Nuove "mazzate" alla cooperazione allo sviluppo?


Questo post è un copia-incolla da questo sito http://www.gennarocarotenuto.it/ che a sua volta cita come fonte Lettera 22. Ammetto che non ho fatto un grande sforzo e cercherò di approfondire il tema - che mi sta molto a cuore - nei prossimi giorni.

Quando qualcuno vi chiederà che differenza c'è fra destra e sinistra...ecco, questa è una delle differenze. La cooperazione allo sviluppo non è tutta rose e fiori. Spesso si accompagna a sprechi, inefficienze, vanagloria dei cooperanti e degli stessi missionari. Ma al suo meglio è una delle espressioni più belle e importanti della generosità della società civile, della sua capacità di andare verso ciò che è "altro da sé". Sacrificarla alle iniziative militari (che pure personalmente - a differenza di molti pacifisti - non condanno in toto, convinto come sono che in certi contesti servano) mi pare un grave errore prima di tutto culturale.

Sulla Gazzetta Ufficiale di oggi compare un decreto legge che è un cambio paradigmatico per la cooperazione italiana. Il decreto legge sulle missioni militari all’estero taglia infatti oltre 100 milioni di euro alle attività civili.
L’Italia, che era al penultimo posto dopo gli Stati Uniti per la cooperazione allo sviluppo, diventa così ultima, oramai sotto lo 0,1% del PIL, e gli obbiettivi del Millennio sono carta straccia.
Ma non basta: penalizza il Ministero degli Esteri e privilegia quello la Difesa. Toglie fondi alle Ong e alle associazioni e favorisce la cooperazione dei militari (...).


Non è bastato che la legge Finanziaria abbia tagliato i fondi della Cooperazione allo sviluppo con una riduzione agli stanziamenti che, scrivevano in settembre alcuni parlamentari in un’interrogazione, porteranno “la percentuale del Pil destinata alla lotta contro la povertà al livello dello 0,1%”, quando l’Italia aveva assunto impegni vincolanti “per stanziare entro il 2010 lo 0,51% quale tappa intermedia per raggiungere lo 0,7 previsto per il 2015”. Carta straccia degli obiettivi del Millennio, ma non solo.
In questi giorni il mondo umanitario si rigira tra le mani il “decreto missioni” – che decide i finanziamenti dei nostri impegni militari all’estero – con non poche sorprese con cui fare i conti. Dopo che la finanziaria ha tolto alla Cooperazione oltre il 56% di quanto previsto dalla manovra 2008 riducendo il budget a circa 320 milioni di euro, una mazzata arriva anche dal decreto legge sui rifinanziamenti agli impegni all’estero, varato dal governo e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale a inizio gennaio. Dalle voci di spesa spariscono completamente gli oltre cento milioni di euro che, nel dl scorso, garantivano fondi alle attività di cooperazione civile. Tutto adesso passa in mano ai militari (...).

Di poeti vivi e morti e di vacche sacre

Carlo Martinelli nel suo blog http://martinelli-trento.blogautore.repubblica.it/ ricorda il poeta sudtirolese Norbert Conrad Kaser (Bressanone 1947, Brunico 1978) a cui il mensile "Poesia" dedica uno spazio questo mese.

Quello di Kaser è uno dei (pochi) nomi della letteratura di queste terre di confine che periodicamente ritorna, un po' per la qualità della sua opera, un po' per la sua forte personalità, i cui tratti distintivi erano una sincera, generosa ribellione nei confronti degli stereotipi della piccola patria (o Heimat che dir si voglia) e una sofferenza esistenziale che lo avvicinava in qualche modo ad altre figure tragiche del nostro tempo (i nomi che mi vengono in mente in questo momento sono quelli di Kerouac e di Ian Curtis, anche se mi rendo conto che nulla hanno a che fare con il microcosmo sudtirolese, con il dolore che possono ispirare queste montagne per altri versi magnifiche, con il "tedio-morte" del vivere in provincia, come lo cantava Guccini).
Ricordo che lessi il suo celebre intervento nel quale invitava a spennare come un galletto l'aquila rossa che campeggia nello stemma del Sudtirolo e a organizzare un grandioso macello delle "vacche sacre", dei tedeschi così come degli italiani. Erano gli anni in cui si consolidava l'Autonomia dell'Alto Adige/Sudtirol secondo le linee del secondo Statuto: un'Autonomia fondata sulla divisione e la spartizione, esemplificate dalla proporzionale (tot soldi, case, posti di lavori ai tedeschi, tot agli italiani), fondata a sua volta sulla dichiarazione di appartenenza etnica (quella che oggi spinge tanti italiani a dichiararsi tedeschi anche se magari le loro radici sono in Sicilia, così da accedere ai posti riservati al gruppo tedesco nei concorsi).
Kaser rimase ai margini, come in fondo anche Alex Langer. La sua poesia non si prestava alle celebrazioni retoriche, non suonava la grancassa dell'identità. Il prezzo da pagare è stato come sempre altissimo: morte per alcol.
Scrisse di lui Langer, nel 1980: "Norbert era morto d'isolamento all'età di 31 anni: sempre più profondamente immerso nell'alcool e nello sforzo estremo di scuotere, di comunicare qualcosa, di graffiare. Non gli piacevano le avanguardie troppo spinte: con le femministe di Bruneck aveva polemizzato per una scritta irriverente sui muri della chiesa e nel 1976 si era iscritto, senza mai contarvi nulla, nel PCI, quasi a dimostrare che non voleva restare solo (ma nel Sudtirolo il PCI significa un isolamento cocciuto ed ostinato, non molto dissimile da quello di chi sceglie forme più libere di lotta e di dissenso). L'isolamento era rimasto, anche le supplenze in varie scuole elementari gli erano state tolte, e sempre aveva da combattere con la miseria."
Forse l'aspetto extraletterario ha prevalso, suo malgrado, su quello letterario. La critica di Magris alla letteratura sudtirolese è nota: "La più viva letteratura tirolese ha fatto propria [la] autodenuncia, assumendola quale condizione di autenticità e trasformandola in una beffarda e aggressiva autocelebrazione. (...) Grazie al conservatorismo talora retrivo della cultura ufficiale sudtirolese, è facile essere scrittore osteggiato e meritarsi considerazione in virtù della prepotente ostilità dei benpensanti."
Per conto mio, per Kaser (e per Zoderer) questa critica è ingenerosa, anche se è difficile scindere il giudizio artistico da quello "politico".

Ma quali sono le vacche sacre, oggi?

Per gli italiani dell'Alto Adige una di esse continua tristemente ad essere il Monumento alla Vittoria, costruito in epoca fascista per celebrare la presunta "civilizzazione" di queste terre da parte degli italiani/latini (intendiamoci, è un bel manufatto, nel senso che occupa egregiamente lo spazio in cui è collocato, ma, insomma, si potrebbe anche ripensarlo, no?)
Per i tedeschi la vacca sacra per eccellenza è la Svp, il "partito di raccolta dei sudtirolesi di lingua tedesca"; purtoppo chi vuole macellare questa vacca è assai di destra e propugna un etnicismo ancora più intransigente (anche se sospetto che dietro agli slogan vi sia soprattutto una lotta per il potere).
Poi, forse, anche la memoria di Langer è oggi suo malgrado una vacca sacra (di lui, come di altri, si ricordano meno, o con meno slancio, le posizioni più problematiche, come quella in favore di un intervento armato dell'Onu per liberare Sarajevo dall'assedio. Senza contare che quest'uomo osò sfidare la vacca sacra sudtirolese per eccellenza, quella della dichiarazione etnica, quando si candidò a sindaco di Bolzano: e ad appoggiarlo furono in pochissimi, anche a sinistra. Questo ricordo turberà qualcuno nel sonno, oggi?).
E un'altra vacca sacra ancora è la riserva geografica sui posti di lavoro pubblici, quella che consente, assieme al patentino di bilinguismo, di mantenere i sudtirolesi in una dorata boccia di vetro, al riparo dalla concorrenza esterna (tranne che in alcuni settori come la scuola).
Tutto questo ha qualcosa a che fare con la poesia? Forse sì, perché la poesia non dimora nel Parnaso ma nei bar, nelle biblioteche scolastiche, nei vicoli pieni di pioggia, sulle rive del Talvera, sui crinali assolati, sotto la neve, odora di pause-caffé e preservativi, giornali del mattino e posaceneri. E' questa cosa qui che viene a soccorrerci al termine di infinite riunioni, decisioni di cui poco ci importa, burocrazia, buste paga, pettini e specchi.

Per lo meno, lo spero.
(Foto: un maso dell'Alto Adige/Sudtirol - m.pontoni)

Guerra inutile


Non si può non scrivere qualcosa su Gaza.

Diamo per scontato l'orrore che tutti proviamo per ogni guerra. Diamo per scontato che non tutte le guerre sono uguali, che ci sono guerre in qualche modo risolutive (la guerra che il mondo combatté contro la Germania nazista, l'Italia fascista e il Giappone teocratico-imperialista, ad esempio, o la guerra del Vietnam, o la guerra d'Algeria) ed altre che non risolvono nulla (questa qui ne è un esempio lampante)

Diamo anche per scontato che non è questa la sede per rifare la storia dello stato d’Israele e dei suoi rapporti con il resto del mondo, dal 1948 ad oggi.

Limitiamoci ad un paio di considerazioni. La prima riguarda la politica interna di Israele. Questa che si sta combattendo è una guerra definita anche da diversi osservatori ebrei come preelettorale. Il 10 febbraio in Israele si vota: il governo vuole incassare quanti più consensi possibili, e questo vale sia per Kadima, il partito di maggioranza in cui militano il presidente Peres (già colonna dei laburisti), il premier Olmert e il ministro degli esteri Tzipi Livni , sia per i laburisti del ministro degli esteri Barak. A novembre un sondaggio dava infatti in testa la destra del Likud. Ad essere in difficoltà sarebbero soprattutto i laburisti, sfidati sia dal centro, sia dalla destra sia anche dalla sinistra (scrittori-intellettuali compresi). Con l'attacco sferrato ad Hamas il Labour spera ora di accreditarsi come un partito, se necessario, "forte", dopo avere sostenuto, in passato, le ragioni della tregua (scaduta appena una settimana prima dell'inizio delle operazioni militari nella striscia di Gaza).
E' evidente comunque che una guerra troppo lunga non gioverebbe all'attuale maggioranza, e che una disfatta come quella del Libano sarebbe fatale per Olmert (nulla di nuovo rispetto a quanto già visto in passato).

Sul piano internazionale, Israele sarebbe penalizzato da un numero, diciamo così, eccessivo di morti (civili, palestinesi) o di "danni collaterali" (scuole Onu comprese); ma è vero anche che Gerusalemme non sembra preoccuparsi eccessivamente delle critiche, soprattutto europee. Parliamo di un paese abituato a difendersi a prescindere dalle simpatie di cui può godere.
Il 20 gennaio - altro elemento di cui tenere conto - a Washington si insedia Obama. Il quale ha già chiarito che Israele ha il diritto di rispondere con la forza alle aggressioni missilistiche di Hamas. Tuttavia, il nuovo presidente americano rappresenta pur sempre una novità per Gerusalemme. In questo senso i vertici di Israele devono essersi rallegrati che la tregua è scaduta e che quegli idioti di Hamas hanno ripreso a tirare i Qassam, così da poter mostrare i muscoli adesso e senza eccessivo imbarazzo.

La cosa più interessante però è probabilmente l’atteggiamento dei paesi arabi circostanti. In difficoltà con le loro popolazioni, chiedono il cessate il fuoco e magari condannano verbalmente Israele, ma di fatto non sono troppo dispiaciuti di quello che sta succedendo. Perché dietro a Hamas (così come agli Hezbollah) c’è l’Iran e l’Iran non piace affatto a egiziani, siriani, sauditi ecc. Lo stesso atteggiamento di Abu Mazen, com'è noto, è stato molto cauto. Può darsi stia pensando agli eventuali vantaggi che la Cisgiordania potrebbe ottenere, "per compensazione", dopo la campagna di Gaza. Anche se francamente Israele non sembra intenzionato a consentire seriamente la nascita di uno stato palestinese, per di più in un territorio che vede ancora la massiccia presenza di colonie.

In tutto questo, dunque, i palestinesi sono due volte vittime, anzi tre. Di Israele, di Hamas e del cinismo (o forse dell’incapacità) dei paesi della Lega araba. Questa guerra non risolverà nulla nei rapporti fra ebrei e palestinesi, all'interno e all'esterno di Israele. Non estirperà Hamas né il terrorismo e non rappresenterà una soluzione per il problema dei problemi che Israele ha di fronte, se vuole conservare la sua identità di stato ebraico, quello demografico. Essa rappresenta l'ennesimo capitolo di una vicenda lunghissima, che appassiona e divide l'opinione pubblica (a differenza di altri conflitti anche più sanguinosi, come quelli che lacerano a fasi alterne la regione dei Grandi Laghi o il Corno d'Africa), ma su cui non si ha molto da aggiungere rispetto a quanto già detto o scritto altre volte in passato in favore della convivenza, della riconciliazione, del diritto ad esistere di due stati (o di un unico stato multireligioso e multietnico sulla terra di Israele/Palestina, senza muri, strisce, colonie e territori).

Nota a margine: può l'Italia fare qualcosa? Può farlo con la cooperazione allo sviluppo, innanzitutto. Questo sempre. Può cercare di alleviare qualche sofferenza, anche se farlo a Gaza è particolarmente difficile, visto l'isolamento della striscia.
Può farlo anche con altri strumenti, ad esempio con l'invio di un contingente di militari con compiti di peace keeping? Direi di sì. In Libano male non si è fatto. Ma ovviamente, per un intervento di interposizione da parte di una forza multinazionale bisogna attendere prima il cessate il fuoco.

Ha senso infine proporre tregue o tentare "affondi" diplomatici come quello azzardato dalla Francia? Ogni sforzo ben impostato che vada in direzione di una cessazione delle ostilità, anche solo parziale, è importante, ma onestamente, l'impressione è che questa offensiva terminerà quando il governo israeliano la riterrà non più utile (sul piano politico prima ancora che militare). E non un secondo prima.
Per una veloce rassegna delle posizioni emerse sul tema nei vari blog italiani, spesso con testimonianze di prima mano da Gaza, vedasi http://netmonitor.blogautore.repubblica.it/?ref=hppro

Foto: l'Exodus, la leggendaria nave che portò, nel 1947, contro il volere dell'Inghilterra, un contingente di ebrei europei nella Terra di Abramo. Uno dei simboli del sionismo.

Machado - un poeta


Dall'uscio di un sogno mi chiamarono...

Era la buona voce, la voce amata.

-Dimmi: verrai a vedere l'anima con me?

Giunse al mio cuore una carezza.


- Sempre con te... Ed avanzai nel sogno

per una lunga e nuda galleria

sentendo il tocco della veste pura

e il palpitare dolce della mano amica


Antonio Machado (Siviglia, 1875 - Colliure, Francia, 1939)

Lascia perdere, Paoli'...

Ieri sui giornali trentini c'è stato gran casino perché Marco Paolini ha detto in tv che in ottobre (gran tempismo) ha visto che un capotreno non faceva salire un passeggero di colore (che colore? nero, e diciamolo! I wanna be black, cantava Lou Reed senza tanto menarsela...) con la sua bici su un treno locale (della Valsugana). Razzismo, razzismo. Oggi il capotreno replica: ma nelle altre stazioni (quelle che l'acuto Paolini non ha monitorato) non ne ho fatti salire almeno altri 10 (non neri, ovviamente, passeggeri qualunque, perché non c'era posto per le bici). Ora, che ci si possa incazzare con le ferrovie mi sta anche bene (tante storie sull'effetto serra e poi le bici che un treno di questi può contenere sono...udite udite: 2). Che si tiri fuori il razzismo per aumentare il proprio share...mi sta un po' sugli zebedei. Ma forse sono io che sono invidioso e penso male, e Paolini era mosso da sincero sdegno.
Nota dell'ultima ora: Paolini ha chiesto scusa per l'abbacchio. I polli ringraziano.

Mai contenti - i limiti sociali allo sviluppo


In un libro pubblicato per la prima volta in Italia nel 1981 da Bompiani, I limiti sociali allo sviluppo, Fred Hirsch dice che - a differenza di quanto sostenuto dal Club di Roma (i limiti dello sviluppo sono dati dalla finitezza delle risorse/materie prime) - lo sviluppo così come concepito dalle società consumiste è limitato socialmente. La tesi è che, soddisfatti i bisogni di base (mangiare, scaldarsi, ecc. quelli, insomma, che ormai stanno cominciando ad essere soddisfatti anche in Cina) i consumatori si orientino verso una quota crescente di beni e servizi volti a soddisfare bisogni non fondamentali (non biologico-materiali). E fin qui, direte, non valeva la pena di scriverci un libro. Questi beni, però, sono tanto più desiderabili quando più sono "oligarchici", ovvero riservati a pochi: beni di status, o beni il cui uso è fortemente legato alla scarsa diffusione, alla difficoltà di accesso, alla limitatezza. Banalmente: un'auto lussuosa e veloce è tanto più desiderabile quanto più essa "spicca" su uno sfondo di utilitarie lente e cheap, una vacanza su una spiaggia tropicale è tanto più "unica" quanto più la spiaggia è deserta ecc.

Ma le società aperte, democratiche, basate sui consumi di massa devono lasciare aperto a tutti - almeno sul piano ipotetico - l'accesso a tali beni. Il risultato è una crescente insoddisfazione ai livelli più "bassi" (tra chi per ragioni di reddito, di status ecc. non può accedere a certi beni, dalle scuole private ai fuoribordo) ma anche ai livelli più alti, a mano a mano che crescono la pressione dal basso e l'affollamento.

Questa lettura, che a suo tempo trovai illuminante, mi è ritornata alla mente ieri, leggendo un fondo di Maurizio Ferrera sul Corriere dedicato alla crisi: "Il ritorno alla frugalità - Epicuro e crisi dei consumi".

Ferrera scrive che il cosumismo tende a provocare "una vera e propria rincorsa posizionale fra individui e gruppi sociali: ciascuno aspira a consumare un po' di più del suo vicino e (...) questa escalatation ha poggiato su comportamenti spesso irrensonsabili dal punto di vista finanziario, grazie a carte di credito e mutui ipotecari che hanno consentito a moltissime persone di spendere al di là delle loro reali possibilità. La crisi in cui siamo precipitati è almeno in parte connessa anche a questi comportamenti. Se servisse a fare calare la febbre dell'iperconsumo (...) potrebbe indurre una salutare bonifica in alcune pratiche sociali che hanno finito per provocare enormi circoli viziosi".

Sul piano sociale ed etico Ferrera non si richiama tanto ai precetti religiosi - diciamo all'anticonsumismo di matrice "francescana" - quanto agli ideali classici (greci e latini) della temperanza, della costanza e della moderazione, agli stoici e a Epicuro, che raccomandava, a chi insegue la felicità, di semplificare bisogni e aspirazioni.

Tutto questo mi piace e mi pare essere oggi il tipo di critica più radicale alle società (capitaliste?)consumistiche che si possa concepire, smascherate le ipocrisie del comunismo (che, ovunque si sia realizzato, dall'Urss al Vietnam, dalla Romania alla Cina, era sempre e comunque "sviluppista", ma in una maniera assai più inefficace E TAROCCA che nelle società di mercato).

Semmai mi verrebbe da aggiungere che chi ha pochi mezzi ha sempre fatto di necessità virtù (vi ricordate la canzone? "mo viene Natale, nun teng'e denare, me leggo il giurnale, e vado a cuccà") e che questo "nuovo epicureismo" è difficile da concepire in società che ti sbattono davanti al naso ad ogni piè sospinto la desiderabilità di un'esistenza di agi, privilegi, bellezza e ricchezza. I comportamenti sociali non sono solo una questione di volontà; se l'input che ricevo fin da bambino è che il "massimo" è rappresentato dai big della finanza e dalle star del cinema o dello sport (dai loro vestiti, dai loro corpi continuamente ritoccati, dalle loro ville, dalle loro fidanzate/fidanzati, dal potere che esercitano in virtù del loro denaro) è piuttosto difficile che poi mi orienti alla semplificazione dei bisogni e delle aspirazioni, no? C'è poi un'altra questione, non culturale ma economica. Il fondamento su cui oggi il "sistema" poggia è quello della competizione: competitività è la parola d'ordine, ad ogni livello, dall'Unione europea ai piccoli, piccolissimi territori (e alle loro piccole, talvolta piccolissime aziende). Come conciliare la frugalità con questa spinta continua, questa sollecitazione incessante a innovare, crescere, perfezionare, perfezionarsi? Una volta ho sentito lamentare a un imprenditore: "Le stiamo tendando tutte, cazzo, per portare il ciclo di vita di quel prodotto (pc? telefonino? tostatape? scarpone da sci? occhiale da sole? vedete un po' voi...) sotto ai 12 mesi!".

(foto del sottoscritto: Sri Lanka, raccoglitrici di te)

Discorso di fine (e inizio) anno

"Vi è un'altra mia preoccupazione. non posso nascondervela. Si stanno verificando scandali. Non si verificano questi scandali nella classe lavoratrice propriamente detta. Si stanno verificando in alto questi scandali, tra gente, tra persone che stanno bene economicamente, ma che, si vede, sono insaziabili di danaro, di ricchezza. Scandali che turbano la coscienza di coloro che onestamente lavorano e che onestamente si guadagnano il necessario per vivere. Quindi la legge sia implacabile, inflessibile. contro i protagonisti di questi scandali, che danno un esempio veramente degradante al popolo italiano."
Di Pietro? Beppe Grillo? Qualche feroce "giustizialista"?
No, è Sandro Pertini, in un suo discorso di fine anno di quando era presidente.
(Rubo questa citazione a leonardo, al solito il migliore, anche in questo 1 gennaio 2009).

Buon anno ragazzi (e ragazze)


Questa canzone dei CSI fu distribuita su un cd promozionale allegato alla rivista "Il Maciste". Poi ripubblicata su "Noi non ci saremo vol. 2".

Alla chitarra il grande Massimo Zamboni. il the Edge de noaltri. Alla voce Giovanni Lindo Ferretti pre-conversione (bisogna dire che una certa brezza "religiosa" spirava da sempre in molti dei suoi testi, ed era esplosa in maniera plateale già con i CCCP, quando in coda ad una canzone dedicata ai palestinesi salmodiava "madre o madre, oh, madre mia, l'anima mia, si muove a te..."; ed erano brividi, quei brividi che purtroppo da quando si accompagna a Giuliano Ferrara Giovanni Lindo non regala più. Comunque sia, questa canzone, come altre in cui si intravvedono i fuochi delle guerre balcaniche, ma anche le reminiscenze di Fenoglio, l'epica partigiana consumatasi sulle montagne dell'Appennino, è bellissima. E dunque: buon anno ragazzi e ragazze).

Scartato il gusto del ritrovamento
di un'origine inesistente
non esiste, proprio non c'è.

Scontata l'importanza del vestire
in maniera adeguata e conveniente
di una qualche compagnia piacente...

Siccome tacciono quelli che sanno, siccome tacciono
Buon anno, ragazzi e ragazze
Buon anno

Impostori e piccoli dei
in corpo pallido bronzeo nero
consapevoli sterminatori
accorti nel distruggere
attenti per arricchire
piccoli eroi mai sazi
consapevoli sterminatori complici e profittatori...

Siccome sanno quello che fanno
Non li perdono non li perdonerò
Siccome sanno quello che fanno...

Ora la neve scricchiola sotto le scarpe rigide, si condensa il respiro come fumo pastoso risucchiato dal vento, l'aria è fredda la luce bluastra, cani col muso a terra e pelo dritto, ordini nuovi secchi taglienti...

Nessuna garanzia per nessunoNessuna garanzia per nessunoNessuna garanzia per nessunoNessuna garanzia per nessunoNessuna garanzia per nessunoNessuna garanziaper nessuno...

GUARDA QUI http://www.youtube.com/watch?v=fr7oBpg3sLQ

E adesso un po' di esegesi:

Cosa può essere quell' "origine inesistente" che proprio non c'è? La nostra identità, intesa come amalgama di sangue e suolo, la nostra verginità culturale, etnica, di popolo. Non siamo puri, non abbiamo una sola origine. Non abbiamo un destino segnato, una missione da compiere. Siamo impasto di tante cose, siamo "bastardi", misti, multipli, sfaccettati. Abbiamo molte opportunità davanti a noi, nel bene e nel male.
Cosa vuol dire "scontata l'importanza del vestire in maniera adeguata ..."? Beh, qui si enuncia una cruda verità. La forma prevale sempre sulla sostanza. Perciò, per essere veramente contro, COLTIVIAMO IL NEOPAUPERISMO, cioè VESTIAMOCI ALL'OVIESSE.
Chi sono quelli che tacciono anche se sanno? Un po' tutti, compresi i giornalisti. Compresi i magistrati, professionisti nello scovare le menzogne e le omissioni. La sincerità è - semmai - un fine al quale tendere. Una condotta morale faticosa e, nei dettagli, sempre rinegoziata.
Chi sono gli "impostori e piccoli dei" ecc. ? Ne sono piene le cronache. Sono i criminali genocidiari e i furbetti alla Callisto Tanzi, sono i politici d'Israele che scaricano tonnellate di missili intelligenti su Gaza e i cinici fanatici di Hamas che tengono i palestinesi in ostaggio (anche i puri uccidono), sono i Casalesi, i signori della guerra somali, G.W. Bush, i politici che moraleggiano in pubblico e fanno - come tutti - quello che vogliono in privato.
Sono tanta gente comune.
"Non li perdono, non li perdonerò..." canta G.L., e il tono è profetico, da novello Savonarola. E' quello che oggi chiameremmo "giustizialismo". Il fatto è che i suoi fan non gli hanno mai perdonato, a loro volta, l'incomprensibile passaggio dal comunismo punk situazionista degli esordi al cattolicesimo conservatore di oggi.
"Ora la neve scricchiola" ecc., sotto i piedi dei partigiani che pattugliavano l'Appennino in cui Giovanni è cresciuto e di cui racconta nel suo libro autobiografico, Reduce (che lo ritrae in copertina con un saio). Ma chi sono i partigiani, oggi? Non esistono, perché non è tempo di partigiani, e non solo perché non viviamo in una dittatura ma perché siamo orfani di miti (la Resistenza come mito? Di nuovo Fenoglio...). Mio padre però è stato un partigiano. Onore a chi seppe fare, a suo tempo, le scelte giuste.
"Nessuna garanzia per nessuno", invece, è realmente profetico. E' quello che ci attendiamo per questo 2009 di crisi. Un ministro propone assegni di disoccupazione di 1000 euro al mese, anche per i precari. Mi sembra ci sia molta demagogia ammantata di buonismo e, come scrive oggi Sartori sul Corriere della Sera, scarsa considerazione per una legge fondamentale dell'economia: "La ricchezza bisogna saperla produrre, prima di redistribuirla". E poi 500 di questi 1000 euro dovrebbero essere spesi - dal disoccupato -in "attività di formazione". Ma chi perde il posto oggi non lo perde perché è obsoleto, semplicemente perchè la gente non spende abbastanza, perché le imprese non hanno più ordinazioni. Perché il dorato giocattolo del consumismo ha preso una brutta botta. L'enfasi sulla formazione/riqualificazione è solo un altro esercizio di retorica.
Nessuna garanzia per nessuno, quindi, anche perché chi doveva produrre ricchezza in realtà in questi anni si è dedicato piuttosto ai giochi di prestigio (della finanza, dei mutui "virtuali", dei soldi presi a chi non li possedeva). Nessuna garanzia per nessuno ripetuta all'infinito, come un mantra. I CSI cantavano che "i perdenti sono più adatti ai mutamenti". Forse alla fine è chi ha poco da perdere ad essere più al sicuro (ma Rigoberta Menchù, incontrata qualche settimana fa, diceva che anche tra i guatemaltechi poveri gli effetti della crisi si fanno sentire, perché anche il piccolo artigiano che produce oggettini per le botteghe di Mandacarù è parte della globalizzazione)

Viaggiatori 1

Oggi volare è un'esperienza normale. Mio padre ha preso per la prima (e unica) volta l'aereo a 50 anni. Io a 24. Mia figlia maggiore a 3, quella minore ha già fatto 3 voli prima di avere compiuto i 2 anni.
Considerare con supponenza i turisti è abitudine antica quanto il turismo stesso. Il film "Il tè nel deserto" di Bertolucci rese popolare la definizione di Paul Bowles: "I turisti sono quelli che appena partiti pensano già al ritorno, i viaggatori quelli che partono per andare, e basta" (cito a memoria).
In verità il film era la trasposizione cinematografica di un libro degli anni 40', epoca in cui forse queste parole avevano ancora un senso. Per di più l'autore era un outsider, che aveva lasciato il suo paese, gli Stati Uniti, per il Marocco.
Oggi tutti vanno dappertutto, anche se ci vanno con le guide della Lonely Planet, che continuano a definire certi posti "tourist trap" (cioè trappole per gente sprovveduta, volgare, poco avventurosa), distinguendoli da quelli per veri viaggiatori.
Nutro sentimenti contrastanti verso le Lonely Planet. Fermo restando che sono utilissime, da un lato le trovo terribilmente snob, ma di uno snobismo ormai datato, nell'era dei viaggi low cost, dei master post-laurea in ogni angolo del mondo e di youtube. Dall'altra riconosco che, come tutti quelli che viaggiano con una qualche pretesa culturale (anche quando lo faccio per lavoro), non posso fare a meno di sentirmi distante dalla massa dei turisti, quelli italiani in particolare, che mettono al primo posto delle loro preoccupazioni la cucina (e che senza occhiale da sole di marca non vanno neanche al cesso).
E' che il mondo diventa di giorno in giorno sempre più surreale. Pieno di gente che si spinge in posti esotici e ricchissimi di cose da vedere, da imparare, da capire come Zanzibar, lo Sri Lanka, il Sinai e poi si lamenta del pasta corner.
Chi sono allora oggi i veri viaggiatori, quelli per i quali si adatterebbe la definizione di Paul Bowles? Gli emigranti, ovvio. Che una volta eravamo noi e ora sono tutti quegli africani, latini, esteuropei ecc. che partono alla volta delle nostre frontiere senza biglietto di ritorno in tasca. E spesso senza neanche quello d'andata.
Anche le tecnologie per le comunicazioni hanno contribuito a cambiare la dimensione del viaggio. In passato viaggiare significava telefonare o scrivere a casa una volta ogni tanto, se si aveva tempo, se si aveva denaro a sufficienza, se i telefoni erano disponibili (ricordo che oltrecortina- nella fattispecie, la Romania di Ceausescu - telefonare in Occidente significava andare all'ufficio postale e mettersi in paziente attesa, a volte anche di un'ora e passa). Oggi i telefonini rendono possibile la magia di fare viaggiare non solo le parole ma anche le immagini e gli scritti pressoché istantaneamente da qualsivolgia parte del mondo a qualsivoglia altra parte. C'è il piacere di condividere minuto per minuto un'esperienza anche con chi è lontano o non è potuto venire con noi. C'è la sicurezza di essere sempre reperibili, rintracciabili. C'è il senso di appartenenza ad una rete mondiale, una sorta di "fratellanza elettronica".
La dimensione della solitudine - e quella sorella dello spaesamento - devono essere invece attivamente cercate.
(foto: il Galle di Colombo, Sri Lanka)

Nuove sensazioni




Sta piovendo, la televisione aveva detto che dovevamo aspettarci un Capodanno con la neve. Le strade ormai sono quasi vuote. Sono le 9, tra poco le feste cominceranno e i camerieri nei ristoranti serviranno gli antipasti con i vini bianchi secchi.
Sto cercando una pizzeria aperta perché ho promesso a Noemi che avremmo mangiato la pizza ma qui sono tutte chiuse, sì, se c'è una pizzeria aperta la troverò solo in centro.

Rosso. Verde. Sto cercando una pizzeria aperta, e qui devono fare un sottopassaggio, perché non si sbrigano a farlo, sono due anni che ne parlano. Ho messo i guanti così le mani sono riparate ma l'aria in faccia fa male, per fortuna non piove tanto, solo un po', oltre l'incrocio la strada è nera, coraggio, l'aria in faccia mi sveglia. E come sempre guardo le persone, mi piace guardare le facce e immaginarmi le storie.

Una donna bionda, elegante, è scesa dal Cherokee parcheggiato in mezzo alla strada, aveva i capelli in disordine, l'espressione concentrata di chi deve risolvere un problema. Io lo so, lo so, devo cambiare la mia visione delle cose, devo abbandonare la mia solita visione negativa, con l’anno nuovo basta.
La donna entra in un bar, faccio appena in tempo a scorgerla nell'angolo dello specchietto, è entrata, più vicina ai quarant'anni che ai trenta, bella donna, indossa una pelliccia corta e le ginocchia sono scoperte. Quello è un bar di uomini, non sono abituati a vedere una cliente così. Lei va dritta al banco, compra sigarette, gira sui tacchi e esce, forse deve prendere anche lei un'importante decisione, forse l'attività che gestisce è sul punto di fallire, forse ha dei figli che le danno dei dispiaceri.
Io sto andando in città a cercare una pizzeria, sto andando col motorino e Noemi aspetta con mia madre in casa di mia madre, guardando la tv. E da una casa isolata nel tratto di campagna che separa il paese dalla città sparano un razzo luminoso, che attraversa la pioggia lasciando una scia.

È iniziata, non so quando. Una volta, dovevo avere non più di nove anni, mi ricordo che avevo accompagnato mia madre dal medico, la sala d'aspetto era piena di pazienti già in attesa che sfogliavano rotocalchi, così ho chiesto a mia madre se potevo uscire fuori sul giroscala, e lei disse: "Però non scendere in strada". Sono uscita ma non ho acceso la luce, mi sono seduta al buio e una meravigliosa sensazione di infelicità m'invase, per niente, era infelicità per niente. Cantavo a fior di labbra una melodia triste, la sigla di uno sceneggiato televisivo... All'improvviso si è aperta la porta di un appartamento, un uomo è uscito fuori, ha acceso la luce, e si è spaventato nel trovarmi lì così, seduta sul primo scalino. "Cosa fai al buio, bambina?". Ero imbarazzatissima, non sapevo cosa dire. Già allora capivo, vagamente, sì, ma lo capivo che è male, è peccato mortale sentirsi a quel modo per niente e coltivare una visione negativa delle cose, tutta la vita ho provato lo stesso disagio nei riguardi del mio umore.

Sto andando a comperare le pizze, ora ci sono due ragazzi, uno ne spinge un altro e tutti e due attraversano la strada lucida, si dirigono verso la sala giochi. Il gestore è uscito sulla porta come per riceverli, ma scuote il capo, starà dicendo che è tempo di chiudere, il ragazzo in carrozzella allarga le braccia, poi si tocca il polso "Sono le 9, dai, una partita sola...". Il gestore ammette che sì, di solito chiude alle 10, ma è la sera di Capodanno, non c'è più dentro nessuno, e ha promesso di portare la sua ragazza a ballare, deve correre a casa a cambiarsi. "Ragazzi, mi spiace, venite dopodomani, anzi, sapete cosa? Il tempo di chiudere e andiamo a farci un brindisi qui di fronte, offro io".
Prendo un vicolo che porta in centro, fuori sui poggioli ci sono alberi di Natale decorati con luci intermittenti, immagino le storie di quelli che abitano nelle case, come sempre, ho la mia visione viola, la mia visione strana, strappata, ho la mia visione negativa delle cose e ho paura che prima o poi Noemi se ne accorga. Devo cambiare prima che cominci a notarlo, devo modificare la mia solita visione, devo essere positiva, immaginare storie positive, pensare pensieri positivi, io lo so, devo educarmi a provare nuove sensazioni.

Quando ero piccola disegnavo alberi spogli, nature morte, pesci morti, ma presto ho cominciato a nascondere quei disegni, mia madre diceva che bisogna essere allegri, e anche l'insegnante di disegno. Mi sembrava evidente che, con il mio comportamento, ero destinata ad infastidire la maggior parte delle persone. Così mi sforzavo di tenere i miei pensieri per me. La mia vita interiore divenne ricca, popolata di fantasie.
Quando studiavo a volte, dopopranzo, andavo a passeggiare nel greto del fiume, ancora non l'avevano sistemato, era un bel greto sconvolto, pieno di massi, e le pozze d'acqua d'inverno ghiacciavano. Una volta dietro a un cespuglio sorpresi un uomo con sopra una donna, si spaventarono, mi guardarono con occhi di animali braccati, carichi d'ostilità. Il greto del fiume a febbraio è il mio paesaggio dell'anima.
Oh, se ho provato, a giustificarmi. Ho detto che la colpa era la malattia di mio padre, era quella che mi aveva segnato. Poi che la colpa era il mio lavoro. Poi che era il mondo, il mondo che funziona così male e non può lasciarci indifferenti. Nulla di ciò che dicevo era sufficiente. Mi facevano sentire come un'appestata, sempre, tutti. Ed era un sentimento molto diverso dalla mia consueta visione negativa delle cose, a cui ero abituata e che sapevo come gestire, ma quando gli spiegavo come mi facevano sentire con le loro critiche ribattevano: "Non siamo noi, sei tu, sei tu che ti senti così, è colpa ancora una volta della tua visione negativa!".

Eccola, meno male. Sono dura dal freddo, stavo cercando una pizzeria aperta, ho promesso la pizza a Noemi per l'ultimo dell'anno, poca gente in strada, botti che esplodono di già. Ah, ecco, fanno anche ristorante, dev'essere per questo che è così affollata. Devo rimanere in piedi ad aspettare, lo odio, ci sono tavolate di famiglie, in sala, e gruppi di ragazzi che potrebbero essere compagni di scuola. Telefono a mia madre, le spiego che arriverò tra mezz'ora. Mi passa Noemi, che mi ricorda i carciofini nella sua.
Dal prossimo anno le cose cambieranno. Devono cambiare, non voglio che Noemi pensi di me che sono una pazza. Vedrò le cose sotto una luce diversa. Proverò nuove sensazioni. Mi sforzerò di accettare gli inviti a cena, e di ridere quando ci andrò, come questi esseri qua dentro, ascolterò dischi allegri, discorsi frivoli, battute leggere, leggerò romanzi satirici, andrò a vedere delle commedie a teatro. Penserò positivamente, saluterò con un bel sorriso, parlerò con i miei colleghi e persino con il mio ex-marito, mi iscriverò a un corso di meditazione trascendentale, o di massaggio dell'anima, o almeno di yoga. Svilupperò le mie potenzialità nascoste. "Io sarò ok, gli altri saranno ok". Niente più pesi nello stomaco, addio alla pellicola che cala sulla mia testa e mi avvolge, in sere come questa, e mi fa sentire così...così...
"Ah, grazie. Sì, siete stati veloci. Ecco qua. Come? Ah, sì. Giusto. Anche a voi, buon anno".

Addio all'anno vecchio. Addio, cassiera della pizzeria con le borse sotto gli occhi. Addio mia vecchia visione delle cose. Addio melanconie. Addio saltuario stordimento alcolico serale, addio indecisioni della domenica mattina, addio amicizie deprimenti, passeggiare da sola, aria svagata. Addio attacchi di panico, pilloline, lettere non spedite. Addio a tutto questo. Nuove sensazioni, siete le benvenute.

Sto andando verso casa di mia madre dove mi aspetta Noemi e sono già quasi in periferia, dietro ho legato le pizze nelle loro scatole di cartone, quando arriverò saranno congelate, le strade sono bagnate, nei giardini alberi di Natale lampeggiano ai rari automobilisti, sto guidando piano e nel passare raccolgo le immagini, come sempre, una donna che si sta depilando nel bagno con un rasoio, un neonato che strilla in una culla e i suoi genitori non sanno come calmarlo, un cacciatore che si prepara ad andare a letto perché domani deve alzarsi presto per andare a tirare alle anatre, due ragazzi già ubriachi prima ancora che la festa inizi, barcollano e cadono, cadono, come devo essere caduta anch'io, tante di quelle volte, e non era così terribile, ah, non è così terribile questa pellicola viola che mi riveste, (ma io cambierò e proverò nuove sensazioni), non è così pesante questo peso, (ma io cambierò e proverò nuove sensazioni), non è così terribile questo nodo alla gola, (ma io cambierò, oh, Signore, giuro che almeno ci proverò), non è così pesante, non è così pesante così pesante questa perenne sensazione di peggioramento, io proverò, non proverò, io proverò, proverò, oh, certo che no, certo che no, no, non proverò a cambiare la mia visione negativa delle cose, non proverò ad essere "di buon umore", a svegliarmi canticchiando, a vivere danzando, non proverò a "spassarmela", non proverò nemmeno a coltivare un cauto ottimismo, navigherò con la depressione, con l'accidia e lo spleen e gli altri infiniti turbamenti, e poi la sera alla fine di ogni giornata mi abbraccerò da sola davanti allo specchio, mi abbraccerò da sola e, com'è vero Dio resterò fedele alla mia stronza visione negativa di tutte le stronze cose!


(pubblicato sulla rivista In-edito. Buon Natale e Buon anno, folks!)

No, Marco Travaglio, la banana no!

Amo frequentare le librerie ma a Natale diventa un'operazione curiosa perché i librai, consapevoli che l'italiano medio spende 65 euro all'anno per comprare libri (terz'ultimo paese in Europa), mettono in mostra il meglio della loro mercanzia, puntando al colpaccio. Ecco, è proprio la natura delle loro scelte che desta in me qualche stupore: ad esempio, oggi ho visto pile di un libro su "le letture di Hitler". Mi chiedo quale perversione storico-necrofila possa spingere l'acquirente medio a spendere una parte considerevole dei suoi 65 per soddisfare una curiosità del genere. Certo, sono il primo a riconoscere che le letture dicono moltissimo di una persona, specie se quella persona la si conosce poco o poco intimamente: ma, insomma, di Hitler credo si sia sviscerato tutto da un pezzo, no? Del resto, una veloce scorsa al suo unico parto letterario, quel Mein Kampf che spesso compare sulle bancarelle dei libri sfigati (o sui comodini di naziskin ancor più sfigati), dovrebbe bastare a fugare ogni dubbio residuo sul fatto che l'austriaco non era un colosso del pensiero. Comunque, non voglio discutere.
Ciò di cui mi permetto di discutere è del titolo dato da Marco Travaglio alla sua ultima fatica, le cui pile sono assai più alte e troneggiano come minacciose colonne d'Ercole all'interno di ogni bookshop che si rispetti. Il titolo è "PER CHI SUONA LA BANANA - Il suicidio dell'Unione Brancaleone e l'eterno ritorno di Al Tappone".
Ora, l'ammetto, io non sono uno spiritoso. Se mi capita, mi freno. Sì, sono un pesantone, ho letto Hemingway e Nietzsche e disdegno gli istant dedicati a temi di politica contemporanea. Può darsi quindi che sia la persona meno indicata per giudicare dell'arguzia di un titolo del genere (e di altri analoghi del tipo "Le mille balle blu"). Può darsi anche io sia ignorante di queste cose: forse i titoli dei suoi libri non gli sceglie Travaglio ma qualche astuto editor, o qualche programma di ricerca automatico che naviga per il web, selezionando e assemblando le parole più indicate per fare di un libro di Travaglio un grande successo. Forse i libri di Travaglio non li scrive Travaglio (non si capirebbe altrimenti dove trova il tempo). E in fin dei conti, è il contenuto e non il titolo che conta e il contenuto dei libri di Travaglio dev'essere graffiante, audace ecc. ecc. perché attacca Al Tappone e io da persona di sinistra dovrei, secondo logica, stare dalla parte di chi attacca Al Tappone, una volta che ho individuato chi si cela dietro questo divertentissimo pseudonimo, no?
Ma qualcosa in me, nel mio provincialissimo amore per la prosa si ribella. E allora dico no, no Marco Travaglio, non comprerò un libro che si intitola "PER CHI SUONA LA BANANA", non lo farò, mi terrò in saccoccia i miei 65 pezzi, per questa volta, magari me li sparerò tutti in Teroldego e Parampàmpoli (non sai cos'è il Parampàmpoli? Informati, anch'io ho faticato non poco con il tuo Al Tappone). O forse comprerò un libro dal titolo meno sbarazzino, come, non so, "Per chi suona la campana", o "Il mito dell'eterno ritorno". Con tanti saluti a te e, all'Unione Brancaleone e a Al Tappone.

Leggi razziali

Il fascismo rivelò la sua anima razzista già prima delle leggi razziali, e la Chiesa non fece abbastanza per opporsi a "quell'infamia".



"C'è da chiedersi - ha detto ieri il presidente della Camera Gianfranco Fini, nel 70esimo anniversario dell'emanazione delle leggi razziali - perché la società italiana si sia adeguata nel suo insieme alla legislazione antiebraica e perché, salvo talune luminose eccezioni, non siano state registrate manifestazioni particolari di resistenza. Nemmeno, mi duole dirlo, da parte della Chiesa cattolica».


No, dico: come si fa ad essere in disaccordo con Fini? Onestamente non si può. Sia perché allude ad una colpa collettiva che non sminuisce affatto le colpe individuali, ma fa intravvedere il volto più spaventoso dei genocidi, quello legato alla distratta accondiscendenza o alla tranquilla indifferenza delle masse; sia perché Fini nel suo discorso ha citato - a proposito di quel "prima delle leggi razziali" - anche il colonialismo (e finalmente! Adesso attendiamo che quello che fecero i vari Graziani e Cesare de Vecchi venga insegnato nelle scuole, magari con l'ausilio dei libri del buon Del Boca).


Però, insomma: l'impressione è che mentre Fini dice certe cose - impegnative, scomode, non di circostanza - gran parte degli esponenti del centro-sinistra siano occupati in tutt'altre faccende, dalle polemiche "inter loro" agli appalti furbetti. Fa un po' girare i maroni, nevvero?
Riguardo all'indifferenza o alle complicità della chiesa cattolica (più le seconde della prima, in effetti, e lo dico sentendomi emotivamente distante dall'anticlericalismo di maniera) si considerino altri 2 eventi più recenti: il primo riguarda padre Athanase Seromba, ruandese di etnia hutu, prete cattolico, condannato nel marzo di quest'anno all’ergastolo per aver commesso atti di genocidio durante la mattanza che sconvolse il Paese africano nel 1994 (la sentenza della Corte d’appello del tribunale internazionale per il Ruanda ha ribaltato quella, mite, di primo grado con la quale l'imputato era stato condannato a 15 anni). Durante il genocidio Seromba aveva attirato all’interno della sua parrochia a Nyange, nella prefettura di Kibuye, almeno 1500 tutsi, successivamente massacrati dalle milizie genocidiarie. In seguito, sotto mentite spoglie, riparò in Italia, in Toscana (parrocchia di S. Mauro a Signa, poi S. Martino a Montughi) e venne a lungo "protetto" dall'arcidiocesi di Firenze e dallo stesso Vaticano, che si oppose all'estradizione (la vicenda è illustrata nel dettaglio in molti articoli della stampa nazionale e estera e in diversi siti, ad esempio qui: www.democrazialegalita.it/marco/marco_seromba_9settembre2005.htm; vedi anche: http://club.quotidianonet.ilsole24ore.com/?q=node/1573).
La seconda, più grave, anche se controversa, è la beatificazione, da parte di papa Woytila, di Aloysius Stepinac, arcivescovo di Zagabria che durante la Seconda guerra mondiale si compromise con il dittatore fascista Ante Pavelic, responsabile delle stragi delle milizie ustascia (gli "insorti", con basi per l'addestramento anche in Italia, fra cui, pare, a Riva del Garda) ai danni soprattutto dei serbo-ortodossi (forse 7-8oo.000 i morti causati dalla pulizia etnica). Così Wikipedia riassume la vicenda di Pavelic dopo la guerra (Wikipedia non è una fonte sempre attendibile ma comunque, in questo caso, mi pare riassuma efficacemente): "Nel 1945, dopo aver guidato fino all'ultimo le truppe croate, Pavelic riuscì a fuggire dapprima in Austria, quindi a Roma e infine in Argentina. La Chiesa Cattolica di Roma e Papa Pio XII, che era stato sempre particolarmente benevolo nei suoi confronti, furono sospettati di averne favorito la fuoriuscita."
Stepinac invece fu processato e condannato (ai lavori forzati, anche se morì agli arresti domiciliari, nel 1960). I sostenitori di Stepinac sostengono, va detto, che in realtà l'arcivescovo prese più volte le distanze dal regime ustascia (che pure lo decorò con medaglia al merito nel 1944); una parte del mondo cattolico lo considera insomma un martire del comunismo titino.
Sia come sia, è un fatto che fino alla caduta del comunismo la chiesa cattolica si schierò spesso con regimi se non genocidiari quantomeno fortemente reazionari (compreso quello di Franco in Spagna).