spettacolo, persone anonime - che però sapevano di essere spiate. Filmarle 24 ore su 24. Non tanto per catturare la "verità" (quantunque ogni concorrente si affannase a spiegare che dopo un certo tempo passato sotto l'occhio delle telecamere ti dimenticavi della loro presenza); ma per mettere a nudo i cortocircuiti della popolarità mediatica, l'impazzimento delle persone quando possono soddisfare il loro lato narcisistico. Essere spiato; in diretta; dalla televisione. Si può immaginare un'esperienza più potente di questa, oggi?
Sembrava la volgarizzazione di un'idea di Andy Warhol, che, come noto, accendeva la telecamera e chiedeva semplicemente ai suoi attori, alle sue superstar (tutta gente presa dalla strada), di fare qualcosa. Qualunque cosa.
Cosa faresti se sapessi che tutta l'Italia ti sta guardando? Come ti comporteresti? Quale lato di te vorresti mettere in mostra? Quale sarebbe il personaggio che sceglieresti di impersonare, pur fingendo di essere sincero?
Naturalmente le cose non stavano proprio così. Non tutto era permesso nella casa del Grande Fratello. Un copione, dopotutto, esisteva. Via via la trasmissione si riempì di prove, di cazzate. Tutto questo fatalmente la rese sempre meno interessante, un passatempo per coatti. Non si poteva leggere, non si poteva parlare di ciò che accadeva fuori (politica, cultura ecc.), la situazione era falsata in partenza. E poi, la scelta dei protagonisti. Cosa sarebbe successo se nella casa ci fossero stati dei professori universitari, o delle casalinghe di Voghera, anziché dei ragazzi decerebrati?
Ciononostante, la prima edizione del Grande Fratello fu uno spettacolo, uno degli ultimi offerti dalla nostra tv. E Taricone ne fu l'indiscusso mattatore, quello che, come si dice "bucava lo schermo". Quello che il sistema mediatico un po' sembrava volerlo decodificare, demistificare. Oppure solo, quello che non voleva essere fregato, che puntava a resistere, a farcela sulla lunga distanza, e come tutte le persone consce di non essere dotate di straordinari talenti naturali, studiava.
Onore al Guerriero, dunque, come scrive Saviano sul suo FB.
Sulle rotte del mondo due

Fra un paio di mesi ritorna in Trentino Sulle rotte del mondo. Una delle cose più belle a cui ho partecipato l'anno scorso.
E' estate e penso alla neve
Era fondamentalmente buono, aiutava il prossimo. Non voglio dire che fosse un santo, sempre chi aiuta il prossimo soddisfa, al tempo stesso, un proprio bisogno. Lui voleva essere amato, aveva bisogno di essere amato, altri sono mossi da appetiti più brutali (il potere)o più miserabili (la ricchezza), lui chiedeva considerazione, la gente del quartiere andava da lui, gli domandava aiuto, per sbrigare una pratica, per sbloccare qualcosa che si era incagliato nelle ruote della burocrazia, non ha mai chiesto niente in cambio, gli bastava questo, l'essere un punto di riferimento, gli bastava questo per non sentirsi solo e senza amore, non ha mai chiesto niente, neanche un pollo, neanche un sacchetto di castagne, è morto povero in canna e probabilmente solo.
Era stato un marito fedele. Dopo la morte della moglie ha avuto delle storie, una in particolare, che lo ha screditato agli occhi di parecchia gente che comunque, forse, già gli voleva male. Una donna diversa da lui e molto lontana da lui anche sul piano delle idee, della "politica" (la politica per lui aveva avuto una grande importanza, pur non avendola mai praticata sul serio, non aveva il cuore col pelo, non sarebbe sopravvissuto, era un uomo che si scaldava con poco, gli andava subito alla testa, le chiacchiere, le accuse, la rabbia, lo schifo in cui altri vivono immersi, senza avvedersene mai).
Una donna bella e più giovane, che forse si è servita di lui, che forse ha imparato da lui. Non avevo pietà per la sua sofferenza. Avrei potuto cercare di comprenderla. Questa debolezza, questo tarlo... La via dell'umana simpatia è preclusa ai figli di certi padri. Sun-pàtos. Avrei potuo sentire quello che sentiva lui perchè anch'io, nelle mie occasioni,l'ho sentito, anch'io quella tara.
E' comparsa improvvisamente il giorno in cui è stato cremato, il giorno del sole che spunta alle 3 del pomeriggio a riscaldare la neve caduta durante il mattino, il giorno del cielo prima bianco e poi azzurro, il giorno delle catene, il giorno del commiato finale. Una presenza discreta. Ci siamo stretti la mano. Tante volte avevo pensato di telefonarle e per fortuna,almeno questo, non l'ho fatto.
Dopo ha nevicato ancora. Una sera sono rimasto seduto nella panchina fra i palazzi, tutto luccicava, stelle, semafori, mucchi di neve, avrei voluto dormire lì.
Ma si sono anche liberate delle energie, l'ammetto. Qualcosa si è allentato. E' diventato più morbido, in un certo senso.
Dopo, sono successe altre cose. Non è che la vita sia tornata a scorrere. E' che la vita è cambiata. E - anche questo va pur detto - non solamente in peggio.
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