2009

1909: Marinetti pubblica il Manifesto del Futurismo, ottimismo vitalista incosciente della modernità; premio Nobel a Guglielmo Marconi.
1919: la Prima guerra mondiale è finita, a Parigi la conferenza di pace; arrestati e subito assassinati a Berlino i rivoluzionari tedeschi Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht; negli Usa inizia il Proibizionismo; nasce Salinger, autore del Giovane Holden.
1929: il crollo della Borsa di Wall Street, la crisi mondiale; il signor Les Paul inventa, all'età di 14 anni, la chitarra elettrica; nasce il Moma di New York.
1939: l'umanità sull'orlo della Seconda guerra mondiale, a settembre Hitler invade la Polonia; Glen Miller incide "In the Mood"; Joyce, Finnegan's wake; l'Atlantico è attraversato dai primi voli di linea commerciali.
1949: Simone de Beauvoir pubblica Il secondo sesso, manifesto femminista, Orwell 1984, allegoria dei totalitarismi; esce Orfeo di Jean Cocteau; Charlie Parker incontra Sartre a Parigi, Satre dice "mi piace la tua musica", Parker risponde "anche a me piace la tua musica"; spirano venti di Guerra fredda.
1959: Nasce la Barbie; Miles Davis incide Kind of blue, uno dei più grandi dischi jazz di tutti i tempi; si accelera il processo di decolonizzazione in Africa.
1969: gli Usa sulla luna; il festival di Woodstock; esce Easy rider, il film-manifesto sulla generazione perduta degli hippies (nella scena finale i due motociclisti, Peter Fonda e Dennis Hopper, vengono uccisi, per niente, da due "colli rossi" di passaggio; fine dell'ottimismo sessantottardo).
1979: Joy Division, Unknow pleasure (l'ottimismo è ormai un vago ricordo); Francis Ford Coppola, Apocalipse Now, il Vietnam come il Congo di Conrad; Lyotard pubblica La condizione postmoderna (nuovo distaccato ottimismo relativista, avalutativo, "orizzontale", sulle macerie della modernità).
1989: Crolla il muro di Berlino; Sesso, bugie e videotapes (tramonto dell'uomo che non deve chiedere mai, inizio del sesso virtuale).
1999: il Millennium bug era una cazzata, il Millenarismo anche.
2009: Israele e autorità palestinesi firmano una storica pace, nascita del "due stati in uno"; nuova rivoluzione in Iran, destituiti gli ayatollah, la vittoria dei laici accelera la dissoluzione dei Talibans in Afghanistan e il tramonto di Al Qaida; Obama chiede scusa al mondo per tutte le porcherie fatte dall'America nel nome della libertà, dal sostegno al Cile di Pinochet alla guerra in Iraq; Putin travolto dalla seconda "gloriosa rivoluzione democratica"; la Cina rende il Tibet autonomo nel quadro del "Grande balzo in avanti verso la riconciliazione", ritorno del Dalai Lama a Lhasa; la Jugoslavia si riforma, su basi federate, i criminali di guerra ancora latitanti vengono consegnati alla giustizia internazionale; inizio del neo-Piano Marshall per l'Africa; il Papa si dice incerto sull'esistenza di Dio, ma conferma che vale la pena cercarlo, anche solo per chiedergli: "Come stai?"; annuncio degli scienziati: "L'effetto serra sta regredendo, il mondo non finirà arrosto, l'umanità ha un futuro".
Lou Reed incide con Dylan, Bowie, Iggy, Morrissey, Bono, Patti Smith, Grace Jones, Tom Waits IL DISCO DEL SECOLO.

The bastard sons of Dioniso




Eccolo il soul dolo-mitico, il rock-blues montagnardo, le pietre rotolano giù dai monti, dopotutto, no? E noi siamo grati ai Bastard sons of Dioniso, gruppo della Valsugana che annovera fra le sue fonti di ispirazione i Beatles, gli Ac/Dc e Queen of the Stone Age, di avercelo ricordato sul palcoscenico di X-Factor, Rai 2, stasera.

Allora non occorre essere nati a New York e non è nemmeno necessario andare a Milano o a Roma: ben fatto! Il Fersina è il nostro Mississipi, l'Adige il Tamigi, il Teroldego il nostro Four Roses, via Belenzani Abbey Road tonight, e la terra del Concilio tifa chi suona la musica del diavolo.
Portare un classico come "Paint it black" delle Pietre rotolanti, altrimenti detti Rolling Stones, su Rai 2, cantandolo con le camice a scacchi dei boscaioli grounge del pinetano, il timbro rural-alcolico di chi è stato svezzato ad assoli di chitarra e cori di montagna, è il vero coup de theatre di questa edizione della fortunata trasmissione che ha in Morgan uno dei suoi protagonisti. E proprio Morgan ha cantato le lodi dei Bastardi trentini (anche se non sono un gruppo suo), portando in tv l'orgoglio rock più autentico, quello di chi sa che questa musica è figlia delle falloforie, di Eschilo, delle baccanti che sciamavano ebbre per le campagne dell'Attica e della Tessaglia. Ma attenti, Bastard: quelle Dioniso se lo sono divorato!

Tagli alla cooperazione allo sviluppo


Continuiamo a informare sui tagli previsti dalla Finanziaria del Governo alla cooperazione allo sviluppo. La fonte questa volta è Sbilanciamoci, sigla dietro la quale si nasconde un'iniziativa promossa da alcune delle maggiori realtà associative italiane (dal Wwf all'Arci, da Legambiente a Emergency ecc. integrate, sul sito web, anche da una nutrita pattuglia di economisti ed esperti) per analizzare, di anno in anno, la Legge Finanziaria, e parimenti la qualità dello sviluppo anche a livello regionale (il Trentino risulta sempre ai primi posti in Italia). Certo, qualcuno potrebbe dire che c'è la crisi. Ma disgraziatamente la crisi colpisce anche i paesi poveri (si veda l'intervista a Rigoberta Menchù pubblicata a dicembre su questo blog). E comunque, i roboanti impegni assunti dalla comunità internazionale con l'adozione degli Obiettivi del Millennio non possono venire disattesi a causa degli effetti perversi di un sistema finanziario che questa stessa comunità ha sostenuto e condiviso per anni. Sarebbe una sconfitta per tutti; un modo per fare pagare una volta di più certe scelte sbagliate, inique, ciniche, ai più deboli.
L'articolo è del 23.12.2008.
(Foto: una "scuola sotto l'acacia" a Merka, Somalia - foto m. pontoni)

Pochi aiuti, e interessati. La cooperazione allo sviluppo è ai minimi storici. Tutti i dati e le denunce nel Libro Bianco presentato da Sbilanciamoci!
Tagli del 56% ai fondi del ministero degli Affari Esteri, azzeramento dei fondi per le Ong nel 2009, ricatto ai paesi poveri cui è richiesto di collaborare al rimpatrio degli immigrati irregolari se voglio ricevere aiuti: queste alcune delle scelte del governo Berlusconi per la cooperazione allo sviluppo, documentate nel
Libro Bianco 2008 sulle politiche pubbliche di cooperazione allo sviluppo in Italia presentato da Sbilanciamoci! a Roma. Il rapporto, giunto ormai alla sua quarta edizione, è frutto di un lavoro collettivo svolto dagli esperti delle organizzazioni aderenti alla Campagna Sbilanciamoci! Che ogni anno denunciano lo stato ormai agonizzante dell'Auto pubblico allo Sviluppo in Italia.
I dati forniti dall’Ocse-Dac per il 2007 relegano l’Italia ancora una volta in una delle ultime posizioni rispetto agli altri Paesi “donatori”. Viene evidenziato infatti come nel 2007, rispetto al 2006, ci sia stato sì un notevole aumento delle risorse stanziate sul canale bilaterale (656 contro 405 milioni di dollari, al netto delle operazioni di cancellazione del debito) e una crescita di oltre il 370% dei contributi volontari alle organizzazioni multilaterali, ma tale incremento non si è purtroppo tradotto in un miglioramento del rapporto Aps/Pil, che anzi registra addirittura una regressione dallo 0,20% allo 0,19%. Se a questo dato sottraiamo le risorse destinate alle operazioni di riduzione e cancellazione del debito dei Paesi più poveri, pratica giusta ma che in realtà non immette risorse reali ma soltanto virtuali, il rapporto scenderebbe addirittura allo 0,16%, ossia il peggiore tra i Paesi dell’Unione Europea se si eccettua lo 0,14% della Grecia. Va del resto ricordato che la crescita delle risorse stanziate nel 2007 rimane comunque ancora lontana dal mantenere gli impegni presi negli ultimi anni a livello internazionale dai diversi governi che si sono succeduti, come ad esempio quelli ribaditi nel Dpef 2008-2011, dove si presentava una tabella di marcia che avrebbe portato l’Italia a raggiungere nel 2008 lo 0,33% del rapporto Aps/Pil e nel 2010 lo 0,51%.
Purtroppo le previsioni per il 2009 e i segnali lanciati in questi mesi dal nuovo governo rendono sempre più evidente l’impossibilità di raggiungere a breve simili obiettivi. Oggi, infatti, la cooperazione italiana vive un momento di estrema crisi, nuovamente dominata dall' ”aiuto legato” (cioè dall'obbligo dei Paesi beneficiari di acquistare beni e servizi dalle imprese italiane), dalla sudditanza alla politica commerciale e del ministero dell'Economia nonché all'export del “made in Italy”, per non parlare dell’ambiguo intreccio, come avviene in Afghanistan, con l'interventismo militare. È una cooperazione “di servizio”, subalterna alla logica di un mondo che nel frattempo è radicalmente cambiato e soprattutto è una “cooperazione senza soldi”, dal momento che Tremonti, con il silenzio complice del ministero degli Affari Esteri, ha tagliato tutto ciò che era possibile tagliare.
Le disposizioni della Finanziaria 2009, infatti, comporteranno una diminuzione della disponibilità finanziaria per la Direzione Generale della Cooperazione allo Sviluppo (Dgcs) pari al 56% delle risorse economiche previste nella Finanziaria precedente. Si passerà pertanto dai 732 milioni previsti a 321 milioni (con un taglio, quindi, di ben 411 milioni di euro), la gran parte dei quali, peraltro, già impegnati. Ciò significa che per il prossimo anno, se il governo non stanzierà dei finanziamenti straordinari, magari rammentando di dover presiedere il G8, alla cooperazione italiana sarà di fatto impedito di avviare qualsiasi nuova iniziativa. Secondo i calcoli effettuati da Sbilanciamoci! e confermati dalla Dgcs le risorse stanziate per i progetti delle Ong non raggiungeranno i 10 milioni di euro (nel 2007 ne sono stati stanziati 150) e i milioni da destinare alle organizzazioni multilaterali non saranno più di 80. Se queste previsioni verranno rispettate il rapporto Aps/Pil nel 2009 potrebbe scendere addirittura allo 0,1% circa, toccando così i minimi storici della cooperazione allo sviluppo italiana! A questi tagli va aggiunta poi la cancellazione dei finanziamenti all'educazione allo sviluppo e la vergognosa scelta di privilegiare per la cooperazione quei Paesi che hanno stipulato con l’Italia un accordo per il rimpatrio dei loro immigrati irregolari. Questa iniziativa, unita all’abbandono del progetto di riforma della 49/87 che regola la cooperazione allo sviluppo da ormai più di venti anni e alla decisione di non nominare un vice ministro o un sottosegretario con delega alla cooperazione, testimonia il grave disinteresse del governo e del parlamento italiano verso un settore al quale dovrebbe invece competere un ruolo di assoluta centralità nell’ampio panorama della politica estera del nostro Paese. La seconda parte del rapporto è dedicata invece all’analisi di tre aspetti di rilevanza internazionale che nel 2008 hanno dominato il dibattito attorno al futuro della cooperazione e alle strategie per lo sviluppo. Crisi alimentare, efficacia degli aiuti e finanza per lo sviluppo sono stati i temi al centro di altrettanti vertici internazionali rispettivamente che si sono tenuti a giugno a Roma, ad Accra nel mese di settembre, e a Doha a fine novembre. Il Libro Bianco 2008 oltre ad analizzare i risultati ottenuti in questi tre consessi internazionale e a valutarne le immediate conseguenze, si è focalizzato principalmente sulle posizioni e sull’operato della delegazione italiana, non esimendosi anche in questo caso da un giudizio sostanzialmente negativo.
Se non si effettueranno degli interventi rapidi e sostanziali, non solo dal punto di vista economico ma anche, o meglio soprattutto, dal punto di vista di un ripensamento radicale del paradigma della cooperazione allo sviluppo, intesa non più come semplice elemosina ma come elemento fondamentale per intrecciare una nuova tipologia di relazioni internazionali, la cooperazione italiana continuerà a vivere questa situazione drammatica e sinceramente insostenibile per un Paese che nel 2009 ospiterà il G8 e che soprattutto mira a conquistare un profilo internazionale sempre più importante.

Nuove "mazzate" alla cooperazione allo sviluppo?


Questo post è un copia-incolla da questo sito http://www.gennarocarotenuto.it/ che a sua volta cita come fonte Lettera 22. Ammetto che non ho fatto un grande sforzo e cercherò di approfondire il tema - che mi sta molto a cuore - nei prossimi giorni.

Quando qualcuno vi chiederà che differenza c'è fra destra e sinistra...ecco, questa è una delle differenze. La cooperazione allo sviluppo non è tutta rose e fiori. Spesso si accompagna a sprechi, inefficienze, vanagloria dei cooperanti e degli stessi missionari. Ma al suo meglio è una delle espressioni più belle e importanti della generosità della società civile, della sua capacità di andare verso ciò che è "altro da sé". Sacrificarla alle iniziative militari (che pure personalmente - a differenza di molti pacifisti - non condanno in toto, convinto come sono che in certi contesti servano) mi pare un grave errore prima di tutto culturale.

Sulla Gazzetta Ufficiale di oggi compare un decreto legge che è un cambio paradigmatico per la cooperazione italiana. Il decreto legge sulle missioni militari all’estero taglia infatti oltre 100 milioni di euro alle attività civili.
L’Italia, che era al penultimo posto dopo gli Stati Uniti per la cooperazione allo sviluppo, diventa così ultima, oramai sotto lo 0,1% del PIL, e gli obbiettivi del Millennio sono carta straccia.
Ma non basta: penalizza il Ministero degli Esteri e privilegia quello la Difesa. Toglie fondi alle Ong e alle associazioni e favorisce la cooperazione dei militari (...).


Non è bastato che la legge Finanziaria abbia tagliato i fondi della Cooperazione allo sviluppo con una riduzione agli stanziamenti che, scrivevano in settembre alcuni parlamentari in un’interrogazione, porteranno “la percentuale del Pil destinata alla lotta contro la povertà al livello dello 0,1%”, quando l’Italia aveva assunto impegni vincolanti “per stanziare entro il 2010 lo 0,51% quale tappa intermedia per raggiungere lo 0,7 previsto per il 2015”. Carta straccia degli obiettivi del Millennio, ma non solo.
In questi giorni il mondo umanitario si rigira tra le mani il “decreto missioni” – che decide i finanziamenti dei nostri impegni militari all’estero – con non poche sorprese con cui fare i conti. Dopo che la finanziaria ha tolto alla Cooperazione oltre il 56% di quanto previsto dalla manovra 2008 riducendo il budget a circa 320 milioni di euro, una mazzata arriva anche dal decreto legge sui rifinanziamenti agli impegni all’estero, varato dal governo e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale a inizio gennaio. Dalle voci di spesa spariscono completamente gli oltre cento milioni di euro che, nel dl scorso, garantivano fondi alle attività di cooperazione civile. Tutto adesso passa in mano ai militari (...).

Di poeti vivi e morti e di vacche sacre

Carlo Martinelli nel suo blog http://martinelli-trento.blogautore.repubblica.it/ ricorda il poeta sudtirolese Norbert Conrad Kaser (Bressanone 1947, Brunico 1978) a cui il mensile "Poesia" dedica uno spazio questo mese.

Quello di Kaser è uno dei (pochi) nomi della letteratura di queste terre di confine che periodicamente ritorna, un po' per la qualità della sua opera, un po' per la sua forte personalità, i cui tratti distintivi erano una sincera, generosa ribellione nei confronti degli stereotipi della piccola patria (o Heimat che dir si voglia) e una sofferenza esistenziale che lo avvicinava in qualche modo ad altre figure tragiche del nostro tempo (i nomi che mi vengono in mente in questo momento sono quelli di Kerouac e di Ian Curtis, anche se mi rendo conto che nulla hanno a che fare con il microcosmo sudtirolese, con il dolore che possono ispirare queste montagne per altri versi magnifiche, con il "tedio-morte" del vivere in provincia, come lo cantava Guccini).
Ricordo che lessi il suo celebre intervento nel quale invitava a spennare come un galletto l'aquila rossa che campeggia nello stemma del Sudtirolo e a organizzare un grandioso macello delle "vacche sacre", dei tedeschi così come degli italiani. Erano gli anni in cui si consolidava l'Autonomia dell'Alto Adige/Sudtirol secondo le linee del secondo Statuto: un'Autonomia fondata sulla divisione e la spartizione, esemplificate dalla proporzionale (tot soldi, case, posti di lavori ai tedeschi, tot agli italiani), fondata a sua volta sulla dichiarazione di appartenenza etnica (quella che oggi spinge tanti italiani a dichiararsi tedeschi anche se magari le loro radici sono in Sicilia, così da accedere ai posti riservati al gruppo tedesco nei concorsi).
Kaser rimase ai margini, come in fondo anche Alex Langer. La sua poesia non si prestava alle celebrazioni retoriche, non suonava la grancassa dell'identità. Il prezzo da pagare è stato come sempre altissimo: morte per alcol.
Scrisse di lui Langer, nel 1980: "Norbert era morto d'isolamento all'età di 31 anni: sempre più profondamente immerso nell'alcool e nello sforzo estremo di scuotere, di comunicare qualcosa, di graffiare. Non gli piacevano le avanguardie troppo spinte: con le femministe di Bruneck aveva polemizzato per una scritta irriverente sui muri della chiesa e nel 1976 si era iscritto, senza mai contarvi nulla, nel PCI, quasi a dimostrare che non voleva restare solo (ma nel Sudtirolo il PCI significa un isolamento cocciuto ed ostinato, non molto dissimile da quello di chi sceglie forme più libere di lotta e di dissenso). L'isolamento era rimasto, anche le supplenze in varie scuole elementari gli erano state tolte, e sempre aveva da combattere con la miseria."
Forse l'aspetto extraletterario ha prevalso, suo malgrado, su quello letterario. La critica di Magris alla letteratura sudtirolese è nota: "La più viva letteratura tirolese ha fatto propria [la] autodenuncia, assumendola quale condizione di autenticità e trasformandola in una beffarda e aggressiva autocelebrazione. (...) Grazie al conservatorismo talora retrivo della cultura ufficiale sudtirolese, è facile essere scrittore osteggiato e meritarsi considerazione in virtù della prepotente ostilità dei benpensanti."
Per conto mio, per Kaser (e per Zoderer) questa critica è ingenerosa, anche se è difficile scindere il giudizio artistico da quello "politico".

Ma quali sono le vacche sacre, oggi?

Per gli italiani dell'Alto Adige una di esse continua tristemente ad essere il Monumento alla Vittoria, costruito in epoca fascista per celebrare la presunta "civilizzazione" di queste terre da parte degli italiani/latini (intendiamoci, è un bel manufatto, nel senso che occupa egregiamente lo spazio in cui è collocato, ma, insomma, si potrebbe anche ripensarlo, no?)
Per i tedeschi la vacca sacra per eccellenza è la Svp, il "partito di raccolta dei sudtirolesi di lingua tedesca"; purtoppo chi vuole macellare questa vacca è assai di destra e propugna un etnicismo ancora più intransigente (anche se sospetto che dietro agli slogan vi sia soprattutto una lotta per il potere).
Poi, forse, anche la memoria di Langer è oggi suo malgrado una vacca sacra (di lui, come di altri, si ricordano meno, o con meno slancio, le posizioni più problematiche, come quella in favore di un intervento armato dell'Onu per liberare Sarajevo dall'assedio. Senza contare che quest'uomo osò sfidare la vacca sacra sudtirolese per eccellenza, quella della dichiarazione etnica, quando si candidò a sindaco di Bolzano: e ad appoggiarlo furono in pochissimi, anche a sinistra. Questo ricordo turberà qualcuno nel sonno, oggi?).
E un'altra vacca sacra ancora è la riserva geografica sui posti di lavoro pubblici, quella che consente, assieme al patentino di bilinguismo, di mantenere i sudtirolesi in una dorata boccia di vetro, al riparo dalla concorrenza esterna (tranne che in alcuni settori come la scuola).
Tutto questo ha qualcosa a che fare con la poesia? Forse sì, perché la poesia non dimora nel Parnaso ma nei bar, nelle biblioteche scolastiche, nei vicoli pieni di pioggia, sulle rive del Talvera, sui crinali assolati, sotto la neve, odora di pause-caffé e preservativi, giornali del mattino e posaceneri. E' questa cosa qui che viene a soccorrerci al termine di infinite riunioni, decisioni di cui poco ci importa, burocrazia, buste paga, pettini e specchi.

Per lo meno, lo spero.
(Foto: un maso dell'Alto Adige/Sudtirol - m.pontoni)

Guerra inutile


Non si può non scrivere qualcosa su Gaza.

Diamo per scontato l'orrore che tutti proviamo per ogni guerra. Diamo per scontato che non tutte le guerre sono uguali, che ci sono guerre in qualche modo risolutive (la guerra che il mondo combatté contro la Germania nazista, l'Italia fascista e il Giappone teocratico-imperialista, ad esempio, o la guerra del Vietnam, o la guerra d'Algeria) ed altre che non risolvono nulla (questa qui ne è un esempio lampante)

Diamo anche per scontato che non è questa la sede per rifare la storia dello stato d’Israele e dei suoi rapporti con il resto del mondo, dal 1948 ad oggi.

Limitiamoci ad un paio di considerazioni. La prima riguarda la politica interna di Israele. Questa che si sta combattendo è una guerra definita anche da diversi osservatori ebrei come preelettorale. Il 10 febbraio in Israele si vota: il governo vuole incassare quanti più consensi possibili, e questo vale sia per Kadima, il partito di maggioranza in cui militano il presidente Peres (già colonna dei laburisti), il premier Olmert e il ministro degli esteri Tzipi Livni , sia per i laburisti del ministro degli esteri Barak. A novembre un sondaggio dava infatti in testa la destra del Likud. Ad essere in difficoltà sarebbero soprattutto i laburisti, sfidati sia dal centro, sia dalla destra sia anche dalla sinistra (scrittori-intellettuali compresi). Con l'attacco sferrato ad Hamas il Labour spera ora di accreditarsi come un partito, se necessario, "forte", dopo avere sostenuto, in passato, le ragioni della tregua (scaduta appena una settimana prima dell'inizio delle operazioni militari nella striscia di Gaza).
E' evidente comunque che una guerra troppo lunga non gioverebbe all'attuale maggioranza, e che una disfatta come quella del Libano sarebbe fatale per Olmert (nulla di nuovo rispetto a quanto già visto in passato).

Sul piano internazionale, Israele sarebbe penalizzato da un numero, diciamo così, eccessivo di morti (civili, palestinesi) o di "danni collaterali" (scuole Onu comprese); ma è vero anche che Gerusalemme non sembra preoccuparsi eccessivamente delle critiche, soprattutto europee. Parliamo di un paese abituato a difendersi a prescindere dalle simpatie di cui può godere.
Il 20 gennaio - altro elemento di cui tenere conto - a Washington si insedia Obama. Il quale ha già chiarito che Israele ha il diritto di rispondere con la forza alle aggressioni missilistiche di Hamas. Tuttavia, il nuovo presidente americano rappresenta pur sempre una novità per Gerusalemme. In questo senso i vertici di Israele devono essersi rallegrati che la tregua è scaduta e che quegli idioti di Hamas hanno ripreso a tirare i Qassam, così da poter mostrare i muscoli adesso e senza eccessivo imbarazzo.

La cosa più interessante però è probabilmente l’atteggiamento dei paesi arabi circostanti. In difficoltà con le loro popolazioni, chiedono il cessate il fuoco e magari condannano verbalmente Israele, ma di fatto non sono troppo dispiaciuti di quello che sta succedendo. Perché dietro a Hamas (così come agli Hezbollah) c’è l’Iran e l’Iran non piace affatto a egiziani, siriani, sauditi ecc. Lo stesso atteggiamento di Abu Mazen, com'è noto, è stato molto cauto. Può darsi stia pensando agli eventuali vantaggi che la Cisgiordania potrebbe ottenere, "per compensazione", dopo la campagna di Gaza. Anche se francamente Israele non sembra intenzionato a consentire seriamente la nascita di uno stato palestinese, per di più in un territorio che vede ancora la massiccia presenza di colonie.

In tutto questo, dunque, i palestinesi sono due volte vittime, anzi tre. Di Israele, di Hamas e del cinismo (o forse dell’incapacità) dei paesi della Lega araba. Questa guerra non risolverà nulla nei rapporti fra ebrei e palestinesi, all'interno e all'esterno di Israele. Non estirperà Hamas né il terrorismo e non rappresenterà una soluzione per il problema dei problemi che Israele ha di fronte, se vuole conservare la sua identità di stato ebraico, quello demografico. Essa rappresenta l'ennesimo capitolo di una vicenda lunghissima, che appassiona e divide l'opinione pubblica (a differenza di altri conflitti anche più sanguinosi, come quelli che lacerano a fasi alterne la regione dei Grandi Laghi o il Corno d'Africa), ma su cui non si ha molto da aggiungere rispetto a quanto già detto o scritto altre volte in passato in favore della convivenza, della riconciliazione, del diritto ad esistere di due stati (o di un unico stato multireligioso e multietnico sulla terra di Israele/Palestina, senza muri, strisce, colonie e territori).

Nota a margine: può l'Italia fare qualcosa? Può farlo con la cooperazione allo sviluppo, innanzitutto. Questo sempre. Può cercare di alleviare qualche sofferenza, anche se farlo a Gaza è particolarmente difficile, visto l'isolamento della striscia.
Può farlo anche con altri strumenti, ad esempio con l'invio di un contingente di militari con compiti di peace keeping? Direi di sì. In Libano male non si è fatto. Ma ovviamente, per un intervento di interposizione da parte di una forza multinazionale bisogna attendere prima il cessate il fuoco.

Ha senso infine proporre tregue o tentare "affondi" diplomatici come quello azzardato dalla Francia? Ogni sforzo ben impostato che vada in direzione di una cessazione delle ostilità, anche solo parziale, è importante, ma onestamente, l'impressione è che questa offensiva terminerà quando il governo israeliano la riterrà non più utile (sul piano politico prima ancora che militare). E non un secondo prima.
Per una veloce rassegna delle posizioni emerse sul tema nei vari blog italiani, spesso con testimonianze di prima mano da Gaza, vedasi http://netmonitor.blogautore.repubblica.it/?ref=hppro

Foto: l'Exodus, la leggendaria nave che portò, nel 1947, contro il volere dell'Inghilterra, un contingente di ebrei europei nella Terra di Abramo. Uno dei simboli del sionismo.

Machado - un poeta


Dall'uscio di un sogno mi chiamarono...

Era la buona voce, la voce amata.

-Dimmi: verrai a vedere l'anima con me?

Giunse al mio cuore una carezza.


- Sempre con te... Ed avanzai nel sogno

per una lunga e nuda galleria

sentendo il tocco della veste pura

e il palpitare dolce della mano amica


Antonio Machado (Siviglia, 1875 - Colliure, Francia, 1939)

Lascia perdere, Paoli'...

Ieri sui giornali trentini c'è stato gran casino perché Marco Paolini ha detto in tv che in ottobre (gran tempismo) ha visto che un capotreno non faceva salire un passeggero di colore (che colore? nero, e diciamolo! I wanna be black, cantava Lou Reed senza tanto menarsela...) con la sua bici su un treno locale (della Valsugana). Razzismo, razzismo. Oggi il capotreno replica: ma nelle altre stazioni (quelle che l'acuto Paolini non ha monitorato) non ne ho fatti salire almeno altri 10 (non neri, ovviamente, passeggeri qualunque, perché non c'era posto per le bici). Ora, che ci si possa incazzare con le ferrovie mi sta anche bene (tante storie sull'effetto serra e poi le bici che un treno di questi può contenere sono...udite udite: 2). Che si tiri fuori il razzismo per aumentare il proprio share...mi sta un po' sugli zebedei. Ma forse sono io che sono invidioso e penso male, e Paolini era mosso da sincero sdegno.
Nota dell'ultima ora: Paolini ha chiesto scusa per l'abbacchio. I polli ringraziano.

Mai contenti - i limiti sociali allo sviluppo


In un libro pubblicato per la prima volta in Italia nel 1981 da Bompiani, I limiti sociali allo sviluppo, Fred Hirsch dice che - a differenza di quanto sostenuto dal Club di Roma (i limiti dello sviluppo sono dati dalla finitezza delle risorse/materie prime) - lo sviluppo così come concepito dalle società consumiste è limitato socialmente. La tesi è che, soddisfatti i bisogni di base (mangiare, scaldarsi, ecc. quelli, insomma, che ormai stanno cominciando ad essere soddisfatti anche in Cina) i consumatori si orientino verso una quota crescente di beni e servizi volti a soddisfare bisogni non fondamentali (non biologico-materiali). E fin qui, direte, non valeva la pena di scriverci un libro. Questi beni, però, sono tanto più desiderabili quando più sono "oligarchici", ovvero riservati a pochi: beni di status, o beni il cui uso è fortemente legato alla scarsa diffusione, alla difficoltà di accesso, alla limitatezza. Banalmente: un'auto lussuosa e veloce è tanto più desiderabile quanto più essa "spicca" su uno sfondo di utilitarie lente e cheap, una vacanza su una spiaggia tropicale è tanto più "unica" quanto più la spiaggia è deserta ecc.

Ma le società aperte, democratiche, basate sui consumi di massa devono lasciare aperto a tutti - almeno sul piano ipotetico - l'accesso a tali beni. Il risultato è una crescente insoddisfazione ai livelli più "bassi" (tra chi per ragioni di reddito, di status ecc. non può accedere a certi beni, dalle scuole private ai fuoribordo) ma anche ai livelli più alti, a mano a mano che crescono la pressione dal basso e l'affollamento.

Questa lettura, che a suo tempo trovai illuminante, mi è ritornata alla mente ieri, leggendo un fondo di Maurizio Ferrera sul Corriere dedicato alla crisi: "Il ritorno alla frugalità - Epicuro e crisi dei consumi".

Ferrera scrive che il cosumismo tende a provocare "una vera e propria rincorsa posizionale fra individui e gruppi sociali: ciascuno aspira a consumare un po' di più del suo vicino e (...) questa escalatation ha poggiato su comportamenti spesso irrensonsabili dal punto di vista finanziario, grazie a carte di credito e mutui ipotecari che hanno consentito a moltissime persone di spendere al di là delle loro reali possibilità. La crisi in cui siamo precipitati è almeno in parte connessa anche a questi comportamenti. Se servisse a fare calare la febbre dell'iperconsumo (...) potrebbe indurre una salutare bonifica in alcune pratiche sociali che hanno finito per provocare enormi circoli viziosi".

Sul piano sociale ed etico Ferrera non si richiama tanto ai precetti religiosi - diciamo all'anticonsumismo di matrice "francescana" - quanto agli ideali classici (greci e latini) della temperanza, della costanza e della moderazione, agli stoici e a Epicuro, che raccomandava, a chi insegue la felicità, di semplificare bisogni e aspirazioni.

Tutto questo mi piace e mi pare essere oggi il tipo di critica più radicale alle società (capitaliste?)consumistiche che si possa concepire, smascherate le ipocrisie del comunismo (che, ovunque si sia realizzato, dall'Urss al Vietnam, dalla Romania alla Cina, era sempre e comunque "sviluppista", ma in una maniera assai più inefficace E TAROCCA che nelle società di mercato).

Semmai mi verrebbe da aggiungere che chi ha pochi mezzi ha sempre fatto di necessità virtù (vi ricordate la canzone? "mo viene Natale, nun teng'e denare, me leggo il giurnale, e vado a cuccà") e che questo "nuovo epicureismo" è difficile da concepire in società che ti sbattono davanti al naso ad ogni piè sospinto la desiderabilità di un'esistenza di agi, privilegi, bellezza e ricchezza. I comportamenti sociali non sono solo una questione di volontà; se l'input che ricevo fin da bambino è che il "massimo" è rappresentato dai big della finanza e dalle star del cinema o dello sport (dai loro vestiti, dai loro corpi continuamente ritoccati, dalle loro ville, dalle loro fidanzate/fidanzati, dal potere che esercitano in virtù del loro denaro) è piuttosto difficile che poi mi orienti alla semplificazione dei bisogni e delle aspirazioni, no? C'è poi un'altra questione, non culturale ma economica. Il fondamento su cui oggi il "sistema" poggia è quello della competizione: competitività è la parola d'ordine, ad ogni livello, dall'Unione europea ai piccoli, piccolissimi territori (e alle loro piccole, talvolta piccolissime aziende). Come conciliare la frugalità con questa spinta continua, questa sollecitazione incessante a innovare, crescere, perfezionare, perfezionarsi? Una volta ho sentito lamentare a un imprenditore: "Le stiamo tendando tutte, cazzo, per portare il ciclo di vita di quel prodotto (pc? telefonino? tostatape? scarpone da sci? occhiale da sole? vedete un po' voi...) sotto ai 12 mesi!".

(foto del sottoscritto: Sri Lanka, raccoglitrici di te)

Discorso di fine (e inizio) anno

"Vi è un'altra mia preoccupazione. non posso nascondervela. Si stanno verificando scandali. Non si verificano questi scandali nella classe lavoratrice propriamente detta. Si stanno verificando in alto questi scandali, tra gente, tra persone che stanno bene economicamente, ma che, si vede, sono insaziabili di danaro, di ricchezza. Scandali che turbano la coscienza di coloro che onestamente lavorano e che onestamente si guadagnano il necessario per vivere. Quindi la legge sia implacabile, inflessibile. contro i protagonisti di questi scandali, che danno un esempio veramente degradante al popolo italiano."
Di Pietro? Beppe Grillo? Qualche feroce "giustizialista"?
No, è Sandro Pertini, in un suo discorso di fine anno di quando era presidente.
(Rubo questa citazione a leonardo, al solito il migliore, anche in questo 1 gennaio 2009).

Buon anno ragazzi (e ragazze)


Questa canzone dei CSI fu distribuita su un cd promozionale allegato alla rivista "Il Maciste". Poi ripubblicata su "Noi non ci saremo vol. 2".

Alla chitarra il grande Massimo Zamboni. il the Edge de noaltri. Alla voce Giovanni Lindo Ferretti pre-conversione (bisogna dire che una certa brezza "religiosa" spirava da sempre in molti dei suoi testi, ed era esplosa in maniera plateale già con i CCCP, quando in coda ad una canzone dedicata ai palestinesi salmodiava "madre o madre, oh, madre mia, l'anima mia, si muove a te..."; ed erano brividi, quei brividi che purtroppo da quando si accompagna a Giuliano Ferrara Giovanni Lindo non regala più. Comunque sia, questa canzone, come altre in cui si intravvedono i fuochi delle guerre balcaniche, ma anche le reminiscenze di Fenoglio, l'epica partigiana consumatasi sulle montagne dell'Appennino, è bellissima. E dunque: buon anno ragazzi e ragazze).

Scartato il gusto del ritrovamento
di un'origine inesistente
non esiste, proprio non c'è.

Scontata l'importanza del vestire
in maniera adeguata e conveniente
di una qualche compagnia piacente...

Siccome tacciono quelli che sanno, siccome tacciono
Buon anno, ragazzi e ragazze
Buon anno

Impostori e piccoli dei
in corpo pallido bronzeo nero
consapevoli sterminatori
accorti nel distruggere
attenti per arricchire
piccoli eroi mai sazi
consapevoli sterminatori complici e profittatori...

Siccome sanno quello che fanno
Non li perdono non li perdonerò
Siccome sanno quello che fanno...

Ora la neve scricchiola sotto le scarpe rigide, si condensa il respiro come fumo pastoso risucchiato dal vento, l'aria è fredda la luce bluastra, cani col muso a terra e pelo dritto, ordini nuovi secchi taglienti...

Nessuna garanzia per nessunoNessuna garanzia per nessunoNessuna garanzia per nessunoNessuna garanzia per nessunoNessuna garanzia per nessunoNessuna garanziaper nessuno...

GUARDA QUI http://www.youtube.com/watch?v=fr7oBpg3sLQ

E adesso un po' di esegesi:

Cosa può essere quell' "origine inesistente" che proprio non c'è? La nostra identità, intesa come amalgama di sangue e suolo, la nostra verginità culturale, etnica, di popolo. Non siamo puri, non abbiamo una sola origine. Non abbiamo un destino segnato, una missione da compiere. Siamo impasto di tante cose, siamo "bastardi", misti, multipli, sfaccettati. Abbiamo molte opportunità davanti a noi, nel bene e nel male.
Cosa vuol dire "scontata l'importanza del vestire in maniera adeguata ..."? Beh, qui si enuncia una cruda verità. La forma prevale sempre sulla sostanza. Perciò, per essere veramente contro, COLTIVIAMO IL NEOPAUPERISMO, cioè VESTIAMOCI ALL'OVIESSE.
Chi sono quelli che tacciono anche se sanno? Un po' tutti, compresi i giornalisti. Compresi i magistrati, professionisti nello scovare le menzogne e le omissioni. La sincerità è - semmai - un fine al quale tendere. Una condotta morale faticosa e, nei dettagli, sempre rinegoziata.
Chi sono gli "impostori e piccoli dei" ecc. ? Ne sono piene le cronache. Sono i criminali genocidiari e i furbetti alla Callisto Tanzi, sono i politici d'Israele che scaricano tonnellate di missili intelligenti su Gaza e i cinici fanatici di Hamas che tengono i palestinesi in ostaggio (anche i puri uccidono), sono i Casalesi, i signori della guerra somali, G.W. Bush, i politici che moraleggiano in pubblico e fanno - come tutti - quello che vogliono in privato.
Sono tanta gente comune.
"Non li perdono, non li perdonerò..." canta G.L., e il tono è profetico, da novello Savonarola. E' quello che oggi chiameremmo "giustizialismo". Il fatto è che i suoi fan non gli hanno mai perdonato, a loro volta, l'incomprensibile passaggio dal comunismo punk situazionista degli esordi al cattolicesimo conservatore di oggi.
"Ora la neve scricchiola" ecc., sotto i piedi dei partigiani che pattugliavano l'Appennino in cui Giovanni è cresciuto e di cui racconta nel suo libro autobiografico, Reduce (che lo ritrae in copertina con un saio). Ma chi sono i partigiani, oggi? Non esistono, perché non è tempo di partigiani, e non solo perché non viviamo in una dittatura ma perché siamo orfani di miti (la Resistenza come mito? Di nuovo Fenoglio...). Mio padre però è stato un partigiano. Onore a chi seppe fare, a suo tempo, le scelte giuste.
"Nessuna garanzia per nessuno", invece, è realmente profetico. E' quello che ci attendiamo per questo 2009 di crisi. Un ministro propone assegni di disoccupazione di 1000 euro al mese, anche per i precari. Mi sembra ci sia molta demagogia ammantata di buonismo e, come scrive oggi Sartori sul Corriere della Sera, scarsa considerazione per una legge fondamentale dell'economia: "La ricchezza bisogna saperla produrre, prima di redistribuirla". E poi 500 di questi 1000 euro dovrebbero essere spesi - dal disoccupato -in "attività di formazione". Ma chi perde il posto oggi non lo perde perché è obsoleto, semplicemente perchè la gente non spende abbastanza, perché le imprese non hanno più ordinazioni. Perché il dorato giocattolo del consumismo ha preso una brutta botta. L'enfasi sulla formazione/riqualificazione è solo un altro esercizio di retorica.
Nessuna garanzia per nessuno, quindi, anche perché chi doveva produrre ricchezza in realtà in questi anni si è dedicato piuttosto ai giochi di prestigio (della finanza, dei mutui "virtuali", dei soldi presi a chi non li possedeva). Nessuna garanzia per nessuno ripetuta all'infinito, come un mantra. I CSI cantavano che "i perdenti sono più adatti ai mutamenti". Forse alla fine è chi ha poco da perdere ad essere più al sicuro (ma Rigoberta Menchù, incontrata qualche settimana fa, diceva che anche tra i guatemaltechi poveri gli effetti della crisi si fanno sentire, perché anche il piccolo artigiano che produce oggettini per le botteghe di Mandacarù è parte della globalizzazione)

Viaggiatori 1

Oggi volare è un'esperienza normale. Mio padre ha preso per la prima (e unica) volta l'aereo a 50 anni. Io a 24. Mia figlia maggiore a 3, quella minore ha già fatto 3 voli prima di avere compiuto i 2 anni.
Considerare con supponenza i turisti è abitudine antica quanto il turismo stesso. Il film "Il tè nel deserto" di Bertolucci rese popolare la definizione di Paul Bowles: "I turisti sono quelli che appena partiti pensano già al ritorno, i viaggatori quelli che partono per andare, e basta" (cito a memoria).
In verità il film era la trasposizione cinematografica di un libro degli anni 40', epoca in cui forse queste parole avevano ancora un senso. Per di più l'autore era un outsider, che aveva lasciato il suo paese, gli Stati Uniti, per il Marocco.
Oggi tutti vanno dappertutto, anche se ci vanno con le guide della Lonely Planet, che continuano a definire certi posti "tourist trap" (cioè trappole per gente sprovveduta, volgare, poco avventurosa), distinguendoli da quelli per veri viaggiatori.
Nutro sentimenti contrastanti verso le Lonely Planet. Fermo restando che sono utilissime, da un lato le trovo terribilmente snob, ma di uno snobismo ormai datato, nell'era dei viaggi low cost, dei master post-laurea in ogni angolo del mondo e di youtube. Dall'altra riconosco che, come tutti quelli che viaggiano con una qualche pretesa culturale (anche quando lo faccio per lavoro), non posso fare a meno di sentirmi distante dalla massa dei turisti, quelli italiani in particolare, che mettono al primo posto delle loro preoccupazioni la cucina (e che senza occhiale da sole di marca non vanno neanche al cesso).
E' che il mondo diventa di giorno in giorno sempre più surreale. Pieno di gente che si spinge in posti esotici e ricchissimi di cose da vedere, da imparare, da capire come Zanzibar, lo Sri Lanka, il Sinai e poi si lamenta del pasta corner.
Chi sono allora oggi i veri viaggiatori, quelli per i quali si adatterebbe la definizione di Paul Bowles? Gli emigranti, ovvio. Che una volta eravamo noi e ora sono tutti quegli africani, latini, esteuropei ecc. che partono alla volta delle nostre frontiere senza biglietto di ritorno in tasca. E spesso senza neanche quello d'andata.
Anche le tecnologie per le comunicazioni hanno contribuito a cambiare la dimensione del viaggio. In passato viaggiare significava telefonare o scrivere a casa una volta ogni tanto, se si aveva tempo, se si aveva denaro a sufficienza, se i telefoni erano disponibili (ricordo che oltrecortina- nella fattispecie, la Romania di Ceausescu - telefonare in Occidente significava andare all'ufficio postale e mettersi in paziente attesa, a volte anche di un'ora e passa). Oggi i telefonini rendono possibile la magia di fare viaggiare non solo le parole ma anche le immagini e gli scritti pressoché istantaneamente da qualsivolgia parte del mondo a qualsivoglia altra parte. C'è il piacere di condividere minuto per minuto un'esperienza anche con chi è lontano o non è potuto venire con noi. C'è la sicurezza di essere sempre reperibili, rintracciabili. C'è il senso di appartenenza ad una rete mondiale, una sorta di "fratellanza elettronica".
La dimensione della solitudine - e quella sorella dello spaesamento - devono essere invece attivamente cercate.
(foto: il Galle di Colombo, Sri Lanka)